In compenso di tale protezione i papi accordarono alcune grazie ai re di Francia. Zaccaria approvò la traslazione della corona di Francia da Childerico a Pipino[136], e Stefano II incoronò quest'ultimo a Parigi l'anno 764[137]. In appresso il medesimo papa elevò al rango di patrizj romani Pipino, ed i suoi due figliuoli; ed a nome della Chiesa, de' duchi, conti, tribuni, popolo ed armata di Roma, gli scrisse per impegnarlo a difendere contro Astolfo una città di cui erano creati magistrati[138].

I papi avevano lo stesso diritto di nominare un patrizio romano, come di trasferire da una ad un'altra famiglia la corona di Francia. Il patrizio era un ufficiale nominato dagl'imperatori greci: uno risiedeva in Sicilia, ed un altro d'ordinario in Roma, ov'erano capi del governo. Ma forse Pipino aveva un miglior titolo alla dignità reale nell'elezione del popolo francese, che al patriziato in quella del popolo romano; ma nella pericolosa situazione in cui trovavasi il popolo di Roma, poteva il papa scusarsi se a qualunque prezzo gli assicurava un protettore. Intanto queste trattative corruppero i pontefici, i quali dando ai Carlovingi diritti ch'essi medesimi non avevano, ricevevano in compenso terre e ricchezze delle quali i Carlovingi non avevano diritto di disporre. Pipino costrinse Astolfo, re de' Lombardi, a restituire l'Esarcato e la Pentapoli non già all'imperatore di Costantinopoli cui appartenevano, e che faceva riclamare dai suoi ministri, ma bensì a s. Pietro, alla Chiesa romana rappresentata dai suoi pontefici, ed alla repubblica. Pare che lo storico di Stefano II adoperasse quest'ultimo vocabolo per indicare il governo di Roma e delle province, che dopo essersi staccate dall'impero greco rimanevano indipendenti; imperciocchè lo storico termina l'elogio di questo pontefice con tali parole: «il quale coll'ajuto di Dio dilatò le frontiere della repubblica e del popolo sovrano, che formava la greggia confidata alle sue cure[139]

L'atto della donazione di Pipino non si è conservato, di maniera che non conosciamo con esattezza le condizioni di così fatta concessione, in forza della quale la Chiesa acquistò per la prima volta una dominazione temporale[140][141]. Ma la storia ne istruisce che tale donazione non ebbe mai effetto. Astolfo permise bensì che l'atto di donazione, e le chiavi delle città donate si deponessero sull'altare di s. Pietro; e varj ostaggi giunsero pure a Roma coll'inviato di Pipino; ma la Chiesa non ebbe il godimento della sovranità di queste province, ed abbiamo molte lettere dei papi nelle quali si lagnano che nè Astolfo, nè Desiderio suo successore non avevano ancora dato alla Chiesa ed alla repubblica romana il possesso delle città promesse[142], o pure che avendone accordata taluna, se l'erano all'istante ripresa. E quando in appresso, dietro le istanze della Chiesa, Desiderio lasciò queste città in libertà, invece d'essere governate dal papa, passarono sotto l'arcivescovo di Ravenna come rappresentante degli esarchi[143]: e finalmente allorchè, chiamato da Adriano, Carlomagno conquistò l'anno 774 il regno dei Lombardi, confermò la carta di donazione di suo padre senza però darle esecuzione; onde Adriano l'andava avvisando di dar esecuzione a quanto, per la salvezza dell'anima sua, aveva promesso di fare in favore della Chiesa e della repubblica de' Romani[144].

Ma se le donazioni delle sovranità fatte da Pipino, Carlomagno e Luigi il buono, si ridussero a semplici atti d'ostentazione, che que' principi non ebbero mai intenzione d'eseguire, essi però arricchirono la Chiesa con più utili beneficenze, dandole l'utile dominio di una parte dell'Esarcato e della Pentapoli, cioè i frutti e le rendite delle terre, mentre la sovranità delle stesse province era riservata alla repubblica romana, al patrizio, e per ultimo all'imperator d'Occidente. Altronde all'utile dominio veniva pure annessa l'ubbidienza di moltissimi vassalli, talchè il papa, che già da gran tempo veniva risguardato come il primo cittadino di Roma, diventò pure il primo e più potente barone[145].

Le dignità che danno potere e ricchezze diventano l'oggetto dei desiderj degli ambiziosi, e ben tosto loro preda. Dopo le prime donazioni di Pipino si videro aspirare alla cattedra dì s. Pietro persone affatto diverse da quegli austeri sacerdoti che l'avevano fino a quei tempi occupata, e gli annali della Chiesa incominciarono a macchiarsi dei delitti del capo dei Cristiani. Due fratelli Stefano II, e Paolo I, ch'ebbero successivamente il papato dal 762 al 766, vengono accusati dagli storici della chiesa di Ravenna d'ingiustizia, di rapina, di crudeltà[146]. Dopo la morte di Paolo, un antipapa s'impadronì colle armi della sede pontificia; il legittimo papa Stefano III ebbe parte all'assassinio di alcuni de' principali dignitarj della sua chiesa[147]; e tutto il clero adottò le abitudini ed i feroci costumi dei gentiluomini del suo secolo.

