Tanti delitti stancarono la pazienza de' Romani, ispirando loro così fatta avversione e disprezzo per il potere sacerdotale, che molti secoli e memorie poterono a stento renderlo ancora rispettabile. Mentre i papi erano risguardati quai feroci ad un tempo, e pusillanimi tiranni, e troppo indegno il loro giogo, un uomo ancora caldo la mente dell'antica gloria di Roma, e che ardentemente bramava di rinnovare i bei giorni della repubblica, Crescenzio, cominciava a farsi conoscere, ed acquistava il favore del popolo coll'eloquenza e col coraggio. Rianimò il nobile orgoglio de' Romani, che sotto di lui si credettero ancora degni discendenti dei padroni del mondo; li mosse a scuotere l'autorità de' papi appoggiata soltanto alla confidenza dei popoli nella santità d'un ministero apostolico, e che perdeva ogni titolo all'ubbidienza, da che i pontefici avevano rinunciato alla virtù. Crescenzio incominciò ad esercitare in Roma qualche potere col titolo di console l'anno 980, press'a poco all'epoca in cui Ottone II entrò per la prima volta in Italia: ma quest'imperatore, occupato dalla guerra che faceva ai Greci nel ducato di Benevento, non pensò a cambiare l'amministrazione di Roma. Se Crescenzio non potè prevenire i delitti di Bonifacio VII, è però probabile che prendesse parte al suo castigo[179]. E perchè Crescenzio procurava di allontanare interamente i papi da quel governo di cui avevano sì lungo tempo abusato, gli storici pontificj si lagnano delle sue persecuzioni[180]. Anche Giovanni XV, eletto l'anno 985, e vissuto fino al 996, fu dal console esiliato; ma da che riconobbe l'autorità del popolo, fu richiamato a Roma, e visse in buona intelligenza con Crescenzio[181]. Questo papa morì allora quando, stanco di rimanere nei limiti della podestà ecclesiastica, aveva spedito un'ambasceria ad Ottone III, che sortiva allora dalla minorità, per indurlo a passare in Italia.
(996) L'imperatore arrivava a Ravenna quando seppe la morte del papa; e gli destinò successore un signor tedesco, suo parente, chiamato Bruno, il quale sostenuto dai conti di Tusculo e dall'armata imperiale che avanzavasi verso Roma, fu posto sulla cattedra di s. Pietro col nome di Gregorio V.
All'avvicinarsi delle truppe tedesche Crescenzio erasi ritirato nella mole d'Adriano; onde Gregorio che non voleva incominciare il papato con atti di rigore, s'interpose per fare la pace tra l'imperatore ed il console. Ottone partì ben tosto per tornare in Germania, ed il nuovo pontefice, orgoglioso di una dignità più assai rispettata nella sua patria che a Roma, degl'illustri suoi natali e del favore d'Ottone, di cui risguardavasi come il luogotenente, volle farsi superiore alle leggi ed ai privilegi del popolo. Conobbe Crescenzio a' quali pericoli sarebbe esposta la libertà romana se gl'imperatori, non contenti di visitare la città colle armate tedesche, s'avvezzavano a lasciarvi pontefici della propria famiglia, ed interamente attaccati a' loro interessi. Gl'imperatori greci, più per debolezza, che per un sentimento di dovere, avevano maggior rispetto per i privilegi dei popoli. Le repubbliche di Venezia[182], di Napoli, d'Amalfi fiorivano sotto la loro protezione. Questi sovrani nè mai viaggiavano, nè mai cercavano d'innovare l'amministrazione delle province lontane; ed invece di favorire le usurpazioni del sacerdozio, non avrebbero verisimilmente permesso ai papi di arrogarsi maggiori poteri, che non ne accordavano ai patriarchi di Costantinopoli. Perciò credette Crescenzio che, sottomettendo nuovamente Roma all'impero orientale, assicurerebbe alla repubblica i sussidj pecuniarj, e la libererebbe ad un tempo dalla artificiosa ambizione de' papi e dall'alterigia e dalle violenze de' monarchi sassoni. Alcuni ambasciatori greci, incaricati apparentemente di altre incumbenze, furono chiamati a Roma, ove si trattennero fin ch'ebbero con Crescenzio fissate le basi del patto solenne che doveva precedere questa grande riunione.
