Ma questo equilibrio di proprietà territoriali può essere affatto distrutto da una conquista, le di cui conseguenze possono essere differentissime secondo che il popolo coltivatore sarà conquistato da un popolo pastorale o agricolo. Presso i popoli tartari l'accrescimento delle mandre è illimitato come le campagne della Tartaria. Lo stesso uomo possiede spesse volte tanta quantità di vacche, di pecore, di cavalli, che può mantenere al suo servigio alcune migliaja de' suoi paesani; ed in fatti tutta la sua ambizione si riduce a poter accrescere il numero de' domestici. E per tal modo, quantunque i Tartari siano liberi, l'autorità patriarcale è talmente da loro rispettata, che un capo di famiglia diventa facilmente un capo d'armata. Tali sono i capi, che seguiti dai loro pastori e dai loro domestici fecero in più riprese la conquista dell'Asia. Di mano in mano che conquistavano qualche provincia, la ponevano sotto un governo dispotico, quantunque essi non avessero tale governo. Ciò facevano essi, perchè il Kan di già proprietario di tutte le ricchezze della sua armata, credette di poter diventare ugualmente proprietario di tutto il territorio della nazione conquistata. Egli aveva fatto curare le sue gregge dai suoi figliuoli e da' suoi schiavi; dai medesimi farà coltivare i suoi nuovi terreni, e le sue forze gli sembravano proporzionate ai poderi che si arrogava. Si esaminino tutti i governi asiatici, e troveremo in tutti il sovrano riguardato quale proprietario di tutte le terre. Essendo in suo arbitrio, o de' suoi ministri, il ritenere, o l'escludere i coltivatori, questi sentono l'assoluta dipendenza verso il padrone che può loro negare il vitto; e quindi il diritto del monarca sulle terre diventa il più sicuro appoggio del suo dispotismo.
Ma può altresì accadere che un popolo agricolo venga conquistato da un popolo semibarbaro, ugualmente agricolo. Se il primo è schiavo ed eccessivamente corrotto, ed il secondo libero, il conquistatore può essere meno numeroso assai del vinto. In tale supposto i primi abuseranno del diritto di conquista, attribuendosi l'intera proprietà delle terre, e riducendo i vinti coltivatori dalla condizione di possidenti a quella di fermieri. Dopo che avranno trovato quest'espediente per dar valore ai loro dominj, niuna estensione di terreni sembrerà loro eccedente per farne un patrimonio: invaderanno una provincia come se formasse un solo podere, e per soddisfare alla propria avidità, non pensando che a farsi ricchi, diventeranno assai potenti. Per tal modo tutte le province dell'impero romano furono divise tra i barbari del Nord, ed i coltivatori, come vili mandre di schiavi, rimasero attaccati alle terre ch'essi coltivavano: per tal modo in tempi a noi più vicini gli Spagnuoli che conquistarono il Perù ed il Messico, ebbero l'intere province in patrimonio, non sembrando loro soverchio un podere di trenta leghe d'estensione quand'era popolato da più migliaja di coltivatori da lui dipendenti.
I popoli settentrionali che stabilironsi in Italia non conoscevano le arti di lusso, e ben tosto le fecero sparire dai paesi in cui abitarono. Il commercio non offri più all'uomo possessore d'una intera provincia i mezzi di cambiare la sussistenza di più migliaja di persone colle dilicatezze che niuno con lui divideva. Una futile vanità, il fasto, non allettavano i conquistatori, i quali, divenuti gentiluomini, non convertivano il prodotto d'un podere in abiti ricchissimi, in merletti, in stoffe d'oro. Colossali erano le loro fortune, ma colossale altresì l'uso che ne facevano. Le loro ricchezze consistevano in derrate che servono ad alimentare gli uomini, grani, vino, bestiami, che effettivamente impiegavano nel mantenimento degli uomini dipendenti da loro. La forza aveva creata la loro ricchezza, e la loro ricchezza ne accresceva a vicenda la forza. Su tale solidissima base si fondava la potenza della nobiltà de' mezzi tempi.
