«Questo è il modo di fare la oste pel Comune di Firenze contro i Pisani, trovato per li mercatanti fiorentini per lo migliore e più utile stato e comodo della città di Firenze e degli artefici e delle Arti, e di tutta la Mercatanzia, della sopradetta cittade di Firenze». E il modo era questo: chiudersi le botteghe; sonare a martello la campana del Comune; cittadini e contadini fornirsi per l'oste; scriversi liste, ciascuna di cinquanta nomi, dai quindici ai settant'anni, e di essi l'una parte andare in oste, l'altra, ma pagando, rimanere a custodia della città: in sulla metà del mese (era il giugno) il Potestà, e in sua compagnia cavalcheranno dugento cavalieri cittadini fiorentini, moverà le insegne per andare in terra di nimici. I duecento cavalieri menavano seco ciascuno un compagno bene armato e con cavallo coperto.

Ora, che in quelle liste delle cinquantine, come in altre simili di cotesti anni,[227] dovess'essere il nome del ventenne Alighieri, è certo: che alla custodia della città si ritenessero i più teneri e i più gravi di anni, e che i gagliardi dai venti ai cinquanta fossero prescelti a cavalcare contro il nemico, dovrà altrettanto sembrar ragionevole. Dunque la interpetrazione di quel capitolo sarebbe già fatta..., se non dovessimo avvertire che quella oste contro i Pisani nell'85 non ebbe poi effetto altramente, essendo, a quel che pare, prevalse le pratiche ed istanze del Papa perchè così andasse a finire.[228] Ma ciò, prima di tutto, non infirma la convenienza che abbiamo rilevata fra le circostanze e locuzioni del testo dantesco e i particolari determinati e le forme adoperate nel documento militare: cosicchè sta sempre che quelle si adattano benissimo ad una spedizione militare fiorentina, quandochessia e per dovecchessia avvenuta; nè la cronologia della Vita Nuova è ancora, se pur potrà esserlo mai, così tassativamente fermata, che non sia lecito riferire quel capitolo ad altro anno che all'85. In secondo luogo, poi, anche non avendo avuto effetto nell'85 una vera e propria oste del Comune contro i Pisani, tale da lasciar traccia di sè nella storia come fu per quelle di pochi anni appresso,[229] rimane tuttavia la possibilità d'una semplice fazione, od anche semplice cavalcata, delle tante che di certo sono sfuggite a qualsiasi menzione di storico, a qualunque testimonianza di documento; cavalcata di militi cittadini verso il Valdarno pisano in quella medesima estate. Anzi alcuni di que' documenti del giugno 1285, ai quali io attingo, contengono questa proposta: che all'oste generale contro Pisa si sostituisca «un'andata particolare di cavalieri e pedoni», «i meno che si possa»; tanto per non mancare agli obblighi della Taglia Guelfa, pur dando sodisfazione alle interposizioni del Papa; e quest'altra ancora, che l'andata sia libera, «senza che alcuno sia costretto», ma si bandisca che «chi vuole andare si faccia scrivere». E nulla impedisce di credere, che questa o qualche consimil proposta non abbia infine, dopo tutto quel dibattere di più settimane, avuto, senza troppo strepito, che non si cercava, il proprio effetto.

Del resto, spedizioni fiorentine contro questo o quel Comune, o in aiuto di questo o quell'altro contro altri, non facevano pur troppo difetto: e sul cadere di cotesto medesimo anno 1285, dopo consultar lungo e vario, cinquanta cavalieri, «buoni e gentili uomini della città», ciascuno con «un compagno e due cavalli armigeri», erano effettivamente «in oste pel Comune di Firenze» in soccorso de' Senesi contro gli Aretini per una guerricciuola intorno ad un forte castello di loro frontiera, Poggio Santa Cecilia. Aiuti fiorentini (di genti a soldo, o delle vicaríe del contado, o di cittadini) erano inviati per le parti del Valdarno di sopra, da Montevarchi; altri dal vicariato del Chianti. I cittadini, designati Sesto per Sesto a tale servizio, erano costretti ad andare: cogantur ire: tal e quale il dantesco «mi convenne partire, ed ire....». Dall'oste guelfa scriveva messer Corso Donati al Comune, «sperando del tutto battaglia». La guerricciuola e l'assedio finirono in aprile con la vittoria de' Guelfi.

