Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia della vita: possono, della vita, adombrare con le loro imagini, o idealizzare, la realtà; ma quelle imagini dalla realtà si distaccano, hanno propria esistenza, alla quale la realtà rimane estranea od anco può contraddire. Beatrice è donna; addiviene angelo, simbolo, ente: Laura è moglie e madre; la poesia la restituisce, libera, alle idealità dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cristiane, e umane almen tanta parte quanta è umano lo spirito, il Rinascimento le aveva, sin dove potè, sopraffatte con l'umanesimo della materia, con la sua mitologia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando a svolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica quel filo che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta la poesia italiana, non pure sino alle Grazie d'Ugo Foscolo, che al rito delle sue Dee sugli «aerei poggi di Bellosguardo» consacrava sacerdotessa anche una gentildonna fiorentina,[331] ma sino all'Urania del Manzoni, che precedè gl'Inni sacri e i Promessi sposi. Nella poesia del Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a Lorenzo, le ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spiccate dall'idillio fiesolano, nel quale messer Giovanni ha classicizzato e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di Mensola, le origini di Firenze.[332] Da Poggio a Caiano per Careggi e Montughi fino a Settignano e Maiano, lungo tutto questo nostro subappennino gentile, le Driadi e le Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna del loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce misteriosa de' pleniluni, che pur si diffonde sulla Badia medicea di Brunellesco, e da' finestroni della vecchia cattedrale di Fiesole investe le animate sculture di Mino, lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi di frate Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto, una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva la vita al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia del contadino. E la cronaca cittadina, compilata sulla cetra dei latinisti, esalta questa devozione di madre alla sua creatura, sapete come? con inveire contro gli Dei Lari che non hanno sorretta quella tettoia, contro le divinità campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba (un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere; con l'imprecare alle Parche, tuttavia non senza consolarsi pensando che laggiù, fra le ombre elisie, Alba, la più bella di tutte, usurperà il regno a Proserpina: e tutto questo pur descrivendo, e non senza efficacia, la madre presente all'eccidio della giovine figliuola, e che ne perde i sensi; e lo strazio del marito, che, lontano da Firenze, torna quando la sua povera moglie è ormai sotterra, e vuole a forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che le care sembianze siano restituite una suprema volta al suo disperato dolore.[333] La famosa brigata delle gentili donne fiorentine, che fuggendo i dolori e i pericoli della pestilenza del 1348 è dal gran novelliere immaginata ritrarsi in una di quelle vallette fiesolane, ci perde i nomi con che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stratilia, e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la fauna de' loro amatori:[334] con tanta verità, quanta ne è in cotesto calunniare la donna, sia di quello sia di qualunque altro secolo, apponendole che, dove si soffre e si muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere ferma e fedele al suo posto.[335] Tanta verità in ciò (Voi non mel concedereste se lo affermassi, o donne gentili), quanta nella bizzarria germogliata, non si sa come, in testa al buon Franco Sacchetti, d'una Battaglia delle belle donne di Firenze con le vecchie,[336] le giovani schierate sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello dell'infernale Proserpina; il tutto in quattro cantàri d'ottave mal connesse, con volgare strazio d'ogni nobile affetto e un pocolino anche del buon senso, che informa invece così finamente le novelle di quel medesimo Franco. Tanta verità in coteste cose, quanta (per tacer d'altre volgarità siffatte) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle prose più belle di nostra lingua, Le bellezze delle donne; le quali bellezze don Agnolo Firenzuola immagina, in un'altra brigata boccaccevole, siano da quel suo Celso, che è poi lui stesso senza la cherica, analizzate pezzo per pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca, e Verdespina, e Selvaggia, ascoltatrici e interlocutrici: anatomia estetica, possibile forse ad eseguirsi laggiù nella Magna Grecia in servigio di Zeusi quando dipingeva la sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della badia di Grignano, l'anno di grazia millecinquecento tanti, in una veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non dimentiche di sè medesime.[337]

IV.

