«Il signor Pasquale voleva, senza ascoltarci, privare il regno delle investiture dei vescovi che noi possediamo, e che nel corso di quattro secoli possedettero i nostri predecessori, fino dai tempi di Carlo Magno, sotto sessantatre diversi pontefici, in virtù e coll'autorità dei privilegi. E perchè noi gli chiedevamo per mezzo dei nostri deputati qual cosa allora rimarrebbe al re, avendo i nostri predecessori donate alle chiese quasi tutte le nostre proprietà, rispondeva che gli ecclesiastici sarebbero contenti delle decime e delle offerte, e che potrebbe ripigliarsi e conservare per se e suoi successori le terre e diritti signorili donati alle chiese da Carlo, da Luigi, da Ottone, da Enrico. A ciò facevamo rispondere che non volevamo renderci colpevoli di tanta violenza e di tale sacrilegio verso le chiese; ma il papa assicurò e promise con giuramento che riprenderebbe di propria autorità tutti i beni alle chiese per rimetterceli legalmente in forza della sua piena autorità. Allora i nostri deputati dichiararono che s'egli dava esecuzione alle sue promesse, che pure non ignorava egli medesimo di non poter mantenere, noi gli avremmo accordate le investiture delle chiese.... Frattanto per dare a conoscere che di nostra spontanea volontà non arrechiamo alcun danno alle chiese del Signore, facciamo sotto gli occhi, ed all'udito di tutti, pubblicare a comune intelligenza il presente decreto.» Il giorno 12 febbrajo del 1111 il papa e l'imperatore recaronsi nella basilica Vaticana per eseguirvi l'incoronazione in presenza di tutto il popolo. «Noi, per la grazia di Dio, Enrico imperatore augusto de' Romani, doniamo a s. Pietro, a tutti i vescovi ed abbati, ed a tutte le chiese, quanto i nostri predecessori, re o imperatori concedettero, diedero, offrirono sperando un eterno premio. Quantunque peccatore mi guarderò bene, per timore del terribile giudizio, di sottrarre tali doni alle chiese.» — «Dopo aver letto e sottoscritto questo decreto invitai il signore papa a dar esecuzione, a quanto aveva promesso colla carta delle nostre convenzioni, ma mentre persistevo in tale domanda, tutti i figliuoli della Chiesa, vescovi ed abbati, tanto suoi che nostri, gli si opposero tutti con fermezza in faccia, dicendo ad alta voce, che il decreto dal papa promesso (ci si permetta di dirlo senza offesa della Chiesa) era eretico; ond'egli non osò proferirlo.»

E per tal modo, mentre Pasquale intimava ad Enrico di rinunciare al diritto d'investitura, faceva che il suo clero non gli permettesse di rilasciargli i diritti signorili posseduti dalla Chiesa. Tale contesa diede luogo ad un violento tumulto che impediva la cerimonia dell'incoronazione; perlochè Enrico adirato fece sostenere il papa e la maggior parte degli ecclesiastici che lo accompagnavano, dandogli in guardia al patriarca d'Aquilea[228]. Ma al cardinale di Tuscolo ed al vescovo d'Ostia riuscì di fuggire inosservati in mezzo al tumulto, e rientrarono travestiti in Roma, eccitando i cittadini a prendere le armi per liberare il capo della Chiesa. La mattina susseguente, appena fatto giorno, le milizie romane uscirono impetuosamente dalla città, ed assalirono i Tedeschi che occupavano la città Leonina, ossia il quartiere del Vaticano in Transtevere. Lo stesso Enrico trovossi in grave pericolo di perdere la vita, e la sua armata sarebbe stata interamente disfatta, se i Romani non avessero lasciata imperfetta la vittoria per ispogliare i fuggiaschi. Enrico approfittando di tanto errore, riunito un corpo di Tedeschi e di Lombardi, caricò le milizie romane, e le spinse parte nel Tevere, parte sforzò a salvarsi in estremo disordine entro le mura della città. Ad ogni modo non credette di cimentarsi, con un'armata troppo debole, a nuovi insulti, rimanendo in una città nemica; e si ritirò sollecitamente nell'alta Sabina, seco conducendo il papa prigioniere[229], il quale rimase due mesi rinchiuso con sei cardinali nella fortezza di Tribucco. Altri cardinali furono rinserrati in altro castello, e tutti duramente trattati, onde disporli ad accettare una convenzione che ponesse fine alla lite.

Non isperando altronde soccorso, ed oppresso dai patimenti proprj e da quelli de' compagni della sua disgrazia, Pasquale, cui veniva fatto credere che l'imperatore procederebbe tosto alle ultime estremità, e lo farebbe morire con tutti i suoi cardinali, se non s'arrendeva alle sue domande, acconsentì finalmente di fare all'imperatore espressa e formale cessione, con atto firmato da lui e da sedici fra cardinali e vescovi, dell'investitura dei vescovadi e delle abbazie del suo regno, purchè l'accordasse gratuitamente e senza simonia[230]; promettendo inoltre di non prender veruna parte in quest'oggetto. Assolse poi tutti i partigiani d'Enrico dalle scomuniche che potessero aver incorse; promise di non scomunicare in avvenire Enrico, ed accordò che le ossa d'Enrico IV fossero finalmente collocate in luogo sacro. Questo trattato solenne, munito di tutte le formalità, fu riconfermato con giuramento sull'ostia sacra divisa tra le parti che ricevevano l'eucaristia. Dopo di ciò il pontefice pose di propria mano la corona imperiale sul capo d'Enrico, ed ebbe da Enrico la libertà. Durante questa cerimonia rimasero chiuse le porte di Roma, onde impedire che i cittadini irritati non la turbassero con improvviso assalto[231].