Ma o pisana o aretina, la spedizione guelfa per la quale a Dante «sia convenuto partire de la sua cittade» ed «ire verso queste o quelle parti», sia scendendo sia risalendo il corso del suo Arno; o in quell'anno 85, vuoi nell'estate vuoi nell'inverno, ovvero in altro anno; cotesta, insomma, qualsiasi spedizione ha qui per noi un'importanza del tutto secondaria; questo invece importandoci, che se paragoniamo il contenuto e la forma di quel capitolo al fatto reale che in esso è adombrato, noi intenderemo tanto bene, quanto forse su nessun altro punto della Vita Nuova potremmo, in quali termini Dante, scrivendola, si collocasse fra la realtà storica e le idealità o misticità, che dir si vogliano, dell'amor suo.

Paragoniamo. Ecco il fatto. Le cavallate fiorentine procedono lungo il corso dell'Arno, al loro cammino: Dante è co' suoi compagni d'arme, giovane tra giovani, nella baldanza de' suoi vent'anni, e del suo sentimento di guelfo magnate che presta al Comune la spada degli Alighieri, esercitata già onoratamente in Montaperti da' suoi maggiori, morti appiè del Carroccio. Dinanzi son date al vento le bandiere di questo Comune glorioso; e il Giglio vermiglio, e la Croce del Popolo, e in lettere d'oro il dolce nome Libertas, annunziano Firenze. — Ed ecco il racconto della Vita Nuova. A Dante è «convenuto partire de la cittade, ed ire verso quelle parti, ecc.». La cagione del partirsi, la qualità e forma dell'andata; le condizioni della città, ne' cui Consigli noi oggi, leggendone gli atti, crediamo di rivivere; tutto, in questo racconto, sparisce. «Avvenne cosa per la quale mi convenne partire»: quella cosa è la guerra guelfa; è la lega di Firenze, Genova e Lucca contro l'odiata emula ghibellina; è Porto Pisano, le cui catene saranno spezzate e trascinate come spoglia di guerra; è l'ambizione d'Ugolino della Gherardesca, la cui atroce fine sarà immortale nella poesia di questo giovane milite, che oggi cavalca pensando rime d'amore. Oppure: è, verso altra parte di Toscana e contro altro nemico, pur sempre la guerra guelfa. Arezzo e Siena rimuginano, anch'esse alla lor volta, i maligni umori cittadini: ghibellina Arezzo col suo Vescovo battagliero, ma guelfi i suoi fuorusciti e gli aderenti loro in città, vanamente aspiranti a un governo popolare sullo stampo di quello fondato in Firenze: Siena, voltabile d'anno in anno, guelfa ora con Firenze: son corsi appena venticinque anni da Montaperti; e fra soli altri quattro sarà Campaldino. Ma nel racconto che abbiamo dinanzi, queste realtà solenni e tragiche svaniscono, e sottentrano ad esse i fantasmi ideali del romanzo d'un'anima. Dante «è a la compagnia di molti»: i suoi compagni perdono ogni personalità individua; sono i «molti», e basta: le cavallate cittadine, i cavalieri gentili uomini, co' loro compagni e i cavalli coverti, sono una «compagnia» non specificata: Dante non è solo; nient'altro. Anzi, anche questo è troppo: non è solo, «quanto a la vista», esteriormente, in apparenza; ma nel segreto dell'anima sua egli è solo, solissimo, perchè sola sua, sola degna, compagnia sono i suoi pensieri d'amore. Il paradosso del maggiore Affricano, — quand'io non fo nulla, è quando fo di più; mai non mi trovo men solo, che quando son solo,[230] — si adatta, con singolare vicenda, non più ai romani pensamenti del vincitore d'Annibale, ma alla medievale psicologia dei trasognati servi di Amore. E tale invero Dante descrive in quella cavalcata sè stesso: «Tutto ch'io fossi a la compagnia di molti quanto a la vista, l'andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l'angoscia che il cuor sentìa, però ch'io mi dilungava da la mia beatitudine». Ma potete voi credergli? Vi riesce uno di quei fieri uomini del Dugento, sotto le bandiere del suo Comune, figurarvelo, storicamente, così? — Era poeta. — Sì: ma poeta, che il giglio della sua Firenze cantò non dover mai essere per man di nemici «posto a ritroso»; il poeta che allo stemma delle grandi famiglie assegna come il fregio più bello l'essere stato portato nelle imprese della patria; «.... e le palle dell'oro Fiorian Fiorenza in tutti i suoi gran fatti»; il poeta che nella ghiacciaia infernale, sul traditore della bandiera, Bocca degli Abati, inveisce ferocemente non pur con le parole, ma e con le mani e co' piedi.[231] Questo il poeta vero, e nel poeta l'uomo. Nella Vita Nuova, dove (a rovescio) l'uomo è il rimatore, sull'ordito dei fatti reali è intessuta la fittizia prammatica dell'amore per rima, son ricamate le gracili malinconiose imagini di essa; e se n'ha un libro il cui fondo è reale, ma il colorito, le figure, l'azione, sono interamente fantastici.

