Ma finchè quelle gazzarre, quelle feste davvero popolari, que' fantastici apparati, que' simboli abbaglianti, ebber vita, nè corteo di spose, nè armeggiamento per dame, nè giostra di amorosi cavalieri, ebbe mai tanta cittadina solennità, quanta uno sposalizio, ben diverso da tutti gli altri d'allora e di poi: lo sposalizio dell'abbadessa di San Pier Maggiore; sposalizio che si ripetè tante volte (salve eccezioni) quanti Vescovi ebbe per secoli parecchi la Firenze e del Medioevo e del Rinascimento ed anche del Principato Mediceo, poichè lo sposo della badessa era (honni soit qui mal y pense) messere lo Vescovo.

Quella chiesa e monastero di San Pier Maggiore, che furono delle maggiori antichità sacre di Firenze, se, come pare, nella lor forma primitiva risalivano al secolo quarto; che detter nome a una porta e a un sestiere della città, abitato e maledetto da Dante; non sono più. Si restauravano nel secolo XI, e si afforzavano con addossarli alle mura del secondo cerchio: si abbelliva la chiesa, a mezzo il secolo XIV: si sconciava, come tante altre, mediante le cappelle patrizie a marmi e stucchi di tutti i colori, nei secoli del barocco. E tutto oggi è sparito. E il tempo, che «traveste l'uomo e le sue tombe»,[351] a malapena ha rispettato nell'Arco di San Piero il nome (salvo i possibili attentati onomastici dei moderni edili) il nome del titolare. Quali rovine, quali ossa, calpestiamo noi, passando da quell'arco! Delle nostre conoscenze d'oggi, le due belle Albizzi si sono fatte polvere colaggiù sotto: e si addormentò in pace con esse la monacella grecista, la quale, se morendo ancor ella giovine, non ebbe tempo di maturarsi, arcigna e rugosa superiora, per quelle nozze episcopali, potè bensì esercitare la sua mondana erudizione, ahimè non più sulle immortali pagine d'Omero e di Sofocle, ma sul grosso notarile latino degli autentici privilegi di coteste mistiche nozze, che risalivano (dicono que' notari) «a tanto tempo quanto è di là da memoria d'uomini». L'ingresso del novello sposo della Chiesa fiorentina si faceva ritualmente dalla porta di San Pier Gattolini, oggi Romana: due famiglie, di grandi e tradizionali attinenze (da Dante proverbiate) con la mensa vescovile, avevano, i Visdomini e i Tosinghi, il privilegio, siccome «vicedomini della sedia vacante», di riceverlo e accompagnarlo sino al monastero, dove, simbolo della Chiesa fiorentina, lo attendeva la badessa. Si celebravano, a istanza di lei, nella chiesa le nozze, inanellando il Vescovo la sposa con un ricchissimo anello, «un anello d'oro con uno zaffiro» nelle nozze del 1301: e a questo sembra si rimanesse, nel Rinascimento, la forma delle nozze più modesta. Ma nel secol di Dante, il vescovo saliva dalla chiesa, a braccio dei visdomini, sin proprio alla camera della badessa: dove gli era offerto in dono un letto suntuosamente montato; e la camera per quel giorno, durante intere ventiquattr'ore, uscendone lei, diveniva camera di lui, sin che, la mattina appresso, i soliti visdomini gli venivano incontro col clero, e lo conducevano in Domo e lo insediavano. Tutta Firenze accorreva a quello sposalizio.[352] Oltre le due ricordate famiglie visdominali, altre ancora, e delle principalissime, Albizzi, Pazzi, Strozzi, rivestite di privilegi e diritti in questa o quella parte del cerimoniale, avevano da quello sposalizio frequenti occasioni di contestazioni, di proteste, di gare.[353] Alla badessa rimaneva il cavallo col quale era venuto il vescovo: ai Bellagi un tempo, poi per eredità agli Strozzi con gran trionfo di tutto il parentado, la sella.[354] La Chiesa fiorentina aveva avuto il suo pontefice, e la città una festa di più, nella quale era toccata la sua parte, e che parte essenziale! alla donna.

V.

Ma traverso a tutte quelle ideali trasformazioni che l'arte le apponeva, e a questa vissuta poesia di festeggiamenti e di pompe, quale fu poi nel segreto della vita reale, tra le pareti domestiche, figliuola e sorella, moglie e madre, quale, nella Firenze di quell'età, fu la donna?