Non era quella, nè poteva essere, la poesia della vita fiorentina fra il XIV e il XVI secolo. Fantasticata su' libri, e in libri foggiata, essa non attinge nè attiene alla vita vera di quell'età; nè vera è la donna che su quel mitico fondo, tutto romano e greco, nulla medievale, campeggia. Vera, invece, dalle descrizioni, o siano poetiche o meglio se in prosa schietta fiorentina, de' conviti nuziali, delle armeggerie, delle giostre, vera e viva ci sorride, e onestamente baldanzosa, e di quelle cavalleresche e cortigiane onoranze seco medesima sodisfatta e superba, la donna. Non mancano anche in cotesti suntuosi apparati lo iddio Amore, gli Amorini (convertiti bensì, il che ha un po' del trovadorico, in spiritelli), le Ninfe; sibbene come ornamento esteriore, fregio posticcio, parvenza fugace; non come espressione mitologica d'un sentimento, o quasi (direi co' filosofi) espressione essoterica d'una dottrina. Ma la figurazione dominante e caratteristica è dalla cavalleria medievale, e s'atteggia e si drappeggia nelle persone e nelle foggie di castellani e di principi, d'uomini d'arme, di donzelli, d'araldi e di paggi, di dame crudeli e di servi d'amore, con seco le grandi o gentili memorie delle crociate, de' passaggi imperiali, della «santa gesta» de' Paladini: le donne (ha cantato Dante[338])

le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi

che ne invogliava amore e cortesia.

Siamo in piazza Santa Croce il 7 febbraio del 1468; e si fa la giostra[339] della quale Lorenzo de' Medici scriverà ne' suoi Ricordi: «Per eseguire e far come gli altri, giostrai in sulla piazza di Santa Croce»; e ne noterà la spesa in fiorini diecimila di suggello: «e benchè d'anni e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto fornito d'ariento, con un Marte per cimiero.» Entrano in campo i giostratori: Medici, Pitti, Pucci, Vespucci, Benci, Pazzi, e altri molti; qual più qual meno riccamente forniti: con magnificenza più che regale, Lorenzo alla divisa de' gigli d'oro di Francia, e in sua compagnia il fratello Giuliano, coperti d'oro, d'argento, di perle, di pietre d'ogni sorta preziose: ciascun cavaliere accompagnato da trombetti e paggi e uomini d'arme, e giovani gentiluomini a cavallo tutti vestiti sfarzosamente alla divisa di quello; brigate per ciascuno di poco meno che un centinaio di persone; e ciascun cavaliere col suo stendardo, nel quale fra emblemi e segni diversi, e per lo più tra verde di prati e fiori di verzieri, la dama del cuore. Questa, leggermente velata di bianco, con ghirlanda di quercia in mano, e a' piedi legato con catene d'oro un leopardo; quella, in abito di ninfa, che riceve nel grembo le foglie d'un faggio battuto dalla tempesta, e le dà mangiare ad un daino; quell'altra, vestita di bianco e di verde, che le saette d'Amore infocate spenge nel fonte che scorre a' suoi piedi; un'altra, vestita di paonazzo, che quelle stesse saette fa in pezzi e ne semina il prato: ma la dama di Lorenzo, irraggiata dal sole traverso ai colori dell'iride, vestita di drappo alessandrino ricamato a fiori d'oro e d'ariento, coglie d'un ramo di lauro rinverdito sull'arido tronco, e ne fa ghirlanda, e ne sparge foglie all'intorno; il suo motto, in lettere di perle grosse da gioiellare, le tems revient. E molto lontano da Firenze, in Roma, nell'austerità baronale del palagio degli Orsini, pensava a lui in quel giorno una giovane donna, che non era nè forse le rincresceva di non essere la dama del suo stendardo, perchè si apparecchiava ad essere la madre de' suoi figliuoli. «Lorenzo è molto occupato in questa giostra, chè già da tempo non ò avuto sue lettere»; ha detto ella, la Clarice, un mese innanzi, a uno de' Tornabuoni venuto a recarle le nuove di lui: ed ora, appena corrono a farle sapere «come Lorenzo à fatto la giostra, e n'è uscito sano e con grandissimo onore», e che «s'è aoperato tanto degnamente quanto sia possibile di dire», e che «giammai fu paladino facessi quello à fatto Sua Magnificenza», risponde soavemente: «Ora che s'è fatto la giostra, non avrà più scusa da recare, che non venga a Roma questa quaresima.» E in occasione della quaresima, la madre le ha fatto «levare panno pagonazzo di Londra per una gonna a la romanesca», che crede quel fidato Francesco Tornabuoni «non istarà punto male»; e così si propongono, madre e figliuola, di «andare vicitando tutti questi perdoni, pregando Iddio per Lorenzo»: ma la madre insiste ch'e' venga, perchè «vuole che voi vegiate la vostra mercanzia, avanti l'abbiate a casa; la quale ogni giorno migliora»: della qual locuzione figurata non so se proprio si abbellisse il parlare della nobilissima matrona, o s'ella fiorisse spontanea nella lettera del mercante cliente al mercante magnifico.[340]

