Avevano gli Etruschi adottato il governo della prosperità e della libertà, il governo federativo[3]. Diasi lode ai popoli liberi, i quali, non lasciandosi sedurre dall'ambizione, preferiscono alla potenza ed alla gloria il migliore d'ogni bene, la libertà: essi chiedevano al loro governo non conquiste novelle, ma universale amore e moderazione. Onoriamo le nazioni libere che preferiscono ad ogni altro governo il federativo, non tanto perchè si limita a difendersi dalle straniere aggressioni, ma più ancora perchè non si lascia affascinare dai prosperi avvenimenti, o sedurre da ambiziosi progetti.
Nè gli Etruschi erano allora i soli popoli federati d'Italia; che anzi i Sabini, i Latini, i Sanniti, i Bruzi, e quant'altre nazioni guerreggiarono contro Roma, ebbero tutte un governo federativo. Tali leghe non fecero, è vero, splendide conquiste, ma seppero solidamente stabilirsi; perciò che non soggiacquero alla romana possanza che dopo una lunga prosperità. Queste nazioni sì poco conosciute, e così degne della comune ammirazione, scomparvero[4], e con loro perdette l'Italia la felicità, le ricchezze, la popolazione, la vera libertà. Il popolo romano, quel popolo re, sagrificò tanti beni allo splendore d'un gran nome, alla perniciosa gloria delle conquiste.
Che se le federazioni dovettero finalmente cedere al fato di Roma, l'ostinata lotta che sostennero nel corso di tre secoli prova abbastanza che la debolezza non è un difetto intrinseco delle costituzioni federative: esse dovettero succumbere perchè non è dato, specialmente ai governi liberi, d'avere troppo lunga durata, e la felicità è un bene così sfuggevole, così straniero, per così dire, all'umana specie, che niuna istituzione è valevole ad assicurargliene il possesso. Se una di quelle calamità, che sempre minacciano la nostra specie, investe una nazione libera, se la peste condensa gli uomini nei sepolcri, se una lunga guerra impoverisce lo stato, se scarseggiano i prodotti della terra, se languisce il commercio, se manca il travaglio ai lavoratori, i mali presenti, il timore dell'avvenire, bastano a sovvertire un governo paterno, tutta la di cui forza essendo posta nell'amore de' sudditi, non può mantenersi se non quanto dura la loro felicità. La tirannia per lo contrario prende vigore e consistenza in mezzo alle calamità generali, imperciocchè quanto più grandi sono le sventure che l'opprimono, tanto meno una nazione può far fronte all'oppressione; anzi non trova miglior consiglio per resistere a nuove sciagure, che quello di porre tutte le sue forze in arbitrio del governo. Le federazioni italiane soggiacquero a quelle sventure dalle quali verun governo può guarentire le popolazioni; e colle federazioni ebbero fine gli sforzi dell'Europa per l'indipendenza. Quando i Sanniti furono oppressi, il mondo intero non potè più resistere alla potenza romana.
Questo gran popolo, la di cui gloria riverbera ancora su l'Italia, riconobbe le sue conquiste e le sue virtù dal primo governo, che altro non era che una nascente aristocrazia, la quale per essere nuova doveva necessariamente essere fondata sulla preminenza del merito, ed invece d'avvilire gli ordini inferiori del popolo, li rendeva più intraprendenti cogli stessi sforzi che faceva per sottometterli.
Più tardi il lusso e la cupidigia dei Romani, lo spopolamento delle campagne, l'avvilimento della plebe furono l'effetto necessario delle loro vittorie, delle vaste conquiste, dello stabilimento della monarchia universale, e di quello stesso governo che loro diede la propria eccessiva potenza.
Allo stabilimento del despotismo tenne dietro sotto gl'imperatori la perdita di tutte le virtù. A sovrani militari portati sul trono dai delitti non dalla nascita o dalle virtù, non potevano ubbidire che gli schiavi più vili ed abbietti. Costretti a valersi sempre della forza, distrussero la pubblica opinione, ch'era in addietro il principale incoraggiamento e la più cara ricompensa della virtù.