Scoperchiare i tetti delle case, e sorprendere senz'essere introdotti la gente che attende tranquillamente a' fatti suoi, e peggio poi le signore, si è creduto, fino a pochi anni fa, un privilegio di quel personaggio che sapete, le Diable boiteux, sollevato da Renato Le Sage alla cattedra d'uno de' più grandi e maligni professori di filosofia morale che il mondo abbia avuto. Fino a pochi anni fa, quando a me, sfogliando con paziente amore le carte dei Medici avanti il Principato, occorse di scoprire un'anticipazione del Diavolo zoppo di Le Sage nella persona d'un cortigiano de' più cari a Lorenzo e a' figliuoli suoi, e che con uno di questi, divenuto papa Leone X, finì cardinale di Santa Chiesa: l'autore della Calandra, il Bibbiena; che in un Prologo a cotesta sua famosa commedia, rimasto inedito[355] anzi fra le cancellature del primo getto, immagina di fare un giro da camera a camera femminili, invisibile per forza d'incanto, e mette al nudo una serie di scenette bizzarre che accadono in questa o in quella, sul punto del recarsi le donne a una veglia che si fa quella sera in Firenze. Rassicuratevi: io non voglio entrar terzo fra il giulivo Cardinale e il diavolo; se già non vi pare che sia ormai posto preso da messer Guido Biagi, quando l'altro giorno v'introdusse con sì garbata erudizione, e così intimamente, nelle segrete cose della vita privata dei nostri vecchi.[356]

E qui cade un'avvertenza e una dichiarazione. Quel tanto che la novella e la commedia fiorentina del Quattrocento e (molto più largamente) del Cinquecento potrebber dare al ritratto della donna, io credo contenga troppa meschianza o di classico, o di boccaccevole, o di idealmente satirico: nè ebbe quell'età, come nel Sacchetti ebbero il Due e il Trecento da Giano ai Ciompi, un novelliere storico. Io non so in verità, quanto a buon diritto si possano accettare anche solo come tipi della famiglia in un dato momento della storia di Firenze, i personaggi della Mandragora: ma è poi certissimo che la buona Marietta Corsini moglie di Niccolò Machiavelli nulla ebbe, povera donna, di simile con quella alla quale egli, nel suo Belfagor, fa sposare il diavolo, e poi ridurlo a tale disperazione, ch'e' se ne torna a rotta di collo all'inferno.[357]

E una leggenda di amor coniugale e materno, delle più poetiche e commoventi, parrebbe, se non fosse dramma pur troppo vero e dramma sanguinoso, il fatto di Annalena, che lo stesso grande istorico consacrò alla memoria de' posteri con parole di somma reverenza.[358] Giunge un messo alle case di Annalena Malatesta, oltrarno, là dove il popolo memore dice ancora «da Annalena», e le annunzia: «Madonna, il marito vostro messer Baldaccio lo hanno morto a ghiado nel Palagio de' Signori, e precipitato dalla finestra, e mòzzagli la testa come a traditore e malfattore». Ed ella, che al venturiero d'Anghiari, valoroso e brutale come condottiere ch'egli è, ha dato, sposa poco più che tredicenne, il cuore e la fede, e piegata sul suo petto di ferro l'alterezza gentilizia del sangue che le scende nelle vene da Paolo Malatesta, — il cognato a cui la poesia di Dante fa eterni l'amore e la pena, il bacio colpevole e l'amplesso infernale; — essa, l'Annalena, che da quel Baldaccio è già madre d'un bambinello; corre, povera donna, a' Signori, al magistrato crudele che l'ha vedovata, e per quella creatura innocente riesce a salvare, col pianto, da confisca i suoi beni. Poi quel figliuolo, il suo Guidantonio, nel quale tutta la vita della madre fanciulla si era raccolta, le muore; ed ella, ancor giovanissima, si trova sola, e già vissuta, nel mondo. E allora Annalena, fatta donna dal dolore, di quella sua casa in lutto fa chiostro, in quelle mura chiude per sempre e consacra il breve romanzo della sua giovinezza, le sue nozze e la sua maternità, le amorose imagini e le micidiali, i ricordi d'una culla e di due bare; nelle stanze stesse dove fu madre, ritorna vergine a Dio, e madre di vergini invecchia soavemente.[359] Affettuosa madre, e compassionevole agli splendori e alle lusinghe del mondo; se uno degli umanisti celebratori di Albiera,[360] proprio a lei, ad Annalena ormai quasi cinquantenne, rivolgeva una di quelle elegie latine, e le chiedeva la preghiera sua e delle sue monacelle per la morta degli Albizzi, «per la giovinetta» le dice «che tu hai amato come una tenera madre ama l'unico suo»: parole non so dire se pietose o crudeli, che il latinista forse scandiva senza pensarci su, ma che dal cuore della vecchia monaca avran fatte risalire agli occhi le lagrime della giovine madre. Il monastero d'Annalena, la quale morendo a sessantaquattr'anni lo raccomandava a Lorenzo de' Medici, fu sin da' suoi principii tutto cosa della potente famiglia: e nelle stanze abitate già dalla fondatrice, dalla vedova del condottiero, ebbe asilo e salvezza, ne' tempi grossi pel nome mediceo, un fanciullo che doveva essere il principe di quelli armigeri, Giovanni delle Bande Nere.

