Forse un tiranno era allora necessario alla nazione italiana per farle sentire il bisogno di una costituzione libera. La debolezza e l'insufficienza del potere cui era soggetta, facevanle desiderare un governo fermo e vigoroso che la sollevasse dall'anarchia. Ella conosceva i mali presenti dell'anarchia, e non quelli del governo che desiderava; tal che non potendo paragonare gli uni agli altri, non s'accorgeva che, ad uguale distanza dal dispotismo e dalla licenza, doveva chiedere la libertà. Due anni dopo la morte di Berengario (926) si vide montar sul trono de' Lombardi un uomo che ridusse alla più umiliante sommissione quegli altieri feudatarj già rivali del suo predecessore, e sostituì alla debolezza delle leggi la più sfrontata tirannia.

Costui era Ugo conte o duca di Provenza, cui gl'Italiani destinarono la corona dopo averla tolta a Rodolfo di Borgogna[52]. Ugo era fratello uterino d'Ermengardo marchese d'Ivrea, e di Lamberto marchese di Toscana. Egli non ebbe più i rivali de' suoi predecessori nei duchi di Spoleti e del Friuli, le di cui famiglie eransi estinte, o erano state spogliate de' loro feudi nel tempo stesso che perdettero la corona. I nobili inferiori, di cui sapeva mantener viva la vicendevole gelosia, onde l'uno dopo l'altro isolatamente opprimerli, non potevano far argine alla sua ambizione. Vero è che Ugo cercò invano, come vedremo in altro capitolo, di guadagnarsi un appoggio in Roma, sposando la famosa Marozia che n'era l'arbitra; ma la sua politica fu coronata da un più grande successo in Lombardia. Dirigendo costantemente i suoi attacchi contro le più distinte famiglie de' suoi stati, sacrificò l'un dopo l'altro senza pietà tutti i grandi che potevano dargli sospetto, non perdonando neppure a coloro che lo avevano fatto re, come suo fratello Lamberto marchese di Toscana[53], e suo nipote Anscarro figliuolo d'Ermengardo marchese di Spoleti e di Camerino[54]. Non risparmiava nemmeno i suoi clienti, che ben tosto trovava troppo potenti per vivere sotto di lui, e gli spogliava poco dopo averli arricchiti.

Nè i vescovi erano meglio trattati dei duchi, cacciando dalle loro sedi coloro che non sapevano guadagnarsi la sua confidenza, e sostituendo loro Borgognoni e Provenzali, che non avendo che il suo appoggio, erano necessariamente da lui solo dipendenti[55]. Molti suoi bastardi furono inoltre innalzati alle prime dignità della chiesa, o provveduti di entrate ecclesiastiche, come di abbazie le sue amanti. Insomma il patrimonio ecclesiastico era in sua mano l'oggetto d'uno scandaloso commercio, che gli fruttava immense ricchezze. Mentre i grandi ed il clero erano ridotti a così grande avvilimento, i signori, i conti, i comandanti delle città, non dovevano sperare d'essere più dolcemente trattati. Il diritto di successione ne' feudi, comecchè non si appoggiasse ad una legge dell'impero, era però sanzionato dall'uso di due secoli. Molti feudatarj del regno di Ugo erano stati investiti de' loro feudi sotto il regno di Carlo Magno, ed anche sotto quella de' re Lombardi, rimontando i diritti di taluno fino all'epoca dello stabilimento della nazione lombarda in Italia. Ugo non ebbe verun riguardo a questo tacito diritto, che, a dir vero, era contraddetto dalle formole legali d'investitura, e si arrogò la facoltà di dare e togliere i feudi, non solamente dopo la morte del beneficiato, ma anche in vita.

Il solo ordine della nazione che forse non si lagnava, era il popolo, non perchè meno maltrattato degli altri, ma perchè le sue sofferenze riputavansi cose di così leggiere importanza, che gli storici non credettero prezzo dell'opera il farne memoria. Ci dicono soltanto, come essendosi Ugo impadronito di Frassineto, invece di cacciare da' suoi stati i Saraceni che occupavano questa fortezza, li trapiantò nella Marca Trivigiana onde chiudessero il passaggio ai Tedeschi; e che per farsegli più affezionati, si astenne dal reprimere le loro violenze e saccheggi[56].

Sotto il licenzioso regno di Berengario e de' suoi predecessori, la libertà cui pretendevano gl'Italiani non trovavasi garantita da un potere nazionale indipendente da quello dei re. Il trono era il solo centro dell'autorità, cui per altro i popoli non erano attaccati da verun legame. Nè era per la forza della loro costituzione che i Lombardi fossero liberi, ma bensì per la sua debolezza. Da che il tiranno ebbe successivamente abbattuti i grandi feudatarj, ed innalzate le sue creature ai più ricchi beneficj della chiesa, la nazione si trovò schiava senza combattere. Per mancanza d'organizzazione politica, e non già di carattere, non aveva in sè medesima sufficiente appoggio per rialzarsi. Erale necessaria un'impulsione straniera, ed un soccorso straniero per abbattere l'usurpatore.

