Ildebrando per mezzo de' suoi predecessori, de' quali era l'unico consigliere, fece tentare la riforma del clero. Egli sentiva vivamente che per renderlo onnipossente conveniva accrescere per lui il rispetto del popolo, ed attaccarlo più strettamente al suo capo. Molti parrochi, e probabilmente alcuni vescovi erano solennemente ammogliati; i regolamenti ecclesiastici non ne avevano loro assolutamente tolta la facoltà[199]; ma il popolo da molto tempo non accordava la sua ammirazione che alle virtù monacali, e risguardava come degni di maggior rispetto gli ecclesiastici celibi. Questi ultimi, rinunciando agli affetti di famiglia, consacravano tutto intero il loro cuore alla Chiesa; quindi erano più ligi ai papi, più zelanti e più potenti. Ildebrando risolse di non soffrire uomini ammogliati tra i ministri dell'altare, e mosso da' suoi suggerimenti, Stefano IX l'anno 1058 dichiarò il matrimonio incompatibile col sacerdozio, che tutte le mogli dei preti erano concubine, e che tutti coloro che non le abbandonavano, erano sul fatto scomunicati. Una tanto grave ingiuria fatta ad uomini rispettabili, e ch'eransi uniformati alle leggi del loro stato, non fu pazientemente tollerata: il clero di Milano si tenne più offeso degli altri, perchè allegava l'espressa permissione del matrimonio accordata da s. Ambrogio a quella diocesi, e l'esempio di due arcivescovi ammogliati[200]. Riclamò con vigore, resistette, ed oppose a quella del papa la decisione d'un concilio: ma Ildebrando sprezzò la sua resistenza, ed i parrochi refrattarj furono denunciati come infetti d'eresia, quando altro non facevano che difendere le antiche loro costumanze. Questi nuovi eretici furono chiamati Nicolaiti[201].

Un colpo assai più ardito fu scagliato l'anno 1059 da papa Nicolò II nel concilio lateranese contro la podestà secolare. Tutti gli ecclesiastici erano anticamente nominati dal popolo della loro parrochia; ma i signori ed i re, avendo arricchita la Chiesa, eransi quasi tutti riservati il diritto di presentazione ai beneficj, ch'essi o i loro antenati avevano istituiti; vale a dire, il diritto di scegliere il prete che ne sarebbe rivestito. Indipendentemente da un contratto tra il donatore e la parrochia, quando una Chiesa possedeva un feudo, il nuovo prelato, in forza delle leggi dello stato, non poteva prenderne il possesso senza esserne investito dal signore che aveva l'alto dominio del feudo. Questa era la legge feudale, la legge universale, che non ammetteva eccezioni in favore degli ecclesiastici. Con tali diritti di presentazione e d'investitura era stata tolta alla greggia, e data alla corona la facoltà d'eleggere la maggior parte dei pastori; ed è verisimile che alla corte degl'imperatori, come praticavasi prima nelle assemblee della parrochia, e si usò dopo alla corte de' papi, si acquistassero i ricchi benefici a prezzo d'oro. Ildebrando denunciò quest'abuso quale scandalo infame, quale vergognoso mercato dei doni dello Spirito Santo, cui diede il nome di Simonia. I Simoniaci furono dichiarati eretici e scomunicati, e per preservare le Chiese da tale corruzione si proibì ai preti di ricevere alcun beneficio ecclesiastico dalle mani d'un laico, anche gratis[202]. La Chiesa si arrogò d'un sol colpo la prerogativa di rinnovare i suoi proprj membri, mentre i re ed i grandi vennero spogliati del diritto di distribuire i beneficj, de' quali i loro antenati avevangli lasciata la libera disposizione; di un diritto, che il primitivo contratto loro riservava come una proprietà ch'essi avevano posseduto molti secoli, e che tutta la cristianità aveva riconosciuto legittimo.