Quando i Lombardi conquistarono l'Italia, questi uomini, valorosi, indipendenti, guerreggiando per sè medesimi, e non per un padrone, divisero le loro conquiste in altrettanti feudi quanti erano i guerrieri. Conoscevano per altro i vantaggi della militare disciplina, e conservarono all'armata la sua forma e la subordinazione nello stabilimento che doveva farne una nuova popolazione. Diedero ai loro capitani il titolo di duchi o generali[64], e loro affidarono il governo delle città con un diritto di alta proprietà o di signoria sul territorio che le circondava; conservarono a se medesimi il titolo di milite, e cadauno ottenne la proprietà feudale d'una porzione del territorio d'ogni città, dei castelli, o dei villaggi che ne dipendevano. D'allora in poi il vocabolo milite fu adoperato per indicare il gentiluomo più tosto che il soldato.
La proprietà non apparteneva realmente che ai gentiluomini. I lavoratori, i vassalli, ch'essi avevano spogliati, ed obbligavano a travagliare per conto loro, dandoli la terza parte dei prodotti, trovavansi in una condizione assai vicina alla schiavitù[65]. Nel rango superiore l'autorità dei duchi attaccata alla conservazione d'un cert'ordine sociale, non fondavasi che sopra una finzione di proprietà, sopra un diritto imaginario rispetto a territorj e province ch'essi non possedevano. Pure lo stesso sistema formava la sicurezza del duca ugualmente che del gentiluomo, sanzionando ad un tempo l'obbedienza del vassallo e del valvasore: e quindi per il corso di più secoli i duchi non furono forti che per la forza de' gentiluomini loro subordinati. Risalendo la scala feudale il re, posto al di sopra dei duchi, avrebbe dovuto esercitare sopra di loro l'autorità medesima che i duchi avevano sui gentiluomini. Ma se il diritto di proprietà de' grandi vassalli su tutta la provincia non era che una finzione della legge, il diritto di proprietà del re su tutto il regno era una finzione ancora più lontana dalla realtà: e poichè la stabilità del potere era appoggiata alla ricchezza territoriale, il potere de' gentiluomini sui loro subordinati doveva essere assoluto, precario quello del duca, e quello del re quasi nullo.
L'anno 576 epoca della morte di Clefi, il secondo de' principi lombardi che regnarono in Italia, la nazione suppose di poter far senza capo. I duchi che allora erano trenta, furono risguardati quali rappresentanti di tutti gli uomini liberi accostumati a combattere sotto le loro insegne. Si affidò loro l'amministrazione dello stato, ed essi rappresentarono per dieci anni una imperfetta imagine di repubblica. A tal epoca gli stessi gentiluomini s'accorsero che per assicurare la loro libertà, era necessario che i loro capi dipendessero da un superiore, e colsero l'opportunità d'una pericolosa guerra col Franchi e coi Greci per sottomettersi nuovamente all'autorità reale[66].
I Lombardi erano indipendenti piuttosto che liberi; l'indipendenza loro veniva guarentita dalle loro proprietà, dalle armi dei loro vassalli e dalla debolezza dei re; non già dalla loro costituzione. Varie loro leggi sembrano anzi fatte per sanzionare la tirannide. «Se taluno di concerto col re, dice Rotari, prepara la morte ad un altro, o lo uccide d'ordine del re, non è punto colpevole; nè la di lui persona, nè gli eredi potranno essere molestati per tal fatto; imperocchè credendo noi che il cuore del re sta in mano di Dio, non è possibile che si chieda conto ad un uomo di colui che il re fece uccidere»[67]. E senza questa legge i giudici del re potevano tenersi risponsabili, non solo alla nazione, ma ancora alle famiglie de' colpevoli delle più giuste sentenze. Lo spirito nazionale, l'indipendenza de' gentiluomini e la debolezza del monarca, impedivano che la vita de' subalterni fosse, in forza di tal legge, in balìa d'un despota.