Ma se cerchiamo la donna, a cui la sventura non invidia nè rapisce la famiglia, la donna che della famiglia è ornamento e conforto, esempio e ispirazione, forza e provvidenza, la donna di casa, la moglie e la madre; alla storia di lei danno tipi ideali, però in necessaria relazione con la realtà, come pel medioevo più alto i libri di «reggimento o costume o castigamento» femminili,[361] così per questo secolo XV i trattati di Governo della famiglia: o con intendimento piuttosto civile e secolare, quale è nel libro che si abbellisce de' nomi di Agnolo Pandolflni e di Leon Battista Alberti,[362] e in quella parte che è didattica delle care pagine di Vespasiano cartolaio;[363] o con prevalenza del sentimento religioso, siccome nella Cura familiare del beato Giovanni Dominici, diretta a una valente gentildonna, Bartolommea degli Alberti.[364] Quel tipo ideale o, diciam meglio, tradizionale, e derivato dalle memorie delle «buone e care» delle «care compiute et oneste» donne,[365] che tanta fragranza di gentili virtù spargono nelle Cronache domestiche del Trecento,[366] Vespasiano lo effigiò, e anche con un po' di retorica a suo modo lo colorì, tra le figure illustri dell'età sua, in Alessandra de' Bardi,[367] la moglie di Lorenzo di messer Palla Strozzi, e madre della vispa Marietta. L'Alessandra è ritratta da Vespasiano[368] «bellissima e venustissima del corpo, quanto gnuna n'avesse la città di Firenze»; vantaggiata di statura tanto, da fare a meno delle «pianelle», supplemento prezioso, pare, per altre fanciulle men favorite di proporzioni: educata dalla madre sua «con ogni diligenzia» (maggiore, forse è da credere, che l'esilio del marito e le altre vicende della famiglia non consentissero poi a lei nell'educazione di quella sua figliuola) dall'«amare e temere Iddio indotta a uno moralissimo vivere»: avvezza a «mai perdere tempo che ella non fusse occupata», a «mai colle serve di casa non parlare, se non in presenza della madre»; e «la prima a levarsi la mattina in casa esser lei»: ammaestrata in «tutte le cose s'appartengono sapere a una donna, che abbia aver cura di famiglia; e massime a lavorare d'ogni cosa, e di seta e d'altro, come s'appartiene alle donne», e «imparare tutto quello che, bisognando, potesse viverne», e a «saper fare ogni cosa e sapere insegnare», dal leggere sino a «ogni minima cosa» attinente alle faccende domestiche. «Rarissime volte era mai veduta o a uscio o a finestra» (ah Marietta!), «sì perchè non se ne dilettava, e perchè occupava il tempo in cose laudabili. Menavala la madre, il più dei dì, la mattina a una grandissima ora a udire la messa, tutte col capo coperto, e col viso ch'appena si vedevano». Ma questa stessa, che comincia forse quasi a parervi una monachina di casa, fatta poi sposa, e venendo a Firenze una ambasciata imperiale, sentite se sapeva, come le faccende femminili, altrettanto far bene gli onori, non pur della casa, ma della città, e d'una città che si chiamava Firenze, la quale «in questo tempo» dice il buon Vespasiano «era abbondante e di virtù e di ricchezze, e la fama sua era per tutto il mondo»; città che «a quelli ambasciadori parve un altro mondo, rispetto alla grande quantità di uomini nobili e degni che v'erano in quel tempo, e non meno donne bellissime del corpo e non meno della mente; perchè, sia detto con pace di tutte le donne e terre d'Italia, Firenze in quel tempo aveva le più belle e le più oneste donne fussino in Italia, e di loro per tutto il mondo n'era «la fama». E descrive un ballo che a quei gentiluomini dell'Imperatore fu offerto dalla Signoria, in Piazza, sopra un palco dal lato del Palazzo verso Condotta, con grande apparato di spalliere, e pancali, e arazzi, e festoni; e i primi giovani della città, vestiti tutti a un'assisa di drappi verdi ricchissimi, e calzatura di pelle sino a' fianchi; e le fanciulle e le spose, con ricche vesti accollate fregiate di perle e di gioie. Alla onoranza di ciascun ambasciatore deputate due dame; che pel primo di essi sono l'Alessandra, maritata in quello stesso anno (era il 1432, ed ella n'aveva appena diciotto), e una Francesca Serristori. Dopo il ballo, si porta in giro la colezione: ed ecco l'Alessandra servire ella stessa gli ambasciatori, «con una tovaglina di rensa in sulla spalla..., con una ismisurata gentilezza..., facendo riverenza con inchini infino in terra, naturali e non isforzati, che pareva che non avessi fatto mai altro». Poi, ballo di nuovo; e infine, accompagnamento degli ambasciatori all'albergo, ciascuno d'essi dando di braccio alle due belle fiorentine, una di qua e una di là, Alessandra alla diritta: e giunti alla porta dell'albergo, «il primo ambasciadore si cavò uno bellissimo anello di dito, e donollo all'Alessandra; di poi se ne cavò un altro, e donollo alla compagna». Dopo di che, «salutati le giovani e i giovani gli ambasciadori», furono le giovani riaccompagnate alle case loro.

