Egli è noto che un'altra testimonianza, e di grande peso, del tutto indipendente dalla testimonianza del Boccaccio, e che anzi le è anteriore di qualche anno, si è aggiunta recentemente a confermare l'identità della Beatrice dantesca nella figliuola di Folco. Un leale impugnatore di tale identità, Adolfo Bartoli, annunziò egli pel primo pubblicamente, al più strenuo difensore di essa, Alessandro D'Ancona, la osservazione d'un valente discepolo e benemerito degli studî danteschi, di quelli in particolare sugli antichi Commenti, il quale nel Commento di Pietro Alighieri, secondo la nuova lezione che ce ne offre un autorevolissimo codice tornato fra gli Ashburnhamiani in Italia, leggeva[246] quanto appresso (traduco fedelmente da quel piano latino): «È da premettere che in fatto certa nominata madonna Beatrice, molto insigne per costumi e bellezza, nel tempo dell'autore fu nella città di Firenze, nata della casa di certi cittadini fiorentini che si dicono i Portinari; della quale questo autore Dante fu, mentre ch'ella visse, vagheggiatore ed amatore, e in laude sua molte canzoni compose; e poi che fu morta, per celebrare il nome di lei, sì volle in questo suo poema assumerla le più volte sotto l'allegoria e carattere della Teologia». Così là in Verona, dove viveva giudice riputatissimo, scriveva verso il 1360 il figliuolo di Dante. Il cui autentico testimonio (del tutto indipendente, giova ripeterlo, da quello di messere Giovanni) ci riconduce esso pure a colei che Folco Portinari nel testamento del 1288 designava, «madonna Bice, figliuola sua, e moglie di messer Simone de' Bardi».
Quel testamento ha forse il torto d'essersi fatto conoscere troppo presto, e che fino dal 1759 lo abbia pubblicato di sull'original pergamena, illustrando le Chiese fiorentine, il gesuita Giuseppe Richa.[247] Se alle più o men legittime suspicioni su Beatrice i dantisti, dal Biscioni a oggi, avessero avuto per solo argomento e pascolo l'affermazione del Boccaccio, echeggiata dai posteriori biografi; e che da nessun angolo storico, vuoi di sepolcreto vuoi di penetrale domestico, fosse stato ripercosso quel suono, a parola autentica e positiva di documento; io giuro che non sarebbe mancato, fra gl'impugnatori, chi avesse detto: — Noi crederemo al Boccaccio, e agli assertori dell'asserito da lui, la lor Beatrice Portinari, quando avremo un documento dell'esistenza di questa donna! — E allora, pognamo caso che in quest'anno di grazia, e (se a Dio piace, e perchè in Italia non se ne perda l'usanza) di centenario, fossi oggi venuto io con la mia brava pergamena in saccoccia, e al mio fianco l'ombra di quel buon sere che la distese; e avessi annunziato: — Eccolo qua il sospirato o temuto documento, o signori; e voi, ser Tedaldo Rustichelli per autorità imperiale giudice e notaro, tornando dopo anni più che seicento alla vostra professione onorata, rogatevi qui dinanzi a noi e certificate, che madonna Beatrice Portinari a suo tempo, et quidem al vostro, veracemente fu donna, — se tutto questo io lo avessi potuto far accadere; il documento, tale e quale lo abbiamo, ma venuto a tempo, salirebbe, come un valor di borsa in rialzo, di non saprei quanti punti; e la mia critica per man di notaio, non sarei io stesso degli ultimi a portarmela in palma di mano.
V.
Invece al sesto centenario della donna che, secondo il racconto della Vita Nuova,[248] muore nel giugno del 1290, — cioè in piena misticità novenaria, perchè nella nona diecina del secolo, nel nono giorno del mese pel calendario arabico, e mese nono pel calendario siriaco, — io non posso recar altro di nuovo, se non alcune osservazioni di fatto sullo stato coniugale di madonna Beatrice figliuola di Folco Portinari e moglie di messer Simone de' Bardi; le quali spero non siano senza valore per confermare l'identità di essa con la Beatrice dantesca.
