La nobiltà trovavasi divisa da infiniti litigi di tal sorte; poichè quasi tutti i gentiluomini preferivano ad un componimento amichevole la decisione delle armi. Per tal motivo specialmente si prendevano grandissima cura di tenere i loro vassalli esercitati nel maneggio delle armi ed affezionati alla loro persona: e perchè i servi non potevano entrare nella milizia, i loro padroni trovavano spesse volte conveniente di affrancarli ed innalzarli al rango d'uomini di masnada o d'Arimanni.

Tale era all'epoca della sua istituzione il sistema feudale, un miscuglio di barbarie e di libertà, di disciplina e d'indipendenza, la quale in singolar modo contribuiva a rendere ad ogni uomo il sentimento della propria dignità ed energia che sviluppa le virtù pubbliche, e quella fierezza che le mantiene. La schiavitù de' coltivatori era, non v'ha dubbio, la parte odiosa di questo sistema; ma dobbiamo risovvenirsi che fu stabilito, allorchè la più assoluta e vergognosa schiavitù formava parte del sistema e dei costumi di tutte le nazioni incivilite; che gli schiavi romani che coltivavano la terra, dovettero chiamarsi felici diventando servi della gleba; e che il vassallaggio fu la scala per cui le più abbiette classi del popolo passarono dalla schiavitù antica all'attuale loro libertà.

Nel sistema feudale il legame sociale era assai debole, pure sufficiente, finchè durò nelle piccole popolazioni che l'avevano adottato lo spirito nazionale. Un'origine ed una gloria comune, un nome nazionale caro a tutti i cittadini, leggi ammesse dal comun consenso, spesso portate dall'estremità della Germania, e che costituivano il più nobil titolo della eredità di ogni guerriero, strinsero, finchè i popoli rimasero indipendenti, i legami che univano i Lombardi, i Bavari, i Franchi salici ed i Franchi ripuarj. L'ambizione di Carlo Magno, che li riunì tutti sotto la sua vasta monarchia, fu la prima cagione della prossima scomposizione. L'uomo che appartiene all'impero del mondo non ha più patria, nè sentimento nazionale. Per alcun tempo i governatori hanno potuto essere sedotti dallo splendore delle conquiste del loro re, e sentire il solletico delle vittorie, che pure distruggevano ogni speranza di felicità: ma il vergognoso regno dei discendenti di Carlo Magno fece cadere questa illusione, ed i popoli conobbero allora tutti assieme, che l'impero d'Occidente non era una patria, o se pure lo era, era tale da non far loro provare che dolore e vergogna, per essere esposta alle continue umiliazioni dei Saraceni, degli Ungari, degli Avari, degli Slavi, dei Normanni, dei Danesi, i quali tutti erano divenuti potentissimi per il debole impero de' figli di Carlo Magno[95].

Per le nazioni incivilite e corrotte, la perdita dello spirito pubblico è una specie di morte nazionale, riducendo gli uomini a quello stato di avvilimento in cui i Greci ed i Romani si trovarono sotto gli ultimi imperatori. Ma in una nazione ancora piena d'energia, e dove un principio di vita anima tutto, quando s'estingue lo spirito pubblico, diventa maggiore il vigor individuale, che conserva ancora la dignità dell'umana natura in mezzo alle sventure dello stato. Nello stesso tempo in cui venti Saraceni osarono fondare una colonia nemica a Frassineto, posto nel centro dell'impero di Carlo Magno, i baroni che lo circondavano erano bravi soldati, e tutta la sua nazione bellicosissima. Ma l'abbassamento dello spirito pubblico, la disunione di tutti i membri dell'impero, le guerre civili, o a meglio dire private tra i signori dei castelli, infine la diffidenza e la gelosia di ogni villaggio per il villaggio vicino, rendevano la nazione incapace di far resistenza ai nemici. Il disordine era cresciuto a segno che i paesani non ardivano uscire dalle loro muraglie per seminare i campi, le raccolte venivano distrutte o portate via dai nemici, le strade rese impraticabili dal ladroneccio.