Ne' tempi della barbarie, mentre l'ignoranza rende la fede più costante, le passioni indomabili e feroci distruggono affatto la morale. Le stragi, i tradimenti, gli spergiuri sono avvenimenti comuni nella storia di quegli uomini cui il nono ed il decimo secolo accordarono il nome di Grande. Ma dopo così enormi delitti, una magnifica penitenza attestava la religione ed il pentimento del colpevole. L'ambizione del clero mostrò ai grandi delinquenti una ignota strada per espiare i loro delitti, e far dimenticare i loro furori; e questa fu quella delle donazioni alla chiesa per la salvezza dell'anima del donatore[148]. Pipino e Carlo Magno avevano con somiglianti liberalità gittati i fondamenti della potenza papale: comecchè essi non avessero soltanto arricchita la santa sede, ma ancora l'arcivescovo di Ravenna in maniera di poter gareggiare col papa, e poco meno anche l'arcivescovo di Milano, e molti monasteri. Tutti i loro successori ne imitarono l'esempio, ed i principali baroni, seguendo la pratica de' loro sovrani, fecero pagare ai loro eredi i misfatti che avevano commessi: per lo che avanti il dodicesimo secolo abbiamo più atti di donazioni fatte alle chiese, che di contratti di qualunque altro genere presi cumulativamente. Di modo che quando Ottone il grande entrò in Italia, le più ricche città, le province più popolate venivano possedute dal clero; mentre i grandi feudi laici erano spenti o divisi. Di quest'epoca i principali e più potenti sovrani ecclesiastici erano il patriarca di Aquilea, gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, i vescovi di Piacenza, di Lodi, d'Asti, di Bergamo, di Novara, di Torino, l'abbate di monte Cassino, il più potente signore del ducato di Benevento, che fino all'età nostra conservò il titolo di primo barone del regno di Napoli, e l'abbate di Farfa nella Sabina[149]. Inoltre la maggior parte de' vescovi avevano acquistato, in forza di un atto di qualche re o gran signore, la giurisdizione della città in cui risiedevano, e non eravi un solo vescovo, un solo monastero dell'un sesso o dell'altro, che in alcun territorio o villaggio non possedesse diritti feudali.

Alla podestà temporale erano uniti quei doveri che allontanarono affatto gli ecclesiastici dalle primitive loro funzioni. Quando un vescovo, un abbate era conte d'una città, sotto questo titolo riuniva la prerogativa di giudice e di generale; essendo incaricato del governo civile del contado in tempo di pace, e della sua difesa in tempo di guerra. Come castellani, gli ecclesiastici credevansi permesso di sostenere un assedio assai prima che ardissero di porsi in campo alla testa di un'armata. Ma nel secolo nono avevano già appreso a marciare contro il nemico. L'imperatore Luigi II lo ordinò loro nel decreto che pubblicò per l'impresa di Benevento l'anno 866[150]: e lo stesso papa Giovanni X guidò l'anno 915 le truppe della lega ch'egli aveva riunite contro i Saraceni.

I tre Carlovingi, spinti da quello spirito religioso che gli aveva indotti ad arricchire il clero, credettero di santificare l'amministrazione de' loro stati, fidandola agli ecclesiastici. Il cancelliere, il principale ufficiale della corona, era quasi sempre un prelato[151], ed i vescovi e gli abbati intervenivano al consiglio del re ed agli stati della nazione. Durante il regno di Pipino, e parte di quello di Lotario, Adelardo abbate di Corbia ed il monaco Wala suo fratello furono i veri sovrani d'Italia. Dopo costoro altri ecclesiastici occuparono in consiglio il loro luogo; e fu osservato, che non rifiutaronsi di dirigere le guerre snaturate che i figli di Luigi il buono fecero al padre. Il favore del sovrano, il potere, le ricchezze corruppero in ogni tempo coloro che le possedevano, e non era da supporsi che il clero sarebbesi conservato incorrotto, quando si fosse riflettuto che a quell'epoca lo spirito della religione cristiana era guasto affatto dalla più grossolana superstizione; che i di lei ministri, scelti tra i secolari, dovevano essere partecipi dei vizj del secolo; che i grandi signori erano solleciti di collocare tra il clero alcuno de' loro figli, perchè la fortuna farebbe che in tale stato servisse loro d'appoggio; che invece di far ammaestrare nelle lettere ecclesiastiche questi nuovi canditati della Chiesa, venivano, come giovani cavalieri, addestrati al maneggio delle armi e dei cavalli; che l'avidità con cui si spogliavano le chiese dei loro beni, uguagliava la profusione con cui erano state arricchite; che il re Ugo non era stato il primo a provvedere a forza di beneficj ecclesiastici i suoi sicarj ed i suoi bastardi; e finalmente molti sovrani deposti, molti grandi signori ch'erano incorsi nella disgrazia de' loro superiori, venivano forzati a ricevere la tonsura; onde il corpo del clero composto di così fatta gente non poteva possedere le virtù proprie del suo stato. A torto si è voluto opporre alla santità della religione la disordinata vita del clero del nono e decimo secolo, quando appena sarebbe bastato un miracolo per santificare gl'impuri elementi di cui era di que' tempi composto il clero.

Abbiamo un'assai circostanziata storia de' papi contemporanei degl'imperatori Carlovingi. Tale storia scritta da un bibliotecario della corte romana, è generalmente parziale per i papi[152]. Lo scandalo cominciò soltanto in sul declinare del secolo nono. Ma prima di osservare la Chiesa lordata dalla dissolutezza di alcuni giovinastri, vuole la giustizia che ci fermiamo all'epoca più onorevole del pontificato di Leone IV.