I popoli lombardi ed i vescovi italiani, quasi tutti in guerra col papa, non dissimularono il concepito sdegno sia per l'inumano proceder di Gregorio, sia per la vile sommissione d'Enrico. Ma questi, uscito appena di Canossa, si disponeva con tutti i mezzi a vendicare l'avvilito onor suo. La sorte delle armi si dichiarò a suo favore. Tornato in Germania attaccò Rodolfo di Svevia, e lo sconfisse più volte. Perdeva questi la vita in una battaglia datagli nel 1080[215], nel giorno medesimo in cui i Lombardi che stavano per Enrico, trionfano della contessa Matilde alla Volta nel Mantovano.

Gregorio aveva formato il piano del dispotismo ecclesiastico, e ne aveva proclamati i principj. Gli annali ecclesiastici conservarono la raccolta di queste massime intitolata dictatus papae. Fa sorpresa il vedere con quale audacia la tirannia teocratica ardisce levarsi la maschera. «Non v'ha al mondo che un solo nome, quello del papa; egli solo può impiegare gli ornamenti imperiali, e tutti i principi devono baciare i suoi piedi; egli solo ha l'autorità di nominare e deporre i vescovi, convocare, presedere, e sciogliere i concilj. Non v'è chi possa giudicarlo; la sola elezione lo costituisce santo. Egli non ha errato mai, ne può errare in avvenire. Egli può a sua voglia deporre i principi, e sciogliere i sudditi del giuramento di fedeltà, ec.[216]»

Gregorio non visse abbastanza per vedere maturati i suoi ambiziosi progetti. Enrico tornato in Italia del 1081 opponeva a Gregorio l'antipapa Guiberto arcivescovo di Ravenna, che facevasi chiamare Clemente III. Nell'anno 1084, dopo averla più volte assediata, Enrico si rese padrone di Roma, e vi fece consacrare il suo papa, da cui riceveva poscia la corona imperiale. Mentre Gregorio si stava nella mole Adriana, ed i romani eransi collegati con Enrico per assediare il loro papa, Roberto Guiscardo capo di que' Normanni, di cui parleremo nel susseguente capitolo, avanzandosi alla volta di Roma con una considerabile armata, dopo aver costretto l'imperatore a ritirarsi, bruciò la città da s. Giovanni Laterano fino al Coliseo, e fece schiavi un infinito numero di cittadini. Dopo questo saccheggio, l'antica città rimase quasi affatto deserta, essendosi la popolazione concentrata al di là del campidoglio in quella parte che altra volta formava il campo di Marte[217]. Roma fu in preda a tutti i mali che un nemico barbaro suol cagionare ad una città presa d'assalto, e Guiscardo condusse seco, partendo, il papa, il quale morì prigioniero in Salerno in maggio del 1085, dopo avere ripetuti i suoi anatemi, e le sue imprecazioni contro Enrico contro l'antipapa Guiberto e contro i loro principali aderenti[218]; ma dopo avere altresì colla sua alterigia e durezza di carattere disgustati quasi tutti i vescovi d'Italia; obbligati gli stessi romani, che gli erano lungo tempo rimasti fedeli, a prender l'armi contro di lui; e finalmente dopo essere stato principalissima cagione della rovina di quella maravigliosa città, di cui era pastore e quasi sovrano.

Vittore III, Urbano, Pasquale e Gelasio II, succeduti nel papato a Gregorio VII, avevano adottate le sue massime. Matilde dal canto suo dispiegava una tal quale grandezza d'animo, ch'era figlia della cieca sua superstizione. Del 1092, Enrico cogli ajuti dell'antipapa rovinava nel Modonese i possedimenti di Matilde, e ne andava indebolendo il partito in modo, che i teologi della duchessa, avviliti da tante disgrazie, la consigliavano nella dieta di Carpineto di prendere consiglio dalle circostanze presenti, e di riconciliarsi coll'imperatore: perchè Matilde ordinando loro di tacere, io morirò, disse, anzi che trattare di pace con un eretico[219].

(1093) Nel susseguente anno riuscì ad Urbano II di far ribellare ad Enrico il maggior figliuolo Corrado, e la Chiesa[220] applaudì con feroce piacere alla ribellione ed alle infami calunnie che Corrado, per giustificare la propria condotta, andava pubblicando in pregiudizio della gloria paterna[221]. Corrado fu riconosciuto dal papa re d'Italia; ed in Monza ricevette la corona di Lombardia. Dopo otto anni di guerre civili morì Corrado disprezzato da que' medesimi che lo avevano istigato alla ribellione, ed avevano saputo approfittarne. È però vero che la ribellione di Corrado giovò a stabilire l'equilibrio tra le due nemiche fazioni.

Nella stessa epoca il fanatismo religioso eccitava un assai più grande incendio. Urbano II (1095), quello stesso pontefice che protesse un figlio ribelle, predicò la crociata nei Concilj di Piacenza e di Clermont; e scosse in modo tutta l'Europa, che le popolazioni occidentali attraversavano a guisa di torrenti l'Italia per recarsi in Oriente[222]. I crocesegnati, risguardandosi come soldati della Chiesa, non potevano soffrire che venisse opposta veruna resistenza al papa; onde ristabilirono sulle rovine della potenza imperiale quella della santa sede. Enrico non si trovò abbastanza forte per resistere a questo torrente, e del 1097 si ritirò in Germania.

Dopo tal epoca, ad altro omai non pensò Enrico che a rendere la pace alla Chiesa ed all'impero. Benchè inseguito dalle scomuniche papali, mostrò di non curarsi delle ingiurie de' pontefici; anzi pareva inclinato a spogliarsi della corona in favore del figliuolo Enrico V, sperando che più facilmente potessero trattar d'accordo due antagonisti non ancora esacerbati da lunga discordia[223]. L'inesecuzione di tale progetto offese l'ambizione del giovane principe, il quale riscaldato dagli emissarj di Pasquale II, che, valendosi dell'ardente suo desiderio di regno, seppero rappresentargli la fellonìa che stava per commettere, come un'azione santa e gloriosa, si fece ribelle. Narrando questi tragici avvenimenti mi atterrò all'autorità del Sigonio istorico affezionato alla santa sede[224].