Tale soccorso le fu dato dalla Germania. A quest'epoca, per la prima volta, gl'interessi delle due nazioni e delle due monarchie si frammischiarono, e tale unione portò un re sassone sul trono di Lombardia.

Di quanti feudatarj ebbe l'Italia, un solo di questi tempi possedeva ancora l'eredità paterna, non per favore del sovrano, ma per la sua nascita, e per l'amore de' suoi soggetti: era questi Berengario marchese d'Ivrea, e nipote dal lato materno dell'imperatore di questo nome. La zia di Berengario Ermengarda era sorella di Ugo dai suoi maneggi portato sul trono d'Italia: onde per un residuo di riconoscenza per sua sorella, e per la fresca giovinezza del marchese, Ugo gli aveva lasciata la vita ed il governo d'Ivrea. Per altro, da che s'accorse che gli occhi degl'Italiani erano verso di lui rivolti (940), comprese ch'era tempo di perderlo; e tutto dispone per rapirlo colla sua sposa e per abbacinarlo. Berengario avvertitone segretamente, fugge con Gilla sua consorte, cui l'avanzata gravidanza non impedì di valicare il san Bernardo, che il tiranno credeva chiuso ancora dai ghiacci[57].

Ottone il grande regnava allora in Germania; il più potente come il più magnanimo de' principi ch'eransi divise le spoglie dell'impero de' Carlovingi. Le virtù sembravano ereditarie nella sua famiglia. Suo avo Ottone, duca di Sassonia, era stato dalla dieta l'anno 912 dichiarato re di Germania, ed egli aveva rifiutato tale onorificenza[58]. Suo padre Enrico I, chiamato l'uccellatore, aveva otto anni dopo accettata la medesima dignità offertagli dai voti unanimi de' Franchi, dei Bavari, de' Turingi, de' Sassoni; ed egli ne giustificò la scelta con un regno glorioso per le continue vittorie riportate sui Danesi, gli Slavi, e gli Ungari[59]. Ottone il grande che montò sul trono l'anno 937 proseguiva prosperamente la guerra contro i pagani, e le sue vittorie chiudevano agli Ungari la strada dell'Occidente che avevano saccheggiato sì lungo tempo. Il generoso monarca accolse alla sua corte il marchese d'Ivrea, permettendogli di riunire presso di lui gl'Italiani malcontenti; e senza soccorrerlo direttamente, gli permise di preparare quant'era necessario per abbattere il trono di Ugo.

(945) Infatti la rivoluzione si eseguì colle sole armi italiane. Berengario, seguito dalla sua piccola armata, calò in Lombardia attraversando la Marca Trivigiana, avendogli facilitato il passaggio delle Alpi e delle foreste il malcontento dei popoli. Di mano in mano ch'egli avanzava s'andò rinforzando talmente la sua armata, che Ugo non osò di affrontarla. Il marchese d'Ivrea convocò a Milano gli stati del regno, facendoli arbitri tra l'antico ed il nuovo monarca. Quell'illustre assemblea sentì d'aver ricuperata l'indipendenza, e per conservarla sforzossi di stabilire l'equilibrio dei poteri tra i due pretendenti al trono. Riconobbe re Lotario figliuolo di Ugo, e confidò poi l'intera amministrazione del regno a Berengario[60].

Non era possibile che le cose rimanessero lungo tempo in tale stato: vi si opponeva la mal soddisfatta ambizione di Berengario, il quale considerando che Lotario non aveva meritato col di lui padre l'odio degli Italiani, e che sua consorte Adelaide era adorata dai sudditi, aveva giusta cagione di temere che la confidenza degl'Italiani s'accrescerebbe ogni giorno per Lotario con suo pregiudizio: e Berengario fu creduto colpevole d'aver avvelenato il giovane re per non rimanere esposto all'incostanza del favor popolare[61]. Morto Lotario, chiese per suo figliuolo la mano della vedova Adelaide, e cercò, ma inutilmente, colle minacce e col trattarla duramente, di ridurla al suo volere. Egli non s'avvide che non era più il tempo di poter assicurare il dominio coi delitti, avendo egli col suo esempio avvertiti gl'Italiani, che trovavasi oltre monti un vendicatore dei delitti dei re lombardi. I popoli avevano veduta senza interesse l'incoronazione di Berengario, i prelati sentivano pietà d'Adelaide, i grandi temevano un despota nel re senza rivali. Di comune accordo ebbero ricorso ad Ottone il grande, supplicandolo di liberar l'Italia da quello stesso re, ch'erasi presentato come suo liberatore.