Tanto fantastico, quindi, quel Dante sospiroso fra i cavalieri di cavallata, quanto il personaggio che, invisibile a tutti fuori che a lui, si aggiunge alla comitiva, e chiama il Poeta, e gli favella e lo istruisce di schermi e infingimenti amorosi, e gl'ispira un sonetto. Il personaggio è Amore, il quale, vestito con poveri panni di pellegrino, viene da quella più lontana città dov'è ita la gentildonna. Egli è sbigottito, con gli occhi a terra, un poco sogguardando le acque lucenti dell'Arno. Non però che l'Arno sia nominato altramente che siccome «uno fiume bello, corrente e chiarissimo, il quale sen gìa lungo questo cammino là ove io era», per il solito scrupoloso e perifrastico astrarre dalla storica realtà. Come della mescolanza di essa coi fantasmi psicologici segno caratteristico è ciò; che questa d'Amore sia chiamata apparizione («ne la mia imaginazione apparve.... disparve questa mia imaginazione»); anzi la stessa figura dell'iddio pellegrino finisca col diventare un mero sentimento del Poeta;[232] ma ciò non toglie, che sin che è figura ella sia rappresentata riguardosa della gente con la quale il Poeta è accompagnato: «E sospirando pensoso venìa, Per non veder la gente, a capo chino». Sparito ch'egli è, Dante seguita a cavalcare e a sospirare: «e, quasi cambiato ne la vista mia, cavalcai quel giorno, pensoso ed accompagnato da molti sospiri». E noi con quelli lo lasceremo oramai.

IV.

Ma dopo esser venuti alle conchiusioni che volevamo, e che abbiamo già enunciate dicendo essere la Vita Nuova un libro, il cui colorito, le figure, l'azione, e di questa gli accidenti e le vicende, sono fantastici, ma il fondo è reale. Reale ne' fatti e nelle circostanze della vita quotidiana, ai quali figure e azione e tutto quell'amore per rima si collegano; reale nei personaggi. Reale in lui, Dante Alighieri, e in Beatrice: nelle due gentildonne dello schermo o difesa,[233] siano esse questa cosa solamente, o altresì due giovanili passioncelle del rimatore: realtà i mortorî dell'amica e del padre di Beatrice;[234] e l'amicizia del fratello di questa con Dante,[235] nè più nè meno che l'amicizia di Dante con colui al quale la Vita Nuova è diretta, e che Dante stesso, pur tacendo quello come qualunqu'altro nome, ha indubitabilmente identificato in Guido Cavalcanti:[236] vere e vive donne della città di Firenze, le donne che aveva enumerate nel serventese delle belle,[237] fantasticamente poi e in vario modo operanti nella psicologia del racconto: realtà la donna gentile vicina di casa degli Alighieri, e amore episodiaco del fedele di Beatrice:[238] realtà i romei che passano da Firenze:[239] realtà la ispirazione del Poema, indeterminatamente concepita in una celeste glorificazione di Beatrice,[240] la cui persona di donna viva e vera, come le altre, e fiorentina, astratta dapprima (pel solito procedimento de' rimatori) in donna ideale, è poi, questa volta, trasfigurata e sollevata alla sublimità luminosa di simbolo per opera di un grande Poeta, il quale, quando avrà determinato e fatto scienziale quel primigenio concepimento, «dirà di lei ciò che mai non fu detto d'alcuna».