Un anno e quattro mesi dipoi, il 4 giugno del 69, le nozze di Lorenzo e di Clarice si celebravano in Firenze con grande solennità, la quale incominciava con due interi giorni di offerte a casa i Medici dal contado e dalle città di Toscana; offerte la cui consistenza sommò, per citar qualche cifra, a un centocinquanta vitelle, paia di capponi paperi e pollastri più di duemila, vini nostrali e forestieri a botti, e simili altre gentilezze, che Lorenzo partecipava largamente alla cittadinanza, anche prima d'imbandire, dalla domenica al martedì, ben cinque conviti, che empivano le loggie e i giardini del palagio di via Larga, con le mense distribuite fra giovani donne in compagnia della sposa («cinquanta giovani da danzare» dice l'informazione[341]), e le donne di più età con madonna Lucrezia; e così in tavole separate i «giovani che danzavano» e gli uomini di più età. Dalla domenica mattina, quando la sposa, partitasi dalla casa degli Alessandri «a cavallo, in sul caval grosso che donò a Lorenzo il re di Napoli», entrava fra nobilissimo corteo nella casa maritale, mentre festeggiato di musica lieta si tirava su alla finestra il simbolico ulivo; sino alla mattina del martedì, quando «andò a udire messa a San Lorenzo», con in mano uno de' mille doni nuziali, «uno libriccino di Nostra Donna, maraviglioso, scritto a lettere d'oro in carta d'azzurro oltremarino, coverto di cristallo e d'ariento lavorato»; Clarice Orsini, trasportata avvolta sollevata in quel profumo di gioventù, di bellezza, di grazia, di forza; ricevuta nelle sale che Cosimo, Piero e Lorenzo avevano impreziosite dei tesori dell'antica arte e della risorta; circondata, sovraccarica, dagli splendori d'una ricchezza che, anche non ostentata anzi voluta dissimulare, tuttavia impacciava quasi sè medesima; regina degli omaggi che il fiore delle intelligenze di tutto il mondo tributava a questa famiglia, la cui potenza era soprattutto l'ingegno; potè ben comprendere ch'ella era venuta sposa al primo cittadino, non che di Firenze, d'Italia.

E lasciamo stare se a quella gaiezza un po' sbrigliata della città popolana, allo scetticismo elegante di quei letterati già bell'e cortigiani, a quelle transazioni fra il cittadino e il cliente che corrompevano intorno al patrono tanto vecchio sangue repubblicano, se a questo e ad altro che poi dovette offendere la sua romana alterezza e i suoi sentimenti di moglie e di madre,[342] ella ripugnò sin da principio, e ne contrasse quel malinconico cruccio che avvolse tutta la sua virtuosa esistenza domestica; lasciam pure che invece del Poliziano, il quale ella giunse perfino a cacciare di casa,[343] preferisse di vedersi intorno ser Matteo Franco, buona pasta di cappellano e di sonettiere faceto, nelle cui fiorentinissime lettere madonna Clarice, circondata da' suoi figlioletti, è viva e parlante figura;[344] ma non saprei tuttavia credere, che, giovinetta sposa, ella non abbia dovuto gustare, di quella popolana gaiezza, di quella eleganza addottrinata, di quei cortigiani ritrovi, quanto parlava così vivacemente ai sensi e alla fantasia, in feste, per esempio, simili a questa, che pochi anni avanti, nel 64, aveva empito del suo fragore gioioso una intera notte del carneval fiorentino.