Il canone che proscriveva le investiture non fu da prima applicato all'elezione dei papi; non avendosi un solo esempio che alcuno imperatore vendesse questa suprema dignità; e le concessioni fatte dalla Chiesa ad Enrico III erano troppo fresche per poterle adesso distruggere; onde il concilio lateranese si limitò a modificarle. Le future elezioni dei papi, invece di lasciarle, secondo l'antica consuetudine, al popolo romano, si attribuirono ai cardinali, i quali non ne avevano per altro l'assoluta esclusiva. Essi dovevano riunirsi prima degli altri, ond'essere, giusta il decreto, le guide praeduces dell'elezione; il rimanente del clero, ed il popolo dovevano accontentarsi di seguirli, e doveva l'operazione aver compimento «salvo l'onore ed il rispetto dovuto al re Enrico futuro imperatore, e coll'intervento del suo nunzio il cancelliere di Lombardia, cui la sede apostolica accordò il privilegio personale di prender parte all'elezione colla propria adesione»[203]. Le vaghe espressioni del canone del concilio lateranese furono poi il fondamento del diritto esclusivo, che i cardinali si appropriarono, di nominare i capi della Chiesa. La riserva, benchè assai più chiara, del diritto monarchico, non impedì che alla prima vacanza accaduta due anni dopo, non si elegesse Alessandro II, senza neppur chiedere l'assenso d'Enrico, o dell'imperatrice reggente[204]. Di modo che la corte irritata nominò in Allemagna un altro papa Cadolao vescovo di Parma, lo che diede motivo a nuovo scisma.

Nello stesso concilio di Laterano venne espressamente ammesso come dottrina cattolica il domma della presenza reale nell'Eucaristia. Certo Berengario, diacono d'Augers, aveva scritta un'opera contro i propagatori di tale credenza; sosteneva nel suo libro, che la Chiesa non aveva mai veduto nel Sacramento che una memoria, un simbolo del sacrificio di Gesù Cristo. La sua professione di fede, che fino a que' tempi era stata quella della cristianità, fu condannata come un'eresia, di cui fu forzato a fare l'abjura[205][206].

Durante la minorità d'Enrico IV, i suoi ministri, senza pregiudicarne i diritti, seppero evitare un'aperta rottura colla santa sede. La fazione degl'Italiani, che volevano difendere contro il papa la libertà della Chiesa, formava già un sufficiente contrappeso all'ambizione dei pontefici. Questo partito era quasi sempre dominante a Milano ed in Lombardia; ed era potente anche in Roma, ove un uomo assai ricco ne aveva presa la difesa. Questo capo era Pietro Leone, il quale, quantunque giudeo d'origine, erasi acquistato un immenso credito nella capitale del cristianesimo[207]. Egli ottenne di far entrare in Roma l'antipapa Cadolao, che prese il nome d'Onorio II. Cadolao riportò una vittoria sulle truppe del legittimo papa, e si stabilì nel vaticano; ma ne fu presto scacciato dalle forze del duca di Toscana[208].

Quando Ildebrando, che prese il nome di Gregorio VII, fu l'anno 1073 elevato sulla cattedra di s. Pietro, terminava appunto la minorità d'Enrico. Questo principe, giunto oltre i vent'anni, aveva un'anima troppo altiera, ed era troppo valoroso per piegarsi sotto vergognose condizioni; onde posto da banda ogni riguardo per i pontefici che lo esacerbavano con reiterati insulti e soverchierie, prese fin d'allora la risoluzione di esporsi alle usurpazioni colla forza. Facevano alquanto torto al nobile e generoso suo carattere l'essersi senza alcun ritegno abbandonato alle giovanili passioni, ed il disprezzo per tutte le cose religiose che gli aveva inspirato l'ambiziosa furberia del clero. I papi ed i loro partigiani approfittarono di tali difetti per rappresentarlo come un empio; pure vedremo, non già Enrico, ma papa Gregorio deturpare la propria causa colla più ributtante durezza.

La superstizione suole ingrandire i lontani oggetti. Il cieco attaccamento dei fedeli verso la Chiesa romana era in ragione contraria della loro lontananza da Roma: i fulmini del Vaticano facevano tremare i Tedeschi, ai quali pareva meritevole d'eterna censura qualunque veniva condannato dal papa[209]: ed era precisamente tra la nazione dell'imperatore, ed in seno alla sua famiglia, che i preti ottenevano facilmente di abbatter il potere imperiale. Ma mentre i papi trovavano nella corte imperiale ambiziosi seguaci e creduli fanatici, gl'Italiani, mal sofferendo di vedere il capo dello stato sottoposto a vergognoso giogo, abbracciavano le sue parti con tanto ardore, che lo avrebbero fatto trionfare de' suoi rivali, se fossero loro mancati gli ajuti della contessa Matilde, eroina de' mezzi tempi, che alla cieca superstizione del suo sesso univa il coraggio, il vigore e la costanza del nostro; ed appunto allora aggiungeva all'immensa eredità de' marchesi di Toscana quella della famiglia di Canossa. Goffredo di Lorena marchese di Toscana moriva del 1070, e sei anni dopo lo seguiva la consorte Beatrice, che lasciava questa sola figlia del primo letto signora del più vasto e potente feudo, che fino a tale epoca esistesse in Italia[210].