Del marito di Beatrice i dantisti, che se lo sono, in certo modo, trovato lungo la strada, dicono[249] che egli nel 1290, durante la guerra guelfa contro Arezzo, era consigliere del Comune presso messere Amerigo di Nerbona condottiero della Taglia in nome del re Carlo d'Angiò; che nel giugno del 1301, partecipava, mediante certe mene guerresche coi conti Guidi, a un tentativo dei Neri per sormontare, come poco dopo venne lor fatto, sui Bianchi, e ne veniva condannato; e che nell'ottobre del 1302, compiutasi la vittoria de' Neri, era ufficiale del Comune sulle libre e prestanze. Vere le due prime cose, e ben rispondenti alla qualità di magnate e cavaliere: non sussistente la terza, perchè quello era ufficio di popolano. Se a ciò avessi ripensato, avrei interpretato più dirittamente il documento, sul quale fui io il primo ad attribuire cotesto ufficio popolare a messere Simone.[250]
In altri documenti, i quali aspettano uno studio degno della loro importanza, libri mercantili de' Bardi, che la cortesia del marchese Carlo Ginori mi ha concesso di esaminare, le mie ricerche, diciam così, coniugali mi condussero per primo resultato alla scoperta sotto l'anno 1310 d'una nidiata di almen cinque figliuoli: «Puccino, Masino e Gieri fratelli, figliuoli che fuoro di Simone di messer Iacopo [de' Bardi], manovaldi di Vannozzo e di Perozzo loro fratelli». Altro che «la steril Beatrice»! dovetti, a prima giunta, col divulgato settenario carducciano,[251] esclamare: e stavo per comunicare al poeta ed amico la prosperosa novella; se non che, seguitando a sfogliare quelle spaziose e crepitanti membrane, ebbi a dire, «non dopo molte carte», Adagio a' ma' passi!
In una ricordanza, di bella forma volgare, quale corre di pagina in pagina per tutti quei voluminosi registri, risguardante una madonna Nente di messer Nepo dei Bardi, enumerandosi sotto il medesimo anno 1310, quelli della famiglia e consorteria i quali, per testamento del padre di lei, dovranno «dicernere» di certi denari che possano spettarle, io leggevo: «Cino, Bartolo, Gualtieri e messer Lapo fratelli, figliuoli che fuoro di messer Iacopo; messer Nestagio di Bardo; messer Simone di Gieri; e Puccino di Simone». Dunque, fra il XIII e il XIV secolo, i Bardi ebbero due Simoni, come da altri di quei documenti potei porre in sodo.[252] L'uno, Simone di messer Iacopo, fratello di quei Cino, Gualtieri, messer Lapo e Bartolo; uomo, cotesto Bartolo, di molta autorità nel popolo e in Parte Guelfa:[253] e questo Simone, ufficiale delle Prestanze nel 1302 e, possiamo aggiungere, stato de' Priori nell'87, e consigliere del Comune nel 78,[254] nel 1310 era morto, e negl'interessi di quella gigantesca ragione mercantile de' Bardi sono inscritti per lui i figliuoli suoi «Puccino e fratelli». L'altro, messer Simone di Geri, cavaliere, consigliere nell'oste guelfa presso Amerigo di Nerbona, partigiano donatesco, cioè de' Guelfi Neri, e per essi brigatore presso i conti Guidi, suoi molto intrinseci: e questo messere Simone di Geri, le cui memorie scendono, per quanto io veggo, sino al 1315, rimanendomene dubbia una del 1329,[255] è certamente il messer Simone de' Bardi ricordato nel testamento di Folco siccome marito di madonna Bice de' Portinari. Un Simone dunque, e un messer Simone: un Simone di messer Iacopo, e un messer Simone di Geri. Perchè il titolo di messere non era un titolo che si desse per complimento o non desse, a capriccio: non si dava a chi non fosse o giudice (cioè dottore in legge), o cavaliere, o costituito in dignità ecclesiastica; e così non lo ha, nè in quel testamento nè su' Prioristi nè altrove, Folco Portinari; non lo ebbe mai Guido di messer Cavalcante Cavalcanti; non lo ebbe Dante: si dava religiosamente a cui, per alcuna di dette ragioni, spettasse, e il titolo trasformava addirittura la persona agli occhi della gente. Scrive un cronista domestico:[256] «Castellano Frescobaldi, che poi fu messer Castellano»: e poco dipoi racconta, che «s'andò a fare cavaliere a Napoli per le mani del re Ruberto»; quello che faceva anche i poeti.
