(951) Il grande Ottone entrò di fatti in Italia l'anno 951. La regina Adelaide che dal castello posto sul lago di Garda in cui era custodita strettamente, aveva potuto rifugiarsi nella fortezza di Canossa, divenne sposa d'Ottone, e fu dopo morte ascritta al ruolo de' beati. Giunto Ottone a Pavia senz'ostacolo, vi fu coronato re de' Lombardi; ma, richiamato in Germania dopo pochi mesi dalle guerre civili e dalle invasioni straniere, Berengario ne approfittò per pacificarsi con un rivale così forte. Egli si presentò in Augusta ad una dieta di Tedeschi con suo figliuolo Adelberto, che aveva pure il titolo di re de' Lombardi, e fece omaggio della sua corona ad Ottone, che riconobbe per suo superiore; fece cessione della Marca Trivigiana, e con ciò del passaggio d'Italia ad un duca tedesco; e sotto la protezione del re sassone regnò ancora qualche tempo in Lombardia[62].
Ma mentre Ottone ristabiliva la pace in Allemagna, e batteva sul Lech gli Ungari in modo che non furono più in grado di pensare nè alla Germania nè all'Italia, i signori italiani lo dichiaravano arbitro di tutte le controversie col loro re. Avevano essi, o credevano d'avere giusti motivi di querelarsi; onde Ottone, mosso dalle loro preghiere, e da quelle del papa, dopo aver loro mandato in soccorso uno de' suoi figliuoli, del 961 intraprese egli medesimo per la seconda volta la conquista d'Italia. Niun ostacolo s'oppose alla sua marcia. Dopo essere stato di nuovo incoronato a Pavia, ricevette in Roma la corona dell'impero dalle mani di Papa Giovanni XII; e con un lungo assedio prese in fine la fortezza di s. Leo al conte di Montefeltero, ove fece suoi prigionieri Berengario e sua moglie, che mandò a Bamberga, ove quest'illustri esiliati terminarono i loro giorni. Costrinse il loro figlio Adelberto a rifuggirsi presso i Greci, e consumò la riunione dell'Italia all'impero germanico.
Veruna rivoluzione non ebbe mai una più notabile influenza sul carattere d'una nazione, sulla sua costituzione, e sui futuri destini, quanto l'unione delle due corone di Germania e di Lombardia n'ebbe su gl'Italiani. Se i monumenti storici del decimo e dell'undecimo secolo bastassero per ordire da quest'epoca l'istoria delle città italiane, è dal regno degli Ottoni che io vi avrei dato cominciamento: imperciocchè le città riconobbero dalla munificenza e dalla politica di questi principi la loro costituzione municipale, ed i primi germi dello spirito repubblicano. Fu l'allontanamento della corte sovrana che gli abituò all'indipendenza; e finalmente, dopo spenta la famiglia degli Ottoni, le guerre tra i principi che aspiravano alla corona addestrarono le città alle armi, dando loro facoltà di combattere sotto le proprie insegne. Forzati dall'aridità degli storici che ne servono di guida, a lasciare tra l'ombre questi tempi troppo imperfettamente conosciuti, proseguiremo ne' susseguenti capitoli ad indicare solamente l'influenza delle grandi rivoluzioni della monarchia sulla costituzione nazionale, ed i costumi del popolo. Raccoglieremo in seguito separatamente le poche notizie che ne rimangono intorno ad alcune repubbliche, la di cui libertà risale ai tempi di cui abbiamo ora rapidamente percorsa la storia, e non incominceremo che col dodicesimo secolo ad analizzare l'interno ordine delle città, per seguitare da vicino e con circostanziato racconto i generosi loro slanci verso la libertà.
CAPITOLO II.
Sistema feudale. — Governo del regno de' Lombardi; modificazioni occorse a questo governo dal 951 al 1039 sotto il regno di Ottone, d'Enrico II e di Corrado il Salico, imperatori d'Allemagna.
