(961) La concessione della corona imperiale agli Alemanni garantì a tutti gli ordini della nazione quel grado d'indipendenza che si conveniva alla sua situazione ed alle sue forze; (961 = 965) facilitò lo scioglimento pacifico del legame sociale, e l'erezione, nell'interno dello stato, d'una quantità di piccole popolazioni che diventarono libere tosto che non ebbero più bisogno della protezione del monarca. Il regno d'Ottone fu al di fuori illustrato dalle vittorie, internamente dallo stabilimento di una costituzione proporzionata allo spirito del secolo ed al bisogno della nazione.
Ben più che a Carlo Magno si conviene ad Ottone il nome di grand'uomo; e se non altro il suo regno contribuì efficacemente alla prosperità de' popoli a lui sottomessi. Carlo ebbe l'ambizione de' conquistatori, e, per ingrandire l'impero, distrusse collo spirito nazionale il vigore dei popoli vinti. Ottone non fu meno vittorioso di Carlo, ma Ottone trionfò dei nemici dei popoli ridotti a civiltà, e degli aggressori che guastavano le province dell'impero colle loro scorrerie. Egli non cercò di estendere i limiti dell'impero, e non s'arrogò che i poteri necessari per proteggere i suoi sudditi; e dopo aver data la pace alle sue province, preparò i popoli a poter un giorno essere indipendenti.
La costituzione che Ottone il grande diede agl'Italiani, poi ch'ebbe conquistato tutto il regno di Berengario, era di tutte la migliore per conservare al monarca, obbligato di trattenersi lungo tempo ne' suoi stati di Germania, la sua autorità. Prima della fatale invenzione delle truppe di linea, prima di scoprire che uomini liberi potevano ridursi a vendere la loro volontà e le loro braccia per un miserabile salario, il despotismo non poteva avere regolare e durevole stabilimento. Fin ch'era in luogo, l'ascendente d'un grand'uomo faceva piegare ogni cosa alle sue volontà, e ciò con tanto maggiore facilità, quanto più grande era nei popoli il dovere della riconoscenza; ma tosto che s'allontanava, l'interesse personale ripigliava il suo predominio sul cuore d'ogni individuo, e l'obbedienza del soggetto si proporzionava esattamente al beneficio che sperava di conseguire dall'ordine pubblico.
Ottone aveva condotto in Italia una grande armata, ma quest'armata era feudataria. Ogni ufficiale era tenuto, in virtù della sua baronia, di servire al re per un determinato tempo, ed ogni cavaliere doveva per tutto questo tempo seguire il suo barone da cui aveva ricevuto il feudo. Ultimata la spedizione, l'armata voleva ed aveva il diritto di ritornare ai suoi focolari. Se Ottone avesse voluto stabilire in Italia un gran signore con una ragguardevole forza, non poteva farlo che dandogli terre per lui e per i suoi vassalli, e spogliando gli abitanti d'un'intera provincia delle loro proprietà: tirannica misura che, senza procurargli assai fedeli vassalli, gli faceva tanti implacabili nemici. Se poi si accontentava di provvedere le province di governatori stranieri senza cambiarne gli abitanti, siccome i governatori non avrebbero avuto altra forza che quella dei loro soggetti, così non potevano sperare d'essere ubbiditi se non facendosi amare, e finchè i loro ordini non si opponessero all'interesse dei vassalli. Per ultimo se Ottone si fidava ai baroni italiani, si poneva, allontanandosi, in loro balìa più che non lo fossero i suoi predecessori.
Ma Ottone era potente e glorioso; e ne' quattr'anni ch'egli aveva impiegati alla testa d'una poderosa armata a sottomettere il regno lombardo, egli aveva con mano forte preso lo scettro, e sempre trionfato de' barbari, e represse le ribellioni de' sudditi e di suo figlio medesimo[96]. Sempre caro a' suoi soldati, fu rispettato dal clero, benchè si fosse valso dei primi per comprimerlo, deponendo due pontefici, e riducendo la Chiesa nella sua dipendenza. Accrescevano la sua potenza la fermezza del suo carattere, e la costanza irremovibile delle sue risoluzioni che tendevano sempre a grandi cose. Pure con sì grandi mezzi non avrebbe ancora potuto arrogarsi un'autorità dispotica, senza esporsi a perderla all'istante che ripasserebbe le alpi. Fu troppo savio, e troppo grande per farne soltanto l'esperimento; egli si valse all'opposto della medesima sua potenza per gettare i fondamenti della libertà.
