Il riprendere lo studio di tutta la Vita Nuova sotto questo doppio aspetto, psicologico (o se più atto vocabolo si trovi) e storico, eccede l'assunto e i confini e l'agio di queste mie pagine; e mi terrei pago che altri se ne incorasse. Con ciò si verrebbe altresì, da un lato, ad alleggerire la biografia del Poeta di tutto quanto, in quel giovanile periodo, non appartenga ai fatti della vita reale, e dall'altro a ridurre al loro valore le affermazioni che di sul Boccaccio furono ripetute tradizionalmente. Una delle quali è, che il matrimonio di Dante con la Gemma di messer Manetto Donati (del matrimonio di Beatrice non si cura egli far menzione veruna) fosse dai parenti di lui procurato per consolarlo della morte di Beatrice. Questo è confondere que' due ordini di cose, separati del tutto e l'uno dall'altro indipendente.[270] Rispetto a quel che ne sappiamo, come pure rispetto alla psicologia della Vita Nuova il matrimonio di Dante potrebbe anche antecedere alla morte di Beatrice. A ciò qualche altra cosa, invece, si oppone: e prima di tutto, l'affermazione del Boccaccio; secondochè ad altro proposito distinguemmo, non potersi le sue affermazioni di fatti venir rifiutate alla stregua delle sue amplificazioni descrittive di quelli. Poi, certi documenti, alquanto a dir vero spiacevoli, ma positivi se altri mai, della vita mondana di Dante, cioè i Sonetti appartenenti alla Tenzone con Forese Donati,[271] e a que' loro anni di vita scapestrata ai quali egli allude nell'incontrare il pentito sposo della buona Nella fra gli espianti del sesto balzo.[272] Se quel sensuale obliamento di sè medesimo va posto tra le aberrazioni delle quali egli poi nel XXX e XXXI del Purgatorio si accusa a Beatrice d'essersi reso colpevole dopo la morte di lei, que' Sonetti vengono ad esser posteriori al giugno del 90: ora in essi, che sono, com'è noto, un palleggio d'ingiurie fra i due sonettieri, mentre non mancano le mordaci allusioni di Dante alle infedeltà coniugali di Forese, queste non sono da Forese, come invece sono le altre, ribattute a martello in faccia dell'avversario; anzi da uno di que' Sonetti[273] può arguirsi piuttosto la convivenza di Dante con un fratello ed una sorella. Se non che questa stessa condizione di cose, mentre confermerebbe nel Boccaccio la data matrimoniale posteriore al 90, ossia l'affermazione del fatto, infirmerebbe, al solito, l'amplificazione retorica del fatto stesso, in quanto quel suo Dante lacrimoso e desolato, e confortato dai parenti alle dolcezze e alla santità della compagnia coniugale, apparirebbe, in realtà, sviato dietro ad altre, alquanto diverse, compagnie e consolazioni.
Insomma il matrimonio di Dante, sia che si dovesse o volesse crederlo anteriore al 1290, o, sulla fede del Boccaccio, debba aversi siccome avvenuto poco di poi, nulla ha che lo colleghi con la morte di Beatrice, con quella che Dante già nemmen denomina morte, ma un «essere chiamata a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta Maria»;[274] nè sa attribuirla a cagione fisica morbosa, «Non la ci tolse qualità di gelo Nè di calor, sì come l'altre face»,[275] precisamente all'opposto del Boccaccio, il quale al racconto di essa morte proemia con una specie di aforismo ippocratico, che «un poco di soperchio di freddo o di caldo che noi abbiamo (lasciando stare gli altri accidenti infiniti e possibili), da essere a non essere senza difficoltà ci conduce», e così pianamente fa morire «nel fine del suo vigesimoquarto anno» anche «la bellissima Beatrice». Seguono nel Trattatello,[276] letteralmente interpretati e descritti, i pianti, i sospiri, le disperazioni della Vita Nuova, con più quello che la Vita Nuova non ha. Ciò sono, le consolazioni dei parenti, che dopo lungo resistere Dante finalmente ascolta: allora, perchè «non solamente de' dolori il traessino, ma il recassero in allegrezza», succede il loro «ragionare insieme di dargli moglie; acciocchè, come la perduta donna gli era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fusse la novamente acquistata. E trovata una giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E acciocchè io particolarmente non tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento segui l'effetto: e fu sposato». E qui, conchiusione a dir vero che non ci aspetteremmo, una fierissima tirata contro il voler dare moglie agli uomini di studio, i quali quel censore rigidissimo scomunicava (come vedemmo[277]) anche dall'amore; e sul capo della povera madonna Gemma (manco male ch'e' non la nomina), lanciata quella retorica sentenza di moglie, per lo meno, incomoda, che nulla di quel poco, pur troppo, che sappiamo della Vita di Dante, concorre a giustificare.