Le nazioni settentrionali essendosi mischiate cogl'Italiani, fecero rinascere in questo popolo il sentimento della dignità dell'uomo, l'amore della patria, il desiderio della libertà; ma in pari tempo gli avevano portato un sistema di governo affatto nuovo, e nozioni intorno ai diritti dell'uomo diverse affatto da quelle degli antichi. I diritti della patria erano più grandi presso i Romani ed i Greci; ma la feroce indipendenza individuale più assai rispettata presso i barbari. I popoli del mezzogiorno avevano incominciato ad essere liberi entro le città, ove riuniti nelle stesse mura, non tardarono a sentire fortemente ch'essi non formavano che un solo corpo, e che tutti i loro interessi erano comuni: per lo contrario i popoli dal settentrione s'erano mantenuti liberi nelle foreste, ed avvezzi a difendersi da sè medesimi, non cercarono in un'associazione affatto volontaria che quell'aumento di forze che potevano acquistare, senza nulla perdere della individuale indipendenza. Fino agli ultimi periodi delle nostre repubbliche, noi vedremo gli effetti delle idee portate dal Nord. L'ineguaglianza fra i cittadini, le diverse classi di uomini diversamente liberi, le associazioni per respingere una potenza oppressiva, e più di tutto il diritto di resistenza al governo, furono tutte conseguenze di quel sistema d'indipendenza, che in appresso si chiamò feudale, e che fu così frequentemente calunniato senza conoscerlo.
Tutte le nazioni settentrionali riconobbero l'esistenza d'una grandissima disuguaglianza tra i cittadini. La riconobbero, diss'io, non già che la stabilissero; perchè fu l'effetto delle loro conquiste, l'effetto inevitabile dello stato di proprietà. La loro costituzione, malgrado tanta disuguaglianza, assicurò ai cittadini una illimitata indipendenza. Ma per un abuso delle loro vittorie, abuso inseparabile dal loro stato di proprietà, non lasciarono veruna libertà agli uomini ch'essi non riconobbero cittadini.
L'eguaglianza o l'ineguaglianza tra i diversi ordini di cittadini in ogni nascente nazione quasi barbara è appoggiata necessariamente alla prima divisione delle proprietà territoriali. Una nazione quasi barbara non ha commercio, non ha capitali, non ha manifatture, e non può avere altre ricchezze che le terre ed i suoi prodotti. La sola terra alimenta gli uomini privi di commercio e di capitali; e gli uomini ubbidiscono costantemente a chiunque può disporre dei mezzi di vita e di godimento.
Talvolta una nazione senza rivoluzioni e senza conquiste giunse a quello stato d'imperfetta civilizzazione nella quale le terre vengono coltivate senza che il commercio o le arti abbiano fatto verun progresso: allora è presumibile che le terre sieno state da principio divise in parti pressochè uguali; o per lo meno, che verun individuo non avrà avuto dalla nazione una quantità di terreni affatto sproporzionata alle braccia che dovevano coltivarli. I poderi potranno essere più o meno estesi, ma non saranno mai province; e l'ineguaglianza tra i privati cittadini non sarà mai tale che renda gli uni necessariamente dipendenti dagli altri. I cittadini, benchè disuguali di fortune, non dimenticheranno ch'erano in origine uguali, e rimarranno tutti liberi. Tale è la storia degli stati dell'antica Italia e dell'antica Grecia, e la cagione per cui da' più rimoti tempi non v'ebbero in queste contrade che governi liberi. Ne' tempi presenti la distribuzione delle fortune nelle colonie dell'America settentrionale ha qualche rassomiglianza con questo primo stabilimento delle nazioni agricole: i proprietari delle piantagioni danno ai loro poderi assai maggior estensione, che non ne hanno i nostri, ma però sempre proporzionata alle forze della loro famiglia; onde esiste presso di loro una tal quale bilancia territoriale, per valermi dell'espressione d'Arrington, che contribuisce al mantenimento della libertà americana[63]. Per altro questa libertà poteva stabilirsi senza tale bilancia, poichè gli Americani hanno capitali accumulati, commercio, arti e mezzi di vivere indipendenti, ossiano poveri o pur ricchi.