I cinque figliuoli, pertanto, di Simone (e per altre testimonianze[257] parrebbe non fossero i soli; come due, forse, le mogli sue, un'Acciaiuoli e una Gherardini) mi si accertavano per figliuoli di Simone di messer Iacopo, quello de' Priori nell'87 e delle Prestanze nel 1302, morto prima del 10: a messer Simone di Geri, veniva a mancar quella, nè altra testimonianza di prole da nessun altro documento gli sopraggiungeva: e madonna Beatrice ritornava «sterile».[258]
La figliuola adunque di Folco, la quale nel 1288, al testamento del padre, o non aveva avuto figliuoli o non le eran campati, non ne ebbe nemmeno, o non le camparono, fra quel gennaio 88 e il giugno 90 ch'ella morì. Nel giugno del 1290 morì? Questo afferma espressamente della sua Beatrice l'autore della Vita Nuova. Della Bice Portinari, sia pure che documenti non lo confermino; ma nemmeno ve n'ha che vi si oppongano, poichè l'unico che di lei parli, cioè il testamento paterno, la fa viva nel 1288, e moglie di messer Simone, il quale non apparisce aver avuto figliuoli: e tal mancamento di prole dal Bardi e dalla Portinari, è evidente quanto bene si addica alla donna, la cui morte, nella cronologia della Vita Nuova, è a distanza di soli due anni e mezzo da quel testamento. Certo è poi che nella Vita Nuova la morte di Beatrice è effettivamente la morte avvenuta in Firenze, d'una gentildonna fiorentina, in un dato giorno d'un mese dell'anno: data di giorno, mese ed anno, che l'Autore non foggia a capriccio, ma riceve dalla realtà dei fatti; e su questa realtà, che egli non può mutare, sottilizza e si dicervella per iscovare in ciascun elemento di quella triplice data il mistico numero nove, nel quale, in quel medesimo paragrafo, finisce con l'identificare addirittura «la donna della sua mente», conchiudendo ch'«ella era un nove, cioè un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade». Analizza su tre calendarii (su tre, radice del nove) la data dell'anno, e osserva che il 1290 si compone delle prime nove diecine dei cento anni del secolo; analizza la data del mese, e scuopre che il giugno, nel quale essa è morta, è il nono mese del calendario siriaco; analizza la data del giorno, e «secondo l'usanza d'Arabia» (com'è indubitabilmente l'autentica lezione di quel passo[259]) trova sul calendario musulmano, essere il dì 9 del mese di Giumâdâ secondo, dell'anno dell'Egira 689, quel che nel calendario nostro fu il 19 di giugno 1290: la quale è, insomma, la data che l'Alighieri ci ha non inventato ma conservato, della morte di Beatrice.[260] Ora se Beatrice fosse stata soltanto «la donna della sua mente», ossia una qualunque delle tante cose che gl'impugnatori della realtà femminile di lei han voluto che fosse, chi impediva a Dante di farla morire sotto la data più squisitamente novennale novimensuale e novendiale del calendario nostro cristiano, senza che, per compicciare tal data, gli bisognasse trascinar a contributo Maometto e la Siria?
Moglie, Beatrice, nel 1288, da quando? Quando fu che la fanciulla abbellitrice, col suo sorriso, dei calendimaggio nel Sesto di Porta San Piero, passò nelle guernite case dei Bardi, fra le cupe mura di quei forti arnesi da guerra cittadinesca, là oltr'Arno «presso a Rubaconte»? Non lo sappiamo: ma io ebbi già ad accennare che quei parentadi li conciliava, e le più volte per tempissimo, l'interesse domestico e cittadino.[261] Erano due casate che si congiungevano, piuttostochè una fanciulla ed un giovine; erano interessi di vicinanza o di consorteria che si raffermavano, erano secolari e sanguinose discordie che si pacificavano, o si tentava di pacificare, coi matrimonî. Tale io credo questo di Bardi e Portinari, tale l'altro di Alighieri e Donati;[262] e che al tanto dissertare fattosi in questi ultimi anni su madonna Bice e madonna Gemma sia mancato, soprattutto, il senso storico di quella vita reale, e che nello stesso difetto cada la interpetrazione di certi passi della Vita Nuova, che si vorrebbero mettere in relazione col matrimonio di Beatrice o con quello di Dante. La Beatrice che Dante ritrae nella Vita Nuova «donna della sua mente» fin da quando nel 1274 gli apparisce fanciulletta sul nono anno, questa Beatrice, allorchè nove anni appresso, nell'83, si raffaccia agli occhi suoi, «mirabile donna.... in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga età», io non esito a crederla già maritata; e che ella sia già quella «monna Bice», alla cui condizione coniugale rendono testimonianza espressa, e da non doversi lasciar passare inosservata, due luoghi delle Rime;[263] «E monna Vanna e monna Bice poi», «Io vidi monna Vanna e monna Bice». Perocchè la qualificazione di monna o madonna era anch'essa, come già rilevammo per l'altra di messere, riserbata a una data condizione o stato civile, mancando il quale mancava altresì al nome proprio femminile l'apposizione suddetta.