(997) Era in allora vescovo di Piacenza un Greco, chiamato Filagato, il quale aveva seguito in Occidente l'imperatrice Teofania quand'ella sposò Ottone secondo. Crescenzio mise gli occhi su quest'uomo, siccome il più opportuno a rimpiazzare Gregorio V[183]. Non mancavano ragioni per adonestare la deposizione d'un uomo, la di cui elezione poteva ritenersi forzata; e Crescenzio fece valere questo titolo d'illegittimità; onde cacciato Gregorio, venne innalzato alla sede pontificia il vescovo piacentino, che prese il nome di Giovanni XVI.
Se i progetti di Crescenzio avessero potuto condursi a termine, se Filagato poteva mantenersi sulla sede romana, l'intera sorte dell'Europa e della religione potevano mutarsi. L'Italia poteva assicurarsi l'indipendenza, equilibrando le forze dei due imperi, ed accrescendo le sue relazioni coi Greci essere più presto richiamata all'antica coltura, e forse comunicar loro invece lo spirito di libertà, il coraggio e le virtù che avrebbero impedita la caduta dell'impero d'Oriente. Del resto il potere dei papi non rilevavasi mai più. Gl'Italiani non avevano più per loro l'antica considerazione; i Greci erano gelosi della loro pretensione all'universale supremazia; e le nazioni settentrionali, che ne avevano col loro rispetto stabilita la potenza, sarebbersi alienate da un papa influenzato dai Greci. Ma avanti che le truppe, che dovevano appoggiare questa rivoluzione, arrivassero da Costantinopoli, Ottone III entrò di nuovo in Roma, ed ebbe nelle sue forze Giovanni XVI. Invano san Nilo, abbate d'un monastero vicino a Gaeta, venne in età di novant'anni a gittarsi ai piedi dell'imperatore e di papa Gregorio per implorare la loro misericordia; invano rammentò loro che il vescovo gli aveva levati ambedue al fonte battesimale; invano supplicò d'accordare all'estrema sua vecchiaja lo sventurato suo concittadino: niente potè piegare il feroce animo dell'adirato pontefice. Giovanni XVI barbaramente mutilato, fu dannato a lungo supplicio, il di cui racconto fa fremere la natura[184].
Intanto Crescenzio, coi vecchi amici della libertà, erasi riparato nella mole d'Adriano, che fu poi lungo tempo chiamata la Torre di Crescenzio. Questo solido ammasso di pietre, che sopra un diametro di duecento cinquanta piedi non presenta altro vuoto od apertura, che un'angusta scala, resistette all'attacco degli uomini, come aveva resistito a quelli del tempo. Conoscendo inutile ogni sforzo, l'imperatore finse alla fine di voler entrare in trattative, e s'impegnò colla reale sua parola di rispettare la vita di Crescenzio ed i diritti de' suoi concittadini; ma quando col soccorso della data fede l'ebbe in suo dominio, fece tagliare il capo a lui ed a molti suoi seguaci[185].
Stefania, vedova di Crescenzio, nascondendo il suo profondo dolore, e non lagnandosi degli oltraggi ricevuti, faceva ogni sforzo per avvicinarsi all'imperatore, onde fare una segnalata vendetta del tradito consorte. Poichè una brutale violenza avea, a suo credere, distrutta la gloria e la purità di sua vita, stimò che la bellezza rimastale non doveva omai essere che lo stromento della sua vendetta. Ottone era tornato indisposto da un pellegrinaggio al Monte Gargano, ove l'avevano forse condotto i suoi rimorsi. Stefania trovò modo di fargli parlare della sua abilità nell'arte medica; e sotto i suoi abiti di corrotto potè ancora sedurlo colle sue bellezze; e come sua amante, o come suo medico, essendosi guadagnata la sua confidenza, gli diede un veleno che lo trasse ben tosto a dolorosa morte[186].
