Guaimaro ricompensò largamente i valorosi stranieri che lo avevano difeso e condotti i suoi sudditi alla vittoria; e desiderando di approfittare della loro bravura, nulla trascurò di quanto poteva allettarli a rimanere alla sua corte. Ma vedendo che volevano ad ogni modo ripatriare, li pregò a voler almeno mandare in loro vece altri guerrieri della loro nazione a cogliere sugl'infedeli i frutti del proprio valore.
Le offerte del principe di Salerno accompagnate dalla vaghezza degli aranci e degli altri ricchi frutti di quel clima beato[286], il racconto di quanto era accaduto ai quaranta guerrieri, e la facilità della vittoria, riscaldarono la fantasia della gioventù normanna. Un cavaliere, per nome Drengot, trovandosi, a cagione d'una lite con un suo rivale, disgustato del soggiorno della sua patria, risolvette di trasferirsi con tutta la sua famiglia in questa terra così favorita dal cielo. Gli si associarono quattro suoi fratelli coi loro figli e nipoti, e pochi altri concittadini; di modo che quando giunsero questi pellegrini al monte Gargano, termine apparente del loro viaggio, trovaronsi in numero di cento. Furono colà incontrati da certo Melo, cittadino di Bari, poc'anzi uno de' più ricchi e potenti signori della Puglia, il quale dopo avere inutilmente tentato di liberare i suoi concittadini dal giogo de' Greci e dall'autorità vessatoria de' catapani, era stato costretto ad abbandonare la patria. Melo aveva saputo guadagnarsi il favore de' principi lombardi, e specialmente di Guaimaro di Salerno; dai quali avendo ottenuti alcuni soccorsi, potè offrire un grosso stipendio ai Normanni che volessero abbracciar la sua causa, oltre le larghe promesse di magnifica ricompensa quando fossero vittoriosi[287].
La guerra che Drengot co' suoi Normanni intraprese contro i Greci, ebbe incominciamento l'anno 1016, ma le sue armi non furono costantemente felici; e Melo dopo tre consecutive vittorie fu battuto a Canne l'anno 1019[288], ove rimasero sul campo la maggior parte de' Normanni. Melo andò in Germania per impegnare nella sua causa l'imperatore Enrico II, facendogli sentire la necessità di metter freno alle usurpazioni dei Greci; ma terminò colà i suoi giorni avanti che potesse veder l'esito delle sue pratiche, che non furono senza effetto. I pochi Normanni, salvatisi dalla rotta di Canne, abbandonarono la Puglia, e si posero ai servigi dei principi di Salerno e di Capoa; e la perdita fatta a Canne, quantunque grandissima, rispetto al loro piccolo numero, fu ben tosto riparata coll'arrolamento di nuovi avventurieri che ogni giorno pellegrinando giungevano a Capoa e Salerno.
Finalmente Enrico II del 1021 entrò nella Puglia con un'armata. Le trattative di Melo erano state continuate da papa Benedetto VIII; ma l'impresa d'Enrico si terminò coll'acquisto di Troja nella Puglia[289]; perchè una malattia epidemica che faceva strage della gente tedesca, l'obbligò a ritirarsi. Intanto questa spedizione riuscì utilissima ai Normanni, i quali, militando tutti sotto gli stendardi d'Enrico, trovaronsi, allorchè ritirossi l'armata tedesca, riuniti tutti assieme sotto Rainolfo sopravvissuto al fratello Drengot. Dietro i consigli di Rainolfo essi abbandonarono per la seconda volta la Puglia, e s'impadronirono d'Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli sulla strada di Capoa, e vi si stabilirono e fortificarono, volendone formare una seconda patria. Eransi da poco tempo stabiliti in questo castello, quando Pandolfo IV, principe di Capoa, sorprese Napoli, che fino a tal epoca aveva resi inutili gli attacchi de' Lombardi. Sergio, maestro de' soldati e capo di quella repubblica, mal soffrendo di rimanere in una città caduta in potere d'uno straniero, sortì coi principali cittadini, e si riparò in Aversa: di dove, poi ch'ebbe coi soccorsi de' Greci e de' cittadini rimasti fedeli alla patria, accumulato quanto danaro bastava per saziare la cupidigia normanna, venne alla loro testa ad attaccare la guarnigione del principe di Capoa, e battutala, rientrò in Napoli. Allora confermò ai Normanni il possesso di Aversa e del suo territorio, erigendolo in contea, di cui investì Rainolfo: di modo che i primi Normanni ch'ebbero stabile dimora in Italia, furono feudatarj della repubblica di Napoli[290].