Nel sesto secolo tutti gli ordini della nazione, separatamente considerati, erano scontenti del legame che gli univa. Allorchè un principe ambizioso occupava il trono, aveva costume di dividere tra i suoi favoriti i grandi feudi, come fossero impieghi civili, lo che gravemente offendeva i principali signori: le città forzate di difendersi da sè medesime contro le incursioni de' barbari, circondaronsi di mura, addestrarono le loro milizie, e terminarono col disprezzare un governo incapace di proteggerle: i gentiluomini, stanchi d'un servizio rovinoso, paventavano i messaggieri del re, che non chiamavanli che a fazioni militari senza gloria, ed a diete senza libertà: per ultimo i paesani, oppressi dai loro signori e tormentati dalle rapine delle guerre private, rifiutavano una patria che non gli aveva in conto di cittadini. Di mezzo a tanta anarchia eransi formate alcune parziali società per la comune difesa; ed i capi politici indipendenti esistenti in seno alla nazione, e la formazione loro, dovevano affrettare lo scioglimento di quel legame sociale che le recenti associazioni rendevano inutile. Nello stato ordinario della società, quantunque l'autorità sovrana sia onerosa a coloro che ne sostengono il peso, tutti non pertanto temono gli effetti dell'anarchia, e sentono come sarebbero esposti ad ingiuste aggressioni, quanto deboli e sventurati, se un'autorità protettrice, se una forza superiore a quella degl'individui, non reprimesse le violenze, e non conservasse l'ordine fra gli opposti interessi che sogliono produrre fra gli uomini incessanti motivi di querele. Ma quando la società accoglie nel suo seno varie parziali associazioni, nè i capi, nè i membri temono più le conseguenze dell'anarchia.

Un duca di Spoleti o del Friuli risguardava il re d'Italia quale oppressore, che si arrogava il diritto di usurpare l'eredità ai suoi figliuoli, di dividere le sue entrate, di porre limiti alla sua autorità; un geloso nemico, che non potendo sempre opprimerlo colle proprie forze, procurava di rivolgere contro di lui quelle de' vicini; che per nuocergli univa l'astuzia alla violenza; ma che in veruna circostanza accorreva in sua difesa, o gli era in qualsiasi modo utile.

Perciò i grandi feudatarj non risguardavano più la caduta del trono con quell'inquieto timore che in noi produce un'imminente rivoluzione, di cui non si possono calcolare gli effetti: al contrario essi erano a portata di conoscere perfettamente i risultati di tale cambiamento. Conoscevano ugualmente le forze proprie e quelle de' loro vicini; vedevano di poter dividere tutte le prerogative dell'autorità reale, e tutte le spoglie del trono; che senza pericolo di disordine o d'anarchia, avrebbero anzi conseguito maggior sicurezza, l'indipendenza e più illimitato potere.

Nè l'interesse de' sudditi era in tal caso in opposizione con quello de' loro padroni, perchè il monarca non gli aveva mai salvati dalle vessazioni del duca o del marchese, nè alla deposizione loro avevano mai dato motivo le lagnanze del popolo: e quando i soggetti sono lasciati in balìa de' loro padroni, è a desiderarsi che la signoria sia ereditaria, affinchè i padroni sieno più interessati alla conservazione ed alla prosperità della medesima. L'autorità d'un signore temporario non era perciò più limitata, e quand'era destituito, gli era il più delle volte surrogato un uomo di minor condizione, che la povertà rendeva più avido e più oneroso ai sudditi.

Doveva inoltre sembrar più agevole ai sudditi de' magnati il limitare l'autorità di un piccolo principe, che quella d'un gran re; di reprimere le vessazioni d'un uomo che non aveva che le forze dei proprj sudditi, piuttosto che quelle d'un sovrano che, adoperando la politica dei despoti, valevasi dei sudditi d'una provincia per incatenare quelli di un'altra.

Sembrerà strano che con tali disposizioni gl'Italiani non deponessero Berengario II, e non abolissero l'autorità reale, invece di chiamare Ottone dagli estremi confini dell'Allemagna, e sottomettersi a lui: ma eranvi due altri ordini della nazione, che, quantunque mal soddisfatti, credevano non pertanto di dover sostenere il trono. Le città non potevano chiamare in loro soccorso che i re, i quali per altro non le proteggevano: esse soffrivano tutti i mali dell'anarchia, e non avevano ancora abbastanza di forze per provvedere alla propria sicurezza; onde i cittadini antiveggenti dovevano desiderare che si sottraessero lentamente all'impero, piuttosto che ricuperare tutto ad un tratto quell'indipendenza che non avrebbero potuto difendere. Altronde anco i gentiluomini e la nobiltà di secondo rango temevano ugualmente quello scioglimento della monarchia che gli avrebbe posti in arbitrio de' magnati limitrofi, amando meglio d'ubbidire ad un re, che ad altri nobili ch'essi credevano loro eguali.