Non è a sperarsi di trovare nelle costituzioni, o in verun codice delle nazioni barbare, qualche garanzia de' diritti del popolo, delle prerogative dei gentiluomini, o restrizioni alla illimitata autorità reale; tutto ciò esisteva indipendentemente dalle leggi: ma ciò che caratterizzava una nazione libera, era la fissazione della pena per ogni offesa, portata ad una precisione, che al presente parrebbe ridicola, e che altamente giovava ad impedire gli arbitrarj giudizj[68]; lo stesso deve dirsi della legge che castigava la disubbidienza al duca o al re con un'ammenda determinata; di modo che ognuno sapeva sempre a qual prezzo e con quale pericolo poteva scuotere il giogo dell'autorità[69]: era per ultimo la garanzia data ad ogni gentiluomo nella propria giurisdizione[70]. La pubblicazione di tali leggi indicava un popolo libero, più assai che il loro contenuto: «Io Luitprando, dice il monarca nella prefazione, re cattolico e cristiano della nazione dei Lombardi, che Dio ama, di consenso di tutti i miei giudici d'Austria, di Neustria e delle frontiere della Toscana; di consenso di tutto il rimanente de' miei fedeli Lombardi, ed in presenza di tutto il popolo, ho trovato ciò che segue santo e lodevole, e conforme all'amore ed al timor di Dio»[71].
Il regno de' Lombardi era elettivo. Di diciotto re che avevano preceduto Rotari, tre o quattro soli succedettero ai loro genitori[72]. Vero è che dopo Carlo Magno, la corona rimase nella famiglia de' Carlovingi fino alla sua estinzione; ma dopo Carlo il Grosso la nazione rientrò ne' suoi diritti, ed esercitò molte volte in breve spazio di tempo il diritto di nominare i suoi capi, onde mantenersene in possesso. L'assemblea nazionale che chiamavasi Placita seu Malli Regni, riunivasi a Pavia capitale degli stati lombardi, talvolta a Milano, ed in appresso in campagna aperta nella pianura di Roncaglia presso Piacenza. Il nuovo sovrano, o aspirasse al trono per averlo meritato colle sue vittorie, oppure vi fosse invitato dai grandi, era quello che convocava l'assemblea, la quale era composta di prelati, di duchi, di conti, dei legati reali, dei giudici dell'imperatore, degli scabini, de' notai, de' legisti, e per dirlo in una parola, di tutti gli uomini liberi, ch'erano tenuti di assistervi quand'anche non vi avessero voce deliberativa[73].
Quest'assemblea dava, o piuttosto confermava la corona per acclamazione. Nel secolo decimo era il più delle volte ridotta a giustificare un'usurpazione deponendo il sovrano che aveva avuto la disgrazia di rimaner perdente, a ricevere dal nuovo re il giuramento di conservare i privilegi accordati alla chiesa dai suoi predecessori, e finalmente ad esigere da lui le vaghe e generali promesse di rispettare i diritti di tutti, d'osservare la giustizia, di proteggere i poveri, di reprimere le vessazioni de' soldati. I soldati che nominavano e deponevano i re avevan più cura di mantenere la loro indipendenza nelle province loro, che i diritti dell'assemblea di cui erano membri. La carta d'elezione terminava d'ordinario colle seguenti parole: «E come il glorioso re N. si è degnato di promettere che osserverà tutte le condizioni soprascritte, la di cui osservanza è ben necessaria; e che col divino ajuto avrà cura della nostra e della sua salvezza, è piaciuto a tutti noi di eleggerlo nostro re, signore e difensore; obbligandoci di ajutarlo con tutte le nostre forze nel real ministero, per la sua conservazione e per quella del regno»[74].