Pure nè la famiglia di Rainolfo, nè la colonia d'Aversa erano destinate a fondare il regno di Napoli, ma bensì una delle principali famiglie di Normandia, quella di Tancredi d'Auteville. Aveva questo signore dodici figli, i più attempati de' quali, udendo i prosperi successi de' loro compatriotti, s'invogliarono di correre la stessa sorte, e giunsero in Italia l'anno 1035, accompagnati da molti guerrieri vestiti da pellegrino[291].
Il giovane Guaimaro, principe di Salerno[292], non si mostrò meno pronto ad accogliere questa seconda colonia, di quel che lo fosse stato suo padre verso la prima; ed approfittando delle loro braccia per dilatare i suoi dominj, assediò subito Sorrento, indi Amalfi, ch'espugnò l'una appresso l'altra[293]. Amalfi per altro non s'arrese che in virtù d'una capitolazione che assicurava ai cittadini la libertà loro ed i privilegi; onde quella piccola repubblica non fu incorporata al principato di Salerno, ma soltanto ne fu dai suffragi del popolo dichiarato duca Guaimaro in aprile del 1039. La moderazione di Guaimaro non ebbe lunga durata; ma tosto che gli Amalfitani videro violati i loro privilegi, congiurarono contro il principe di Salerno, che, ferito da trentasei colpi di pugnale, perì su la spiaggia che divide Salerno da Amalfi[294].
Dai servigi di Guaimaro passarono i Normanni sotto le insegne di Michele Paflagone, imperatore di Costantinopoli. Il greco Patrizio Meniace che faceva in Calabria grandi apparecchi per riprendere la Sicilia agli Arabi, allora divisi da una guerra civile, assoldò i tre figli maggiori di Tancredi, Guglielmo braccio di ferro, Dragone, ed Umfredo con trecento Normanni[295]. Questa spedizione che doveva riconciliare i Normanni coi Greci, fu invece cagione dell'intera loro separazione; perciocchè i Normanni conobbero più da vicino la viltà, la venale cupidigia e la dissimulazione de' Greci. Poco dopo essi s'unirono al lombardo Ardoino, il quale servendo con loro nell'armata di Maniace, e mostrandosi valoroso soldato, fu non pertanto da quel generale di vilissimi schiavi che più non avevano sentimento d'onore, percosso col bastone in presenza delle sue truppe per cagione di un cavallo che gli si voleva rapire. I Normanni non fecero travedere la loro indignazione finchè non furono dai vascelli greci portati al di qua dello stretto: ma poichè trovaronsi sulle coste d'Italia, convennero di riunirsi in Aversa il giorno di Natale del 1041, chiamandovi ancora il lombardo Ardoino; il quale, soffiando nel cuor de' Normanni l'implacabile suo odio, li determinò ad attaccare le province dell'impero d'Oriente ed a conquistare per sè medesimi ciò che i Greci possedevano ancora nella Puglia e nella Calabria. Così ardita intrapresa veniva resa meno difficile da una rivoluzione, che avendo posto sul trono di Costantinopoli un nemico di Maniace, forzò questi a ribellarsi, e per tal modo a lasciar le province greche quasi senza difesa. I Normanni si assoggettarono a dodici capi scelti da loro, cui diedero il titolo di conti; affidando ad Ardoino il supremo comando della piccola loro armata, accresciuta di trecento uomini che gli diede Rainolfo conte d'Aversa. Avanzatisi nell'interno della Paglia, occuparono Melfi, che gli aprì le porte senza opporre veruna resistenza; presero in seguito Venosa, Ascoli e Lavello, ed in tre successive battaglie