Poco conosciuta è la condizione degli uomini di campagna subordinati ai signori, quantunque sia l'oggetto della maggior parte delle leggi de' Franchi, de' Lombardi, de' Tedeschi, e sia stato l'argomento di molte dissertazioni, nelle quali Ducange e Muratori non sono sempre dello stesso sentimento. I diversi nomi che trovansi nelle leggi e nelle antiche scritture, indicano evidentemente varie classi di uomini dipendenti; ma la precisa significazione di tali nomi ci è il più delle volte ignota.
Gli Arimanni[82] formavano il primo ordine degli agricoltori ed abitanti di campagna. Erano costoro uomini di libera ed onorata condizione, che possedevano o avevano possedute alcune terre allodiali, ma che in pari tempo coltivavano altresì le terre di qualche signore in virtù d'un atto che non gli assoggettava a veruna vile condizione. Gli Arimanni erano i soli abitanti della campagna non gentiluomini, che fossero tenuti di assistere alle corti dei conti.
Porrò nel secondo rango gli uomini di masnada o le guardie del signore. Questi ricevevano dai gentiluomini alcuni pezzi di terreno, che possedevano come podere militare. Oltre il canone ch'essi pagavano a danaro o in derrate, s'obbligavano pure a seguire il loro signore alla guerra qualunque volta fosse costretto di prendere le armi[83].
Gli aldii, ossiano aldiani avevano il terzo rango. Somiglianti per certi rispetti ai liberti de' Romani, erano uomini nati schiavi, che avevano ottenuta dai loro padroni una quasi intera libertà, ed avevano cambiata l'assoluta loro dipendenza in rendite determinate ed in servigi personali[84]. Tenevano essi a pigione le terre de' loro signori, ma le persone erano libere.
Finalmente gli schiavi componevano l'ultimo ordine della società, e la più bassa, siccome la più numerosa classe degli abitanti della campagna. La condizione loro non era in ogni luogo uguale; gli uni servi della gleba vivevano sulle terre che coltivavano col prodotto del proprio travaglio, corrispondendo l'eccedente ai loro padroni secondo certe precise regole sanzionate dall'uso: altri ridotti ad una dipendenza assoluta, non lavoravano che per i loro padroni, ed in virtù dei loro ordini, e da loro avevano il nutrimento[85].
Ma quantunque la condizione degli schiavi fosse assai dura, erano meno infelici degli schiavi romani in campagna, quando i costumi avevano incominciato a corrompersi. Molte leggi lombarde proteggono i servi contro l'ingiustizia o il soverchio rigore de' padroni; dichiarano libero il marito della donna sedotta dal padrone[86]; assicurano l'asilo delle chiese agli schiavi che vi si rifuggiassero[87]; e regolano le pene proporzionatamente ai commessi delitti, invece di abbandonarli all'arbitraria punizione del padrone. E siccome i signori conoscevano d'aver bisogno de' loro soggetti qualunque volta venivano attaccati, procuravano perciò di farsi amare, e li trattavano con dolcezza, onde aver soldati pronti a difenderli. La schiavitù delle campagne romane ai tempi degl'imperatori spopolò l'Italia, e la schiavitù delle stesse campagne sotto la nobiltà feudale non fece danno alla popolazione.
Le leggi lombarde obbligavano i vassalli a seguire alla guerra a proprie spese il loro signore, procurandosi del proprio il cavallo, le armi e le vittovaglie. Carlo Magno ordinò che quando l'armata fosse invitata ad entrare in campagna, ogni soldato si provvedesse di armi d'ogni genere, d'abiti per un anno, e di viveri fino alla nuova stagione. Vero è, quanto ai viveri, che i soldati introdussero ben tosto la costumanza di farli somministrare dalle campagne e dalle province che attraversavano; costumanza che divenne in seguito un diritto conosciuto sotto il vocabolo di fodero[88], il quale fu limitato nel trattato di pace di Costanza. Ogni uomo libero che ricusava di raggiungere l'armata incorreva nella multa di sessanta soldi (trentasei once d'argento), e non avendo di che pagarla, veniva ridotto in ischiavitù[89].
Quantunque tutti gli uomini liberi dovessero recarsi all'armata, e che nelle pressanti circostanze la legge non eccetuasse che un solo maschio per ogni famiglia che n'avea più d'uno, il quale doveva ancora essere il più debole[90]; pure le armate erano d'ordinario, poco numerose. Forse la legge era male eseguita; forse il numero degli uomini liberi era assai limitato, sia rispetto al numero degli schiavi e dei villani che non prestavano servizio militare, come rispetto agli uomini troppo poveri per mantenersi il cavallo, per cui univansi due o tre famiglie per darne uno: finalmente può ancora supporsi che non si tenesse conto delle milizie a piedi delle città, quantunque facessero parte delle armate.
Il nome di soldato si dava esclusivamente al cavaliere, il quale doveva essere coperto di pesante armatura; doveva portar un caschetto, la collana, la corrazza, stivaletti di ferro, ed un largo scudo. Combatteva colla lancia, colla spada, collo stocco e coll'ascia, che la cavalleria in appresso abbandonò. Il cavaliere, il giorno della battaglia, montava il cavallo di battaglia; ma nelle marcie servivasi del palafreno, che lasciava in mano dello scudiere quando doveva battersi. Secondo gli ordini di Carlo Magno i pedoni dovevano portare una lancia, uno scudo, un arco con due corde di cambio, e dodici freccie[91].
Le leggi dei Lombardi, dei Franchi e de' Tedeschi sottomettevano quasi tutte le cause al giudizio di Dio, ed il combattimento militare era la più comune forma di giudizio. È ben naturale che da questo stato di guerra giudiziaria, i gentiluomini passassero a private guerre frequentissime. Quand'erano stati ingiuriati, le stesse leggi loro acconsentivano di chiederne soddisfacimento, ed alla loro nimistà, una volta dichiarata, davasi il nome di faida[92]. Le leggi non gl'imponevano che il dovere di rinunciare alla vendetta quando veniva loro pagato il compenso pecuniario dell'ingiuria ricevuta. Tale pagamento chiamato widrigild[93] doveva farsi cessante faida; ma se alcuna delle parti rifiutavasi di pagare o di ricevere il prezzo dell'ingiuria, si prolungava la contesa, e le due famiglie restavano in guerra[94].