Le città erano state fino a' quei tempi governate dai loro conti, che d'ordinario erano pure i loro vescovi: questi signori essendo quasi tutti italiani dovevano per conseguenza essere poco ben affetti all'imperatore. Non li rimosse Ottone, non ne ristrinse pure formalmente le prerogative, ma favorì gli abitanti delle città a dilatare le loro immunità con pregiudizio delle prerogative signorili. Il conte, come il re, non aveva truppe sotto i suoi ordini, onde per dar esecuzione ai suoi voleri in una città assai popolata, ed avvezza alle armi, era forzato o di guadagnarsi l'affetto de' cittadini col rinunciare ad alcune prerogative, oppure d'invocare l'autorità del re che non era disposto a favorirlo.
Le città in certo qual modo abbandonate a sè medesime, si diedero, di consenso del re, un governo municipale[97]. Tali costituzioni si stabilirono durante il regno d'Ottone il grande e de' suoi successori, senza opposizione, senza tumulto, ma altresì senza una carta che ne attesti la legittimità: quindi l'antichità loro non è comprovata che dalla prescrizione sempre in progresso allegata dalle città, qualunque volta vennero richiamati in dubbio i loro privilegi.
I nuovi municipj conservarono per Ottone il grande loro benefattore la debita riconoscenza, che non venne meno finchè durò la di lui famiglia: ma quando l'ultimo degli Ottoni morì senza figliuoli, trovandosi per tale avvenimento sciolti dai vincoli che gli univano alla casa di Sassonia, scossero interamente il giogo tedesco.
Per altro Ottone il grande negl'intervalli che dimorava fuori d'Italia non lasciò depositarie del suo potere le sole città: poichè aveva investiti varj signori tedeschi, ed alcuni italiani che gli avevano dato sicure prove d'attaccamento, dei feudi più importanti, del marchesato di Verona e del Friuli, e del ducato di Carintia. Enrico duca di Baviera suo fratello, onde avere in ogni tempo libero l'ingresso d'Italia[98], creò il marchesato d'Este in favore d'Oberto, uno dei gentiluomini che lo avevano assistito contro di Berengario; ne instituì un altro che comprendeva le diocesi di Modena e di Reggio per Alberto Azzone bisavo della contessa Matilde, quello che aveva accolta nella sua fortezza di Canossa l'imperatrice Adelaide[99]. Per ultimo creò il marchesato di Monferrato per suo genero Almarano[100]. Alle città italiane riuscì utile questa sostituzione degli stranieri e nuovi feudatarj agli antichi. Il potere de' nuovi signori era vacillante ed incerto; i loro vassalli ne erano gelosi, e lungi dal difenderli, cercavano di spogliarli dei loro diritti; i vicini non si movevano per soccorrerli, ed ogni giorno perdevano qualcuna delle loro prerogative. Abbandonarono quindi le città, e si ridussero ne' loro castelli, ove credevansi più sicuri, ma trovaronsi per tal modo, rispetto al potere, ridotti alla condizione de' gentiluomini, comecchè conservassero la superiorità del rango.
Vedremo nel susseguente capitolo quali furono le differenze ch'ebbe Ottone il grande colla Chiesa[101]; e vedremo altrove i motivi della lunga guerra ch'egli e suo figliuolo sostennero contro i Greci per il possedimento della Calabria e del ducato di Benevento. Questi sono i soli avvenimenti del regno di Ottone in Italia, di cui gli storici abbianci conservata distinta memoria. Dopo aver consumata la conquista del regno lombardo, Ottone era tornato in Germania l'anno 965. Ripassò in Italia l'anno susseguente, e risedette successivamente in Ravenna, in Pavia, in Roma, in Capoa fino al 972; nel quale anno rivide la Germania, ove morì presso a Maddeburgo il giorno 7 di maggio l'anno 978.