trionfarono tre volte dei Greci. Rinforzaronsi poi con nuove alleanze, e per ricompensarli de' ricevuti soccorsi, accordarono l'onore del comando a due altri capi Atenolfo ed Argiro; il primo de' quali, essendo fratello del duca di Benevento, gli aveva procurato il soccorso de' Lombardi, mentre Argiro, ricchissimo cittadino di Bari e figliuolo dell'illustre Melo, li favoreggiò col suo credito presso i Pugliesi e presso i partigiani che aveva suo padre nelle greche città. In questa guerra il valore e l'intrepidezza spesso appoggiate dall'astuzia e dall'intrigo stavano dal lato de' Normanni: i Greci all'opposto erano vili, disuniti, scoraggiati. Quasi tutta la Puglia fu conquistata in due anni, e nel 1042 divisa tra i conquistatori. Melfi dichiarata capitale dei loro stati, rimase proprietà comune d'Ardoino e di Guglielmo braccio di ferro, capo dei Normanni: i loro dodici conti ebbero altrettante città, Siponto, Ascoli, Venosa, Lavello, Monopoli, Trani, Cannes, Montepiloto, Trigento, Aceranza, Sant'Arcangelo e Minerbino. E per tal modo si formò nella Puglia una specie di repubblica militare ed oligarchica[296].
Benchè i Normanni avessero scelto a loro capo Guglielmo braccio di ferro, degnavansi poche volte di eseguirne gli ordini; viveano essi coi soli prodotti del saccheggio, e non essendo legati da veruna convenzione, piuttosto che la guerra, esercitavano il ladroneccio alla testa de' loro satelliti. I conventi, le chiese, e quegli stessi luoghi santi che furono poc'anzi l'oggetto dei loro pellegrinaggi, non isfuggivano alle loro rapine[297]: di modo che tanti replicati insulti riunirono finalmente contro di loro i vicini potentati.
Leone IX formò la lega dei due imperi contro gli avventurieri normanni. Essendo anch'esso tedesco, riclamò i soccorsi dovuti da Enrico III, imperatore di Germania, ai popoli ed alla Chiesa, e n'ebbe cinquecento uomini d'arme che furono il nervo della sua armata. Pubblicò intanto come sacra la guerra che intraprendeva per la sicurezza dei popoli e delle chiese; e che sarebb'egli capo dell'armata, onde combattere piuttosto col soccorso del cielo, che coi mezzi umani. I Pugliesi, i Campani, gli Anconitani e quelli dello stato della Chiesa si riunirono sotto le sue insegne; e lo stesso fecero i Greci. Allora il santo pontefice con un'armata assai numerosa, ma priva di generale, diede principio alla sua spedizione con un pellegrinaggio a Monte Cassino per ottenere sulla sacra armata la benedizione del cielo[298].
I Normanni opposero alla sacra armata truppe meglio agguerrite. Era già morto Guglielmo braccio di ferro, e Dragone a lui succeduto era stato di fresco ucciso dai rivoltosi[299]; ma Unfredo il terzo de' fratelli, e Roberto Guiscardo l'ultimo figliuolo del secondo letto di Manfredi di Hauteville potevano riguardarsi e principalmente l'ultimo siccome i più destri e più valorosi guerrieri d'Europa. Roberto Guiscardo giungeva allora dalla Puglia con un ragguardevole rinforzo di Normanni, e Riccardo conte d'Aversa della famiglia Drengot s'unì con tutte le forze di cui poteva disporre ai suoi patrioti, per dividerne i pericoli e la gloria. Benchè meno numerosi assai che le truppe del papa, i soldati normanni erano uomini costantemente esercitati nel mestiere della guerra, che quantunque divoti, erano per altro inaccessibili agli scrupoli[300].