Il despotismo ricondusse la barbarie, la quale fece poi a vicenda rinascere il valore e la libertà. Il tanto celebrato e glorioso secolo d'Augusto fu l'epoca fatale in cui gli uomini avviliti perdettero il coraggio, l'energia, il talento. Augusto raccolse, è vero, i frutti della libertà e della repubblica; ma cinque secoli di vergogna e d'avvilimento furono le tristi conseguenze del suo regno, e del mutato governo. Non vi vollero meno di altri cinque secoli di barbarie per far dimenticare agli uomini le funeste lezioni del despotismo, per restituir loro l'energia, per creare presso de' medesimi i soli elementi onde può formarsi una nazione.
Questa nazione uscì finalmente di mezzo al caos che pareva avesse inghiottito il mondo; il cuore degl'Italiani si riaprì di nuovo all'amore della patria e della libertà, e non mancò loro il coraggio necessario per acquistare e conservare questi preziosi beni. A lato alle grandi virtù non tardarono a svilupparsi ancora i grandi talenti; le scienze e le arti coltivaronsi felicemente, di modo che, quando Costantinopoli cadde in potere degli Ottomani, l'Italia trovavasi preparata a ricevere il prezioso deposito della greca letteratura, che conservatasi in mezzo alle rovine delle province, poteva succumbere sotto quelle della capitale. L'Europa deve alle repubbliche italiane la ricca eredità dell'antica sapienza. Ed appunto questa seconda epoca delle virtù, dei talenti, della libertà, della grandezza, è quella che mi sono proposto di far conoscere.
La storia della repubblica romana scritta da tanti eccellenti ingegni antichi e moderni è di tutte la meglio conosciuta; e non senza ragione si alimenta la gioventù collo studio delle cose spettanti ad un popolo così grande, così glorioso, i di cui destini fissarono, per così dire, quelli del mondo. Quel vivo interesse che avea eccitato la repubblica romana, ci condusse altresì a studiare le rivoluzioni dell'impero, quando ancora, perduta la libertà, il valore, l'energia, protraeva una vergognosa esistenza nel vizio e nella schiavitù. Quantunque nojosa riesca la storia d'ogni altro governo dispotico in decadimento, si segue fino alla sua totale dissoluzione quello dell'impero d'Occidente. Dopo dieci secoli d'oscurità torna l'Italia ad essere ben conosciuta dal cominciamento del sedicesimo secolo. Dal regno di Carlo V in avanti, tutti gli stati d'Europa formano come una vasta repubblica, le di cui parti sono talmente connesse, che non è possibile di separarle per seguire la storia d'una sola popolazione; di modo che studiando la storia d'una nazione s'impara altresì quella di tutto il mondo incivilito. Queste due epoche rispetto all'Italia, ugualmente illustrate da egregi storici, sono divise dal mezzo tempo, nome con cui vengono precisamente indicati i dieci secoli che scorsero tra la caduta di Roma e di Costantinopoli. La storia d'Italia de' mezzi tempi, di que' tempi che lo storico più grande dell'età nostra[5] chiamò i secoli del merito sconosciuto, formerà il soggetto della presente opera.
Questa storia deve terminare coll'anno 1530 quando Fiorenza, l'ultima delle repubbliche de' mezzi tempi, fu soggiogata dalle armi spagnuole e papaline, onde innalzare sulle di lei rovine la dinastia de' Medici[6]. Le tre altre repubbliche italiane, che protrassero la loro esistenza oltre l'età di mezzo, cambiarono all'epoca della caduta di Fiorenza la loro costituzione, di modo che ebbe allora fine la libertà d'Italia; e la sorte di così bella contrada, fatta preda a vicenda di vicini ambiziosi e potenti, o della perfidia di piccoli principi, non altro sentimento può eccitare nell'animo nostro, che quello della compassione.