Il biografo quattrocentista, che sul declinare del secolo scriveva di questa e d'altre donne fiorentine della generazione antecedente (l'Alessandra morì nel 65), non finisce mai di far paragoni tra esse e le donne fiorentine del tempo suo, deplorando lo scadimento del costume e delle consuetudini più virtuose e severe. In questi lamenti, un po' di parte va fatta certamente all'abito che fu e sarà sempre di tutti i tempi, del rimpiangere, per questo o quel rispetto, il passato; un'altra poca, inoltre, alla disposizione di Vespasiano a trovar che ridire su troppe cose (figuratevi che una volta vuole e prescrive[369] che le donne «imparino a non parlare, massime in chiesa» egli dice; e poi, come se fosse poco, soggiunge «e in ogni altro luogo»): pur tuttavia, fatte queste eccezioni, e lasciando lo scherzo, io credo che que' suoi lamenti, specialmente quando li formula, com'è spesso, in osservazioni positive, attengano a condizioni reali; e propriamente a quella mutazione che anche nella vita domestica, di cui la donna è custode e gli atti suoi sono specchio, avevano indotto le splendidezze, a un poco per volta sempre più cortigiane, di quei Medici, la cui potenza attraeva oramai, volere o non volere, con l'interesse e la fortuna delle famiglie, anche gli affetti, le speranze, i disegni, che più disposta e inchinevole ad accogliere, in pro della famiglia, e fomentare è la donna.

«Ricòrdoti che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene, e co' Pazzi el contradio; che sempre sono disfatti»: così scriveva (e s'era solamente al 1461, diciassette anni prima della sanguinosa congiura) un'altra Alessandra pur maritata negli Strozzi,[370] e che essa pure, come la Bardi, dagli esilii di quella famiglia ebbe lunghi dolori al suo cuore di moglie e di madre, ma altresì la consolazione, prima che morisse, di veder restituiti alla patria, e molto per la efficace materna opera di lei, i figliuoli, e il maggior d'essi gettare alla grandezza della sua famiglia quelle fondamenta delle quali è superbo monumento il loro meraviglioso palazzo: Alessandra Mancinghi negli Strozzi, alla quale un altro monumento con la pubblicazione delle sue Lettere ai figliuoli esuli, che io vorrei avere autorità di raccomandarvi e farvi care, o Signore, componeva, ne' dì nostri, Cesare Guasti, erudito e scrittore degno d'interpretare que' dolori, quelle consolazioni, quelle grandezze.[371]