Se il trionfo d'Enrico fu intero, non fu però di lunga durata. Il collegio dei cardinali, tosto che vide liberato Pasquale, manifestò il suo malcontento perchè il capo della Chiesa avesse ceduti i suoi più cari privilegi, per i quali Gregorio VII, ed i suoi successori eransi esposti a tanti pericoli, avevano fatto versare tanto sangue, e dannate al fuoco eterno le anime di tanti fedeli fulminati dalle scomuniche generali, o morti durante l'interdetto. Questi clamori andarono crescendo allorchè, ritiratosi Enrico colla sua armata in Allemagna, il clero si vide liberato da ogni timore. I cardinali prigionieri con Pasquale, che avevano ricevuta la libertà quando il papa col loro assenso aveva firmato l'atto delle investiture, invece d'appoggiare il di lui operato, credettero giustificarsi da ogni rimprovero con un'equivoca dichiarazione. «Noi approviamo quanto abbiamo precedentemente approvato, e condanniamo ciò che sempre abbiamo condannato[232]

Volevano i più zelanti cattolici, che il papa annullasse il giuramento da lui emesso ed il trattato, e scomunicasse l'imperatore; ed intanto i legati della santa sede, prevenendo il giudizio della Chiesa, avevano promulgata tale sentenza ne' concilj provinciali; onde in principio del susseguente anno, Pasquale fu costretto di convocare un concilio generale nel palazzo di Laterano per decidere tale quistione. (1112) Questo concilio abolì il privilegio estorto al papa, e fulminò la scomunica contro Enrico. Pasquale nè s'oppose, nè ratificò tale sentenza. Quantunque spiegasse nella persecuzione d'Enrico IV un eccessivo fanatismo, non lasciava di essere religioso e di buona fede; avendone già dato prova quando propose ad Enrico V di cedergli le regalie, come ne diede un'altra col resistere alle importune istanze del suo clero per annullare un giuramento estorto colla violenza. (1116) Tornò Enrico in Italia del 1116, per prendere possesso dell'immensa eredità della contessa Matilde, morta il 24 luglio del precedente anno. Vero è che questa principessa aveva con testamento del 1102 lasciati tutti i suoi beni presenti e futuri alla Chiesa romana per la salvezza della propria e delle anime de' suoi parenti; ma questo testamento in cui non trattasi che delle proprietà, e non dei feudi, o de' beni signorili, non si ebbe per valido[233]. Si pretese che una donna non potesse disporre delle proprie terre, e l'eredità di Matilde fu in tutto il secolo dodicesimo un soggetto di contestazione tra gl'imperatori ed i papi.

Poichè fu riconosciuto possessore dell'eredità della contessa, Enrico s'avanzò verso Roma, chiamatovi dai principali nobili contro papa Pasquale, che loro aveva dato varj motivi di malcontento. Enrico veniva ricevuto in Roma quasi in trionfo, mentre il papa fuggiva a monte Cassino, indi a Benevento[234].

Morì Pasquale nel susseguente anno in età assai avanzata senza che potesse tornare a Roma. Mentre la maggior parte de' cardinali, uniti ai vescovi ed ai senatori di Roma, elessero a succedergli Gelasio II, la fazione imperiale gli sostituì Bordino arcivescovo di Braganza, che la Chiesa risguarda come antipapa. Gelasio che trovavasi sciolto da qualunque giuramento, nell'atto di ricevere la tiara, scomunicò l'imperatore, indi riparossi in Francia per non rimanere esposto alle vendette d'Enrico. A Gelasio, morto dopo due anni, successe Calisto II, con cui l'imperatore, stanco di trovarsi in una guerra di così incerto fine, trattò di componimento. Il suo antipapa era caduto in potere de' cattolici, e tutti i grandi di Germania lo scongiuravano a dar pace alla Chiesa ed all'impero.

(1122) L'accomodamento si fece a Worms l'anno 1122, ove Enrico aveva aperta la dieta. L'imperatore concedette alla Chiesa il diritto di dare le investiture coll'anello e col pastorale, promettendo in pari tempo di restituirle tutte le possessioni ed i beni signorili di s. Pietro, appresi da lui o da suo padre. Dall'altra parte il papa accordava ad Enrico il privilegio, che tutte l'elezioni de' vescovi e degli abbati si dovessero ne' suoi stati d'Allemagna eseguire alla sua presenza, ma senza simonia o violenza. Il candidato era obbligato a ricevere dall'imperatore l'investitura de' beni signorili spettanti alla sua chiesa per mezzo della consegna dello scettro. Furono quindi levate tutte le scomuniche, e la contesa che aveva divisa tutta la cristianità, fu terminata con un così semplice espediente, che reca a prima vista sorpresa come non siasi avvertito assai prima, poichè almeno in apparenza contentava le due parti. I diritti feudali venivano in tal modo separati da quelli della Chiesa, e le due potenze conservavano le prerogative più convenienti alla propria natura[235]. Fatto è però che le due parti avevano avvertitamente fino a tal epoca allontanato simile accordo. L'imperatore non meno che il papa cercavano di confondere i diritti spirituali e temporali; e non si deve che alla spossatezza d'una lunga guerra, ed al raffreddamento del fanatismo de' loro partigiani, l'essersi convenuti a condizioni di giustizia e di equità.

CAPITOLO IV.