[264] Io son d'avviso che il matrimonio di Beatrice, come il matrimonio di Dante, siano l'uno e l'altro, e per le ragioni che sopra esposi a suo luogo, fatti assolutamente esteriori estranei e indifferenti al dramma tutto psicologico, all'amore per rima, della Vita Nuova. Vano quindi il cercare allusioni a cotesti due fatti in questo o quell'episodio del libro, come pur si è tentato massime per il matrimonio di Dante, che si voleva collegare con l'episodio della «donna gentile» e consolatrice, vicina a lui di casa, la quale interviene negli ultimi capitoli, e poi è di nuovo affigurata nel Convivio come simbolo della Filosofia. Donna vera e fiorentina anche quella, io ho per fermo; sebbene ormai impossibile forse ad essere storicamente riconosciuta,[265] ma non la Donati di certo, non la madre (fin d'allora forse, già madre) de' figliuoli di lui. Perchè, insomma, nella Vita Nuova è ben da distinguere storia e psicologia. Alla narrazione psicologica, la quale si compone di fatti atteggiati secondo la scolastica dell'amor medievale, e prescindendo dalla realtà, e quindi anche dalla verità, appartengono non solamente le visioni, i sogni, lo interloquire degli spiriti e spiritelli amorosi, ma altresì e in pari modo le iperboliche descrizioni degli effetti che la vista di Beatrice produce sul Poeta e sugli altri, le sue proprie (com'e' le chiama) trasfigurazioni o tramortimenti, e intorno a sè in quello stato l'atteggiamento delle donne gentili e pietose, o motteggiatrici e beffarde, le questioni di casistica o dommatica amorosa qua e là interposte, la desolazione de' cittadini e la epistola deploratoria per la morte di lei.[266] Quando s'impugna la possibilità storica di coteste e simili altre cose, io credo che la s'impugni a buon diritto, sia rispetto alle condizioni dell'umana natura in sè stessa, sia, e più, rispetto a quel ch'ella era nella Firenze di quei tempi; ma non già che se ne debba concludere, tutta la Vita Nuova essere deficiente di storica verità, e Beatrice non essere donna viva e reale. Si dica, sì, che in quel libretto, il quale per la sua singolarità si sottrae alle norme della comune esegesi, ben poco è di storico: ma quel poco non si può, senza ingiuria, distruggere. Nè io intendo qui enumerarlo compiutamente, ma soltanto accennare, per esempio,[267] la morte dell'amica di Beatrice, la partenza da Firenze della gentildonna del primo schermo o difesa, la cavalcata per la guerra guelfa, l'assistenza che essendo Dante infermo gli presta (quale sembra che sia) la sorella, l'amicizia con Guido Cavalcanti e col fratello di Beatrice, probabilmente Manetto; e poi,[268] rispetto a Beatrice, le positive indicazioni dell'età di nove e diciotto anni, la data della morte fermata sui tre calendari, la morte del padre. La data che nella cronologia della Vita Nuova viene ad avere questo ultimo avvenimento, collima con la data della morte di Folco Portinari, 31 dicembre 1289: ma ciò non è tutto, anzi è meno assai di quest'altro. Del padre di Beatrice scrive Dante che «egli, sì come da molti si crede e vero è, fu buono in alto grado». Ora io non so, queste parole nella semplicità loro così belle ed espressive, — e che non siano più esplicite e personali, lo impedisce l'astrattezza perifrastica impostasi come dicemmo, dall'Autore, — queste parole, nelle quali la verità dei fatti e la pubblica opinione sono concordate in un reverente omaggio ad un'anima buona, e la lode del bene operare vi è così schiettamente significata; non so su quale tomba più degnamente potrebbero scriversi che su quella dell'uomo, la cui bontà si è tramandata a' suoi cittadini in un'opera di carità perenne e inesausta quanto la miseria umana e il dolore; dell'uomo, di cui fu potuto dire doversi a lui lo Spedale, come a Beatrice sua figliuola il Poema.[269]