Dinanzi a queste conchiusioni, che c'impongono la realtà storica di Beatrice, si ha l'affermazione del Boccaccio, ch'ella fosse de' Portinari, e figliuola di Folco. Quale autorità può concedersi alla sua affermazione? Distinguiamo. Altro è dire che il Trattatello di messer Giovanni amplifica e lumeggia retoricamente, come abbiamo veduto, od anche inventa, le circostanze dei fatti per creare intorno ad essi il colorito descrittivo; altro è dire, che quand'egli afferma una cosa, quella cosa non gli si debba credere. La retorica qui non entra per nulla; il colorito locale o personale, nemmeno. C'entra invece, ed è da considerarsi, che un cittadino fiorentino, il quale afferma, non più tardi del 1363 o 64,[241] questa ed altre cose di fatto; e questa la concreta in un cognome di famiglia fiorente allora e notissima, indicandone una donna di cui vivono in Firenze, per lo meno, i nipoti di fratello o sorella, e che i vecchioni della città potrebbero riconoscere come Dante Ciacco, perchè «fatti prima che essa disfatta»; non può questo cittadino tirare in ballo piuttosto quel cognome e quella donna, che un altro ed un'altra, se la verità non fosse che proprio Bice Portinari fu la Beatrice dantesca, e che ciò egli scrive davvero, come esplicitamente dichiarò pochi anni dipoi nel Comento,[242] «secondo la relazione di fededegna persona, la quale la conobbe e fu per consanguinità strettissima a lei». Quella persona, quel Portinari, noi oggi non potremmo che cercarlo per indovinamento lungo le aride rubriche de' Sepoltuarî, o tra il frondame delle tavole genealogiche: ma i contemporanei di messer Giovanni non avevano che a guardarsi attorno, per dimandare quale fosse dei Portinari a quei dì; e se non fosse stato nessuno, e insussistente la notizia data sulla sua fede, — Che frottole ci venite voi a contare? — avrebber detto a messer Giovanni, che qui in Santo Stefano di Badia esponeva loro di viva voce «el Dante»;[243] lo esponeva per solenne provvisione decretata ne' Consigli del Comune, facendo larga parte alle memorie cittadine: fra le quali sarebbe stata peggio che stoltezza piantare, così a capriccio e senza che nulla vel costringesse, non un abbellimento retorico, non un'amplificazione esornativa, ma una falsità; non un fiore de' suoi lussureggianti giardini, ma un'insipida carota dell'orto altrui.

Non è, del resto, solamente una piccola giunta ch'io faccio alla biografia del gran Certaldese, ma altresì una notizia non disutile al nostro tema, questa: che nel banco dei Bardi,[244] fra i tanti interessati come «fattori» all'azienda, fu, dal 1336 al 1338, «Boccaccio Ghellini [Chellini] da Certaldo»: e fattori pure dei Bardi, e cointeressati, furono Portinari parecchi, della discendenza e consorteria di Folco; un Andrea, un Ricovero di Folchetto, un Sangallo di Grifo, un Lorenzo di Stagio, un Ubertino di Gherardo di Folco che stava pei Bardi a Parigi e colà mori nel 1339: nipote, quest'ultimo, di Beatrice Portinari. Non mancarono, come si vede, al figliuol di Boccaccio occasioni di aver ragguagli domestici concernenti sia Bardi sia Portinari: e da un parente strettissimo della Beatrice dantesca, dichiara egli aver avuta la identificazione di lei in Beatrice Portinari, che poi il testamento di Folco ci fa tutt'una con quella madonna Bice, al cui fiorentinesco vezzeggiativo lo stesso Alighieri non rifuggì dal render testimonianza[245] fra gli splendori delle sfere celesti, e pur significando «la reverenza che s'indonna Di tutto me pur per B e per ice».