(973 = 983) Gli succedette suo figliuolo, nominato pure Ottone, che il padre aveva chiamato a parte dell'impero l'anno 967. Una guerra civile mossa contro di lui da Enrico il rissoso, duca di Baviera, obbligò il giovane Ottone a rimanere in Germania fino al 980. Passò dopo in Italia, ove morì del 988. Allorchè parleremo delle repubbliche marittime, e di quelle della Magna Grecia, dovremo dire alcuna cosa intorno alle guerre che nel corso del poco illustre suo regno ebbe Ottone II a sostenere contro le medesime.
(983 = 1002) Ottone morendo lasciava un fanciullo sotto la tutela di Teofania sua consorte, della propria madre Adelaide, e dell'arcivescovo di Colonia. Travagliato questo giovane principe, durante la sua età minorenne, dalle guerre civili ch'ebbe a sostenere contro il duca di Baviera Enrico il litigioso, non venne poi in Italia che del 996, ove morì nel fiore dell'età sua l'anno 1002. In esso, che fu Ottone III, si spense la famiglia di Sassonia, dopo aver posseduto quarantun'anni il regno unito dell'Italia e della Germania.
In questo spazio di tempo i principi della casa di Sassonia dimorarono venticinque anni fuori d'Italia, quantunque durante la loro assenza il governo generale della nazione rimanesse in qualche modo sospeso: imperciocchè non promulgavasi senza l'imperatore veruna legge criminale, non riunivasi l'assemblea della nazione, non eravi guerra pubblica, non leva d'uomini per l'impero, non tasse per il monarca. E siccome la sovranità nazionale non poteva restar inerte, così rifondevasi nelle province. I signori ed i prelati emanavano editti, le città leggi municipali. I feudatarj nominavano i giudici dei villaggi; il popolo i consoli ed i pretori nelle città. Ogni corpo si rivendicava il diritto di difendersi, ogni cittadino diventava soldato: per ultimo magistrati eletti dai loro eguali determinavano per le spese municipali una tassa quasi volontaria, ed un consiglio che veniva chiamato consiglio di confidenza, amministrava il danaro della città.
Il sentimento che i popoli attaccano all'idea astratta di patria, è composto dai sentimenti di riconoscenza per la protezione che accorda, d'affezione per le sue leggi e costumanze, e di partecipazione alla sua gloria. Ma lo stato era in modo diviso, che ogni cittadino non poteva conoscere se non la protezione dei magistrati della sua città; siccome non poteva conoscere che le leggi, le usanze e la gloria della sua città e delle di lei armi. Talchè abbandonando l'idea indeterminata di membro d'un impero che non conosceva, e col quale non aveva alcun rapporto che incomodo non fosse, ogni cittadino s'avvezzava a circoscrivere alla sua città l'idea di patria e tutta la sua patria. In tal maniera formossi nell'opinione degli uomini una strana rivoluzione, e fin qui senza esempio; imperciocchè quantunque la prosperità e la libertà siano state sempre il retaggio esclusivo delle piccole nazioni, come appartengono ai grandi stati il despotismo, i grandi abusi, i traviamenti dell'ambizione, le guerre senz'oggetto e le paci senza riposo; non erasi ancor veduto, e forse non si vedrà mai più un popolo rinunciare agli attributi di grande nazione, alla gloria attaccata ad un nome collettivo, alla grandezza, alla potenza, per cercare la libertà nello scioglimento del suo legame sociale.
La subordinazione feudale veniva scossa da ogni rivoluzione dell'impero in modo che più stranieri rendeva sempre gli uni agli altri i membri dello stato. La morte di Ottone III liberò le città dalla riconoscenza dovuta alla famiglia del grande Ottone, e la guerra civile, eccitata dall'elezione del suo successore, diede loro motivo d'esperimentare le proprie forze, e di conoscere che non avevano omai più bisogno d'un protettore straniero.
(1002) Saputasi in Germania la morte d'Ottone III, il marchese di Turingia, il duca di Germania, ed Enrico III, duca di Baviera figliuolo d'Enrico il rissoso, si disputarono la corona. Dopo una breve guerra civile, rimase all'ultimo ch'era nipote del fratello del grande Ottone, e fu coronato a Magonza sotto il nome d'Enrico II re di Germania[102]. Benchè non fosse per gl'Italiani che Enrico I, non contando questi Enrico l'uccellatore, il quale non fu loro re, noi indicheremo questo principe ed i suoi successori dello stesso nome col numero adoperato dai Tedeschi, per evitare la confusione d'un doppio numero.