«Notizia d'una festa fatta la notte di carnasciale, per una dama la quale fu figliuola di Lorenzo di messer Palla degli Istrozi. La detta festa fu fatta da Bartolomeo Benci, come innamorato di detta dama.»[345] Ve la riassumo, il più che potrò con le parole stesse della Notizia contemporanea, che sono una pittura. Bartolommeo Benci ha ordinato, con altri otto giovani di principali famiglie, un'armeggeria notturna, l'ultima notte di carnevale, in onoranza, prima alla dama sua, poi, come sentirete, a ciascheduna delle otto respettive dame de' suoi compagni. Ciascuno di essi otto è a cavallo, ricchissimamente forniti: ciascuno ha trenta giovani intorno a sè, vestiti alla propria divisa, con torchi in mano, e altri otto intorno alla briglia. Il Benci poi, col bastone di «Signore e Capitano della Compagnia», è «in su 'n uno cavallo che la natura nollo potre' fare più bello; con fornimento e sella e briglia tutto di chermisi, ricamato di molte argenterie tanto riccamente quanto fare si potè: e lui in su detto cavallo, con uno giubone di perle ricamato e gioie, con due alie alle spalle, d'oro e più altri colori. E intorno al detto Signore era quindici gentili giovani a piè; tutti con gonnellini di raso chermisi foderati d'ermellini, con calze pagonaze: a' quali esso Signore donò a ciascuno. E oltre a questo, aveva intorno detto Signore centocinquanta giovani, tutti vestiti a una sua divisa, cioè gonnellini e calze verdi, con falconi nel petto e di drieto, d'ariento, che gittavano penne per tutto el gonnellino: e' quali centocinquanta giovani ciascuno aveva uno torchio acceso in mano.» Portatori e pifferi circondano il Trionfo d'Amore, che è alla testa: un Trionfo «alto braccia venti, composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abagliato: co' molti ispiritegli d'amore con archi in mano; e in alcune parti l'arme de' Benci, e in altri luoghi la divisa del padre di detta dama: co' molte campanellette e sonagli d'ariento, e varie cose. Era composto, detto Trionfo, d'alloro, mortina, arcipresso, abeto e scope, cose tutte verdi e calde, apropriate all'amore. E, per abreviare, in sulla cima di detto Trionfo era un cuore sanguinente, aceso in fiamme di fuoco, che del continovo ardevano; con certi razi» che a suo tempo dovevano esser lanciati. Muove la brigata (tutto ben computato, oltre un cinquecento persone) dalla Piazza de' Peruzzi, dopo una lauta cena in casa di Bartolommeo, e va alle case degli Strozzi da Santa Trinita: due Benci e due Strozzi regolano a cavallo l'andata. La Signoria ha fatto bandire, che nessuno quella notte giri a cavallo per la città, fuor di cotesta armeggeria; e che in essa o a cagion d'essa, «se per disgrazia alcuno fusse morto, chi l'ammazza sia sanza pena e sanza bando»: il che è detto «un obviare a' casi cattivi che potrebbero nascere». E così, «giunti a casa della dama, feciono la mostra. E apresso, ciascuno corse ritto in sulla sella, secondo uso d'armeggeria, con uno dardo in mano, dorato. E dipoi ancora, ciascuno corse con una lancia busa, dorata; e ruppono a piè della finestra dov'era detta dama. La quale si mostrava in mezo di quattro torchi acesi, con tanta graziosa onestà che una Lucrezia basterebbe. E fatto questo, el Trionfo era fermo sulla piaza, dirimpetto alla finestra dov'era detta dama: e al Signore fu ispiccate l'alie e gittate in sul Trionfo; e in quel punto, era ordinato che a detto Trionfo s'apiccassi el fuoco: e così arse, con tante grida e suoni che insino alle stelle andava el romore. E i razi che v'erano su erano artificiati in modo che pareva che quegli ispiritegli d'amore, ch'erano in su detto Trionfo, co' l'arco che gli avevano in mano gli saettassono. E così acesi, per l'aria volavano apresso alla dama: alcuno n'andava in casa della detta dama, che si istima glien'entrassi alcuno nel cuore, per compassione del detto amante. E fatto questo, el detto Signore Amante, partendosi con tutta la compagnia, per non volgere le spalle a detta dama, fece che sempre el cavallo andava indrieto, tanto che più nolla potè vedere. E partiti di quivi, andorono a rompere le lancie e armeggiare a casa le Dame di ciascuno de' suoi Compagni, cioè degli otto nominati. Dipoi tornorono tutti dalla Dama del Signore, e feciolle una mattinata co' molti suoni e gra' magnificenza; e questo si dice mattinata, perch'era presso a dì. E dipoi si partirono, e acompagnorono el Signore, cioè Bartolomeo Benci, a casa, nel modo e forma come s'erano partiti nel prencipio. E 'l detto Signore aveva ordinato molte confezioni, e fece tutti convitare co' gra' magnificenza». A chi poi rimanesse la curiosità (mi sia permesso, gentili ascoltatrici, supporla), se a que' nove armeggiamenti sotto le finestre delle nove case abitate dalle nove dame, corrisposero a suo tempo nove bei matrimoni, rispondo: che quanto ad alcuna delle amorose coppie, no certo, per la ragione molto stringente che il cavaliere aveva moglie, il che fa altresì lecito ammettere che anche qualcheduna delle respettive dame avesse, per ulterior respettivo, marito: quanto a qualche altra coppia, potrebb'anch'essere; ma a chiarirlo, bisognerebbe, come de' cavalieri, avere i nomi delle otto dame; e questi la Notizia, che vi ho riassunta, non ce li dà. Quanto poi alla coppia che più forse vi preme, mi rincresce dovervi notificare, che la Marietta Strozzi, nonostante tutta quella bersagliatura di razzi amorosi fra la quale le finì il carnevale del 1464, sette anni dopo andava sposa (e già aveva seguìta fuor di Firenze la madre) ad un Calcagnini di Ferrara; e l'anno appresso, nel 72, l'aligero, e poi spennacchiato, capitano Bartolommeo Benci sposava la Lisabetta Tornabuoni, una sorella di quel confidente a Roma tra la Clarice Orsini e Lorenzo de' Medici.

