Ma poichè le corone d'Italia e dell'impero passarono nella casa di Sassonia, gli Ottoni si posero in dovere di difendere o di ricuperare le antiche province dell'impero d'Occidente; di fare che i principi lombardi riconoscessero la loro signoria, e di scacciare dall'Italia i Greci ed i Saraceni. Lunga fu la guerra che Ottone I sostenne in Italia contro Niceforo Foca, terminata soltanto del 970, quando Niceforo fu assassinato. Il suo successore Giovanni Zimisco ambì l'alleanza d'Ottone, ed un matrimonio unì le due famiglie imperiali[279].

Ottone II mise in campo le pretensioni paterne sulla sovranità dell'Italia meridionale, cui gli dava un nuovo diritto il suo matrimonio con Teofania: chiedeva agl'imperatori d'Oriente per dote della consorte le province della Lucania e della Calabria, e l'alta signoria sopra le repubbliche di Venezia[280], di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, che nascondevano la loro indipendenza sotto il velo d'una pretesa fedeltà verso l'impero d'Oriente.

Gl'imperatori Costantino e Basilio, dopo avere inutilmente cercato di allontanare il turbine che minacciava i loro dominj d'Italia, chiesero ajuto ai Saraceni di Sicilia e d'Affrica. Intanto Ottone entrava in Italia (980) con una potente armata, resa più forte dall'alleanza di Pandolfo testa di ferro, che possedeva quasi tutto il ducato di Benevento qual era anticamente. Occupata dell'892 la città di Taranto, Ottone avanzavasi nella Calabria ulteriore fino alla borgata di Basentello posta in riva al mare. Era colà aspettato dall'armata combinata greca e saracena. Al primo vigoroso attacco de' Tedeschi, gli Orientali si disordinarono; ma una colonna di Saraceni, che formava la riserva, piombò sui vincitori nell'istante che questi, inseguendo il nemico, avevan rotte le loro linee, e ne fece un miserabile massacro. Pandolfo testa di ferro, e parecchi altri conti e prelati guerrieri, perdettero la vita in quest'incontro.

Già l'armata d'Ottone era interamente distrutta, nè v'era più alcun corpo che sostenesse l'impeto de' nemici; e l'imperatore medesimo fuggiva lungo la spiaggia temendo d'essere preso dai Saraceni e massacrato. Una galera greca erasi ancorata su quella riva, onde l'imperatore preferì di darsi nelle mani di nemici inciviliti, piuttosto che rimanere vittima d'un'orda di barbari. Si fece conoscere al capitano della galera, ed a lui s'arrendette, cercando asilo a bordo della nave. Non tardò Ottone ad avvedersi che quest'ufficiale subalterno, sorpreso da tanta fortuna, sagrificherebbe i vantaggi del suo paese al proprio; perchè gli offerse immense somme d'oro qualora volesse condurlo a Rossano, ov'era chiusa l'imperatrice Adelaide sua madre. La galera fece tosto vela verso Rossano, essendosi conchiuso un segreto trattato tra il capitano, Ottone, e l'imperatrice; per cui quando giunsero in faccia a quella città, varj muli assai carichi furono condotti verso la riva. Alcune guardie imperiali comandate da Teodoro, vescovo di Metz, s'avvicinarono in una barca alla galera per accertarsi se il personaggio coperto di porpora, che loro mostravasi sul banco era veramente Ottone; e mentre i Greci distratti dalle trattative, ed avvezzi a non veder camminare i loro imperatori senza appoggiarsi agli eunuchi, non si prendevan cura del prigioniere, Ottone slanciossi in mare, e guadagnata a nuoto la barca delle sue guardie, fece voltar bordo, e prendendo anch'egli un remo, giunse in porto avanti che la galera potesse raggiungerlo. Il Greco stordito vide ritornare in città dietro all'imperatore i muli ch'eransi fatti sortire per ingannarlo, e dovette allontanarsi dalla rada di Rossano senza poter vendicarsi dell'inganno