Intanto la dieta de' signori italiani riunitasi in Pavia eleggeva re di Lombardia Arduino marchese d'Ivrea[103]. La convenzione dalla nazione italiana contratta colla casa di Sassonia non aveva più vigore dopo che questa famiglia aveva cessato di esistere; i regni d'Italia e di Germania erano affatto l'uno dall'altro indipendenti; e veruna legge obbligava ad affidarne l'amministrazione allo stesso monarca. A fronte di così evidenti ragioni l'elezione d'un re lombardo si risguardò dai Tedeschi come un atto di ribellione; per cui si disposero a riconquistare l'Italia: e continuando in questa loro strana pretensione, trattarono sempre gl'Italiani come un popolo nemico o ribelle, che dovevasi atterrire con rigorosi castighi, e tenere sotto il giogo. Gli Ottoni furono i protettori della libertà delle città, e gli Enrichi colla diffidente loro durezza sforzarono queste città medesime a rivolgere contro di loro quelle forze che avevano ricevute dalla libertà.
Arduino era stato eletto in Pavia, e tanto bastava perchè i Milanesi si dichiarassero contro di lui; imperocchè Pavia e Milano si disputavano il primo rango tra le città lombarde, e sentivansi di già abbastanza forti ed indipendenti per potersi abbandonare alla vicendevole loro gelosia. A ciò s'aggiungeva che Arnolfo arcivescovo di Milano aveva particolar motivo d'essere scontento di Arduino. Egli arrivava dopo chiusa la dieta di Pavia, da una ambasceria a Costantinopoli, speditovi da Ottone III; onde risguardò come illegittima l'elezione d'un re senza l'intervento del primo prelato della nazione. (1004) Approfittando dei soccorsi dell'arcivescovo e della città di Milano, Enrico di Germania, riconosciuto re da una nuova dieta di Roncaglia, si affrettava di venire in Italia per la strada di Verona. Arduino, abbandonato dalle proprie truppe che si dispersero prima di misurarsi col nemico, si vide costretto di rifugiarsi nelle fortezze del suo marchesato; lasciando che il suo rivale s'avanzasse senza incontrare ostacoli fino a Pavia, ove ricevette dall'arcivescovo di Milano la corona d'Italia.
Lo stesso giorno dell'incoronazione, le indisciplinate truppe d'Enrico diedero nuove ragioni agli abitanti di Pavia d'attaccarsi al suo rivale. I Tedeschi riscaldati dal vino insultarono i cittadini in modo che trovaronsi costretti di reprimere colle armi gli oltraggi d'una soldatesca indisciplinata. Ad Enrico venne da' suoi cortigiani rappresentato questo tumulto siccome un furor di plebaglia, e l'esplosione d'un'arroganza di schiavo[104], che dovevasi reprimere colla forza; ma la ribellione era più estesa, ed il pericolo maggiore che non era annunciato. Enrico trovossi assediato nel palazzo che le sue guardie difendevano a stento. Per liberarlo, e sottomettere i Pavesi ribellati, non potendo, per essere state barricate le strade, avanzarsi la truppa d'Enrico accampata fuori di Pavia, mise il fuoco alla città. L'incendio allargandosi rapidamente favoriva il massacro; e la superba capitale dei Lombardi fu bentosto un mucchio di ruine sparse di sangue, da cui Enrico s'allontanò subito colla sua armata. Frattanto i Pavesi rifabbricarono la loro città; e consacrando le nuove mura, giurarono di vendicarsi dei Tedeschi; e proclamato di nuovo Arduino, dedicarono le loro armi e le fortune loro al rialzamento del suo trono[105].
Enrico, cui stava infinitamente più a cuore la conservazione della Germania, che l'apparenza di uno sterile potere in Italia, lasciò passare dieci anni senza portarvi di nuovo le sue armi. D'altra parte Arduino, mancante di truppe e di danaro, poco profitto ritraeva da' suoi talenti e dal suo coraggio. Vercelli, Novara, Pavia, e probabilmente quasi tutte le città del Piemonte riconoscevano i suoi diritti alla corona: ma queste città non potendo assoldare milizie, rifiutavansi di ricevere il re entro le sue mura per non ricevere col re le sue truppe indisciplinate, ed un potere dispotico. Arduino perciò riparavasi nelle fortezze del suo antico marchesato, e non rammentava ai popoli la sua dignità reale, se non con qualche donazione ai monasteri; soli documenti che siano a noi pervenuti del suo regno. Pareva che le città si fossero parzialmente incaricate di difendere i diritti dei due concorrenti. Milano attaccava frequentemente colle sue milizie i limitrofi vassalli di Arduino, mentre i cittadini pavesi guastavano il territorio milanese: tutti s'esercitavano nelle armi, tutti s'abbandonavano alla gelosia ond'erano animati verso i loro vicini, tutti s'accostumavano a non risguardare per loro patria che la propria città, ed adottavano il nome dei re piuttosto per giustificare le loro guerre, che per voglia che avessero di abbracciar la causa de' monarchi per cui apparentemente combattevano.