Molte dolci memorie, del resto, dovè lasciare la bella Marietta Strozzi nella città nostra,[346] lontano dalla quale il padre suo esule (come per lungo tempo, dopo il trionfo de' Medici, furono, di generazione in generazione, gli Strozzi) era morto di ferro, e per l'esilio di lui aveva dovuto pure starsene fuori la madre, virtuosissima e austera donna, Alessandra de' Bardi:[347] e in questa quasi orfanezza, la fanciulla si trovò forse più libera che alla condizione sua non convenisse:[348] almeno in quell'inverno del 64, nel quale, poche sere avanti l'armeggeria, sentite quest'altra sua avventura carnevalesca, e che cosa era possibile a farsi, senza scandalo, da una giovine fiorentina in que' tempi. Vi traduco (liberamente anche questa volta) da una lettera, elegantemente latina, di amichevoli confidenze giovanili tra Filippo Corsini e Lorenzo de' Medici:[349] «... E mentre ti scrivo, la neve cuopre quasi tutta la città: tedio per molti e cagion di starsene; ma per altri cagione di darsi moto e piacere. Sappi infatti che Lottieri Neroni, Priore Pandolfini e Bartolomeo Benci,» (daccapo il nostro allegro Capitano) «Cogliamo il destro, hanno detto, di usare qualche bel tratto. E subito, a due ore circa di notte, si son presentati alla casa della Marietta Strozzi, seguìti da una gran moltitudine accorsa da ogni dove, per fare a gettarsi la neve con lei. Gliene han data la sua porzione, e hanno incominciato. Immortali Dei, che spettacolo! e come descrivertelo, Lorenzo mio, con questa debole prosa? Gran pompa d'innumerevoli fiaccole; squillar di trombe, dolcezza di flauti; pubblico appassionato e plaudente. E che trionfo, quando alcuno degli assalitori riusciva a sparger di neve il viso, come neve candido, della fanciulla! Ma che dico sparger di neve? un vero e proprio trarre al bersaglio era quello, e di tiratori valentissimi! La Marietta poi, così leggiadra e destra in quel giuoco, bella come tutti sanno, ne uscì con immenso onore. Ma i gentili giovani non si partirono da lei, che prima non le donassero molto nobilmente per loro ricordo. E così, con grande contentezza di tutti, il piacevole giuoco ebbe fine.» Un epigramma del Poliziano (l'ultimo che vi citerò da quel florilegio aneddotico del Quattrocento fiorentino che sono, più assai che le volgari, le sue poesie greche e latine) dice così: «Neve sei, o fanciulla, e giuochi con la neve. Giuoca: ma deh, prima che la neve s'imbratti, fa' che si sgeli.»[350] L'erudito, che oggi legge questo complimento amoroso, ricorda i molti altri, d'antichi e d'umanisti, che sul medesimo argomento si contengono nell'Antologia latina, e l'ha per un'imitazione a freddo (è proprio il caso di dir così) dall'antichità classica. L'aneddoto che vi ho narrato mostra, invece, che questa almeno fra le tante imitazioni umanistiche aveva riscontro nel vero attuale; ossia, che quel bizzarro costume era spontaneamente rifiorito, come anche altre parti della vita antica, nell'allegra democrazia del Rinascimento: finchè la inamidata prammatica delle Corti, la Riforma protestante correggitrice e il conseguente reattivo disciplinamento della morale cattolica, più tardi infine la filosofia civile e la rivoluzione bandita e guerreggiata in nome di principii universali, non ebber mutata la faccia del mondo.