VI.
Di consolazioni a Dante nella morte di Beatrice rimane documento molto invero diverso da quelli che porterebbe il racconto del novellatore biografo. La consolazione è d'un poeta al poeta, di amatore ad amatore; con imagini gentilmente intrecciate a quelle delle rime amorose di Dante; trasportata l'azione dalla terra al cielo; attori, pur da una di quelle rime,[278] due personaggi fantastici, la Pietà e l'Amore. Il consolatore, l'amico, il poeta, è messer Cino da Pistoia. La cui Canzone a Dante per la morte di Beatrice, falsamente, e a cagione d'un materiale equivoco, attribuita da alcuni al Guinicelli, tornò a luce in questi giorni, emendata sui manoscritti, ornata di antichi caratteri e di miniature, offerta dalle gentildonne fiorentine alla prima gentildonna d'Italia.[279] Il nome augusto della nostra graziosa Regina fregia degnamente questo documento poetico, nel quale le ragioni della storia e della idealità amicamente si consertano.
L'«amoroso messer Cino»,[280] il poeta che divise con Guido Cavalcanti e col fratello di Beatrice i più caldi sentimenti d'amicizia nel cuore di Dante, si scusa con lui di non essersi prima d'ora rivolto a quei due benigni iddii, la Pietà e l'Amore, che vengano a confortarlo. Pensa tuttavia che egli è sempre nel lutto del cuore e dell'anima, per l'andata in cielo di quella veramente beata gioia, come il nome stesso diceva. Desidera rivederlo; nè sa quando. Intanto, finchè dura il suo lutto, giungeranno sempre opportuni i conforti. E così, a dettatura d'Amore, — Voi avete torto — lo ammonisce — ad accorarvi che dalla miseria di questa vita Beatrice sia volata alla compiuta gioia del cielo. Voi stesso avevate cantato che un Angelo l'aveva chiesta a Dio, come la sola cosa bella che mancasse al paradiso: ed ora ella è lassù, fra i Santi e le Virtù celesti, dinanzi alla suprema Salute, alla Divinità. L'oggetto dell'amor vostro, quello nel quale la mente e l'intelletto vostro si fissavano, ora lo avete nel regno celeste: e i vostri spiriti affettivi Amore li indirizza lassù. Perchè dunque dolervi? Confortatevi, rallegratevi nel cuore e nell'aspetto; perchè, sebbene collocata da Dio in paradiso, ella è pur sempre con Voi. Ai conforti che Amore vi porge, si aggiungono quelli della Pietà, la quale vi scongiura che cessiate di piangere. Ascoltatela, deponete il vostro lutto; pensate che il dolor disperato priva l'anima della grazia di Dio; e che in tal modo Voi sareste crudele verso l'anima vostra, e verso la speranza che questa ha di rivedere un giorno Beatrice nel paradiso e riposare nelle braccia di lei. Dunque vi piaccia accogliere speranza di conforto. E già fin d'ora Voi potete fissar gli occhi nell'eterna beatitudine, dove dimora la vostra donna che fra i beati è coronata: così la speranza vostra è in paradiso, l'innamoramento vostro è santificato, contemplando l'anima di Beatrice fatta celeste! Or com'è che il cuor vostro non si dà pace, avendo pure in sè medesimo dipinte quelle beate sembianze? Beatrice è colassù la medesima meraviglia che era nel mondo, anzi maggiore, perchè ivi è dalle intelligenze celesti conosciuta compiutamente. E con quanta festa l'abbiano gli angeli ricevuta, Voi medesimo, i cui spiriti fanno spesso quel viaggio, lo avete riferito nelle vostre rime. Essa, parlando di Voi con gli spiriti beati, ricorda le lodi di che l'avete onorata in vita; e prega il Signore, che vi conforti, come ormai Voi stesso dovete desiderare.
Dante non dimenticò la Canzone di messer Cino: e fra le citate dell'amico suo pistoiese nel libro di Volgare Eloquenza, è, col primo suo verso, anche questa.[281] Le allusioni che essa sparsamente contiene alle rime dell'Alighieri, possono più specialmente riscontrarsi nella prima, nella seconda e nella ultima fra le Canzoni della Vita Nuova.[282] Nè questo confronto può farsi senza pensare altresì, che anche sulla tomba di Dante, e già prima su quella del loro imperatore, dell'«alto Arrigo», la voce del fedele amico e compagno di parte recò il tributo della poesia toscana.[283] Di Arrigo rapito (così egli dolorosamente) «alle speranze degli esuli», cantò che aveva raggiunto nel cielo la virtuosa sua moglie, Margherita di Brabante, morta anch'essa in quella infelice spedizione italica. Per Dante, pregò Dio che «lo ricoverasse nel grembo di Beatrice», e imprecò all'«iniqua setta» che aveva arricchito Ravenna del tesoro che Firenze aveva perduto.
Pochi anni appresso, uno de' primi e più autorevoli a commentare la Commedia, l'Ottimo, ricordò la Canzone consolatoria di Cino a Dante insieme con le Rime di questo in onore di Beatrice «in quanto ella fu tra' mortali corporalmente».[284] Più tardi, i nomi dei due poeti e delle loro donne congiungeva, nel gentil vincolo della idealità amorosa, il Poeta dell'amore Francesco Petrarca:[285] «Ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia, ecco Cin da Pistoia»; appagando, in altro modo, il desiderio, anzi il rammarico, di Cino, il quale avrebbe voluto che nel paradiso dantesco la sua Selvaggia avesse avuto un seggio di gloria accanto a Beatrice.[286]
VII.
Questi di messer Cino, poetici, non i romanzeggiati domesticamente dal Boccaccio, furono i conforti che Dante ricevè per la morte della «donna della sua mente». E se proprio li ricevè in mezzo a quel giovanile traviamento, è da credere che non saranno stati senza efficacia a risvegliare entro lui, nel nome di Beatrice, la coscienza delle nobili e gentili idealità che egli veniva atteggiando a fantasmi dell'«alta visione» d'oltretomba. Ma rispetto alla realtà delle cose, come il poeta amatore di Selvaggia Vergiolesi bene avrebbe potuto mandargli que' versi anche se già marito, anche se padre di alcuno dei figliuoli che a lui dette madonna Margherita degli Ughi, così il poeta amatore di Beatrice Portinari avrebbe potuto riceverli al fianco di madonna Gemma Donati vegghiante a studio della culla, in mezzo a' figliuoli che dovevano un giorno commentare il Poema del padre. Così Guido Cavalcanti, dalle maremme del confino, mandava l'ultima sua ballatetta,[287] «leggera e piana», di nascosto dalle persone grossolane, «dritta alla donna sua», pur sapendo che a casa lo aspettavano la moglie e i figliuoli (una Uberti, figlia di Farinata) e, fra le braccia loro, la morte. E quando anche Dante fu, ma per sempre, travolto nell'esilio, e per «primo strale di questo arco» senti il dolore di «lasciar ogni cosa diletta più caramente»,[288] la moglie rimase fida custode della casa vedovata, mentr'egli conduceva seco fra le dure realtà della vita, le sue idealità affettive e intellettuali, e superbo mistero dell'anima sua, il concetto del Poema divino.
In quel concetto regnava Beatrice. Vi regnava con altre ideali, ma ad un tempo reali, imagini di donna: Rachele e Lia, Lucia, Nostra Donna, imagini sante; imagini umane, Matelda e Beatrice. L'azione del Poema dantesco incomincia dal compianto di quella Donna gentile e divina e dalla pietà di Lucia, verso l'uomo perduto fra i triboli della vita reale; e nel trionfo di Maria, e nella preghiera degli uomini a Lei, per la bocca dei Santi, si conchiude. Nel mezzo di quest'azione stanno le altre due figure Matelda e Beatrice; sovrana, Beatrice: ambedue, ministre della grazia di Dio nella conversione di Dante, cioè dell'uomo, dalle miserie dai mancamenti dalle colpe dalle fallacie della vita attiva, alle sublimi e consolatrici verità dello spirito. Dinanzi a Beatrice, trascorsi dieci anni dal 1290 luttuoso, e dopo ch'ella è fatta celeste simbolo della maggiore altezza a cui possa ascendere l'umano mediante la contemplazione del divino; dinanzi a Beatrice, «gloria della gente umana»;[289] Dante si accusa con lacrime delle sue infedeltà. Infedeltà alla donna poetica, anche alla donna forse; infedeltà al simbolo: l'uno e l'altra in Beatrice inseparabili. Ma quella donna ha un nome: e il nome di Beatrice Portinari non si cancella ormai più nè dalla storia del suo secolo nè dalla poesia perenne dell'umanità.