Unico scopo di tutte le azioni di Matilde fu l'elevazione della santa sede, cui consacrò tutte le sue forze finchè visse, e lasciò morendo tutto quanto possedeva. Ebbe due mariti, il giovane Goffredo di Lorena, e Guelfo di Baviera; ma l'ambizione, o il fanatismo occupando interamente il suo cuore, abbandonò due sposi che non credeva abbastanza attaccati alla santa sede, e si consacrò interamente alla difesa dei papi[211].

(1076) Enrico IV irritato dalla durezza di Gregorio VII tentò di deporlo nella dieta di Worms, mentre Gregorio deponeva Enrico nel concilio di Roma: ma questi, abbandonato da suoi vassalli di Germania, che volevano dare la sua corona a Rodolfo di Svevia, e che gli facevano un'arrabbiata guerra[212], fu costretto di venire in Italia a chiedere perdono a quello stesso orgoglioso pontefice che aveva di fresco offeso. La sentenza di scomunica restava sospesa sul di lui capo fino alla seconda festa di quaresima del 1077, prima della quale eragli ingiunto di recarsi a Roma. Nel cuore dell'inverno traversò Enrico le pericolose foci delle Alpi le meno praticate, perchè le strade più agevoli erano occupate dai suoi nemici; e giunto in Italia, era costretto d'implorare presso il pontefice il favore di Matilde. Trovavasi allora Gregorio con questa principessa nel forte castello di Canossa, posto in vicinanza di Reggio, di dove preparavasi a passare in Germania. Oltre quello della principessa Matilde, erasi l'imperatore procurato l'appoggio del marchese d'Este, dell'abbate di Clugnì, e de' più principali signori e prelati d'Italia. «Il papa resistette lungo tempo, dice Lamberto d'Aschaffemburgo storico contemporaneo, ma vinto alfine dalle importunità e dal rango di coloro che gliene facevano istanza: E bene, diss'egli, se veramente è pentito di quanto ha fatto, deponga nelle mie mani la sua corona, e le insegne della dignità reale, onde darmi così una prova del suo vero pentimento; e dichiari poi, che in conseguenza della contumacia di cui si è reso colpevole, si conosce indegno della dignità e del titolo di re. I deputati trovando tali condizioni troppo dure, insistevano presso al papa perchè le addolcisse, e non spezzasse la canna. Cedeva a stento Gregorio alle loro istanze, acconsentendo che Enrico s'avvicinasse a lui, e facesse penitenza per riparazione dell'affronto fatto alla santa sede col disubbidire ai suoi decreti. Venne Enrico, secondo gli era dal papa ordinato, e come il castello era circondato da triplici mura, fu ammesso nel secondo recinto, rimanendo tutto il suo seguito fuori del primo. Enrico, deposti gli abiti reali, non aveva più nulla che lo mostrasse principe, verun indizio del consueto fasto: colà rimanevasi coi piedi ignudi, e senza cibo dal mattino fino a sera, aspettando invano la sentenza del pontefice. Così fece il secondo ed il terzo giorno, e finalmente fu introdotto il quarto in presenza di tutti, e dopo lunghe discussioni fu assoluto dalla scomunica a condizione per altro di presentarsi ad ogni richiesta del papa innanzi ad un'assemblea dei principi di Germania per giustificarsi intorno alle accuse fattegli: che il papa sarebbe giudice, per lasciare ad Enrico il regno, ove provasse la sua innocenza, o per ispogliarnelo in caso contrario, e punirlo secondo il rigore delle leggi ecclesiastiche..... Che fino a tale epoca non gli erano vietate l'insegne della reale dignità e l'amministrazione de' pubblici affari[213]

Per tal modo con un insigne tradimento, dopo averlo assoggettato ad una durissima penitenza, solo, mezzo ignudo, esposto all'eccessivo freddo sopra un terreno coperto di nevi nel cuore dell'inverno[214]; invece di assolverlo dopo così umiliante sommissione, lo sottoponeva ad un altro tribunale, di cui Enrico non aveva ammessa la competenza, onde venisse rigorosamente giudicato.