Gli storici tedeschi proclivi ad onorare la fresca gioventù d'un principe di ventidue anni, si sforzano d'ingrandire il carattere d'Ottone III[187]. Pure non rammentano veruna grande azione che possa meritar credenza ai loro elogi. Ultimo rampollo della casa di Sassonia morì, senza lasciar figliuoli, a Paterno presso a città Castellana l'anno 1002 detestato dai Romani che cercavano ogni anno di scuotere l'ingiusto giogo che voleva loro imporre.
In principio dell'undecimo secolo, la città di Roma fu nuovamente straziata da una contesa, quasi ignota, tra i partigiani della libertà, dell'imperatore e del papa. Un figliuolo di Crescenzio, nominato Giovanni, aveva dal padre ereditato l'amore del popolo romano, ed il suo attaccamento alla causa della libertà. Verso il 1010, aveva restituita alla repubblica l'antica sua forma, i consoli, il senato composto soltanto di dodici senatori, e le assemblee popolari. Egli stesso generalmente indicato col nome di Patrizio, era l'anima della nascente repubblica; ed un secondo Crescenzio, forse suo fratello, col titolo di prefetto di Roma amministrava la giustizia e presedeva ai tribunali[188]. Il viaggio e l'incoronazione a Roma dell'imperatore Enrico II, l'anno 1013, diminuirono la libertà della città ed accrebbero il potere di Benedetto VIII, che questo religioso sovrano proteggeva con tutto il suo credito. Il carattere de' Romani era a quest'epoca un bizzarro composto di grandezza d'animo e di debolezza, e vedremo l'inconseguenza del loro carattere manifestarsi di tratto in tratto in tutto il corso di questa storia. Un movimento generale verso le grandi cose dava luogo improvvisamente all'avvilimento; e dalla più burrascosa libertà i Romani passavano alla più umile servitù. Sarebbesi detto che le ruine ed i deserti portici della capitale del mondo tenessero i loro abitatori nel sentimento della propria impotenza, ed in mezzo ai monumenti della passata dominazione lo scoraggiamento della presente nullità. Il nome de' Romani ch'essi portavano, rianimava spesso il loro coraggio, come lo rianima ancora in questa età; ma ben tosto la vista di Roma, del foro deserto, dei sette colli restituiti nuovamente al pascolo delle mandre, i templi desolati, i monumenti dell'antica gloria caduti a terra, facevan loro sentire che non erano più i Romani d'altri tempi. Se la chiesa romana, al contrario di questo spirito vacillante, di tali alternative di coraggio e di pusillanimità, fosse allora stata quello che mostrossi in appresso, perseverante nelle sue intraprese, immutabile ne' suoi progetti, ambiziosa per ispirito di corpo, e per sentimento della propria eternità, ella avrebbe facilmente trionfato del partito repubblicano. Fortunatamente per questo le tumultuarie elezioni del popolo davano alla Chiesa per papi soltanto capi di fazione, la di cui ambizione non andava più in là della propria famiglia, i di cui vizj assorbivano tutte le ricchezze, e distruggevano ogni vantaggiosa opinione. A ciò s'aggiungevano i frequenti scismi che indebolivano ancora più la santa sede. Quando Enrico III venne la prima volta a Roma per ricevere la corona imperiale, vi trovò tre papi che si disputavano la tiara; ed il primo atto d'autorità che dovette fare in Roma, fu quello di ristabilire l'unità della Chiesa.
L'imperatore Corrado il Salico era morto in Utrech il 4 giugno del 1039. Aveva avuto da Gisla sua sposa un figlio, Enrico III detto il nero, ch'egli aveva in sua vita già fatto incoronare re de' Romani[189]. Enrico fu riconosciuto ancora dagli Italiani lo stesso anno, o il susseguente al più tardi. Eriberto, arcivescovo di Milano, passò in Germania per ultimare con lui la guerra tra la sua metropoli e Corrado. Ma, a dispetto di tale pacificazione, Enrico III ritenuto in Germania da una pericolosa guerra ch'ebbe col re di Boemia[190], tardò alcuni anni a venire a prendere possesso delle due corone di Lombardia e dell'impero. La sua assenza diede luogo in Milano a nuove turbolenze, di cui parleremo altrove; e lasciò altresì manifestarsi in Roma il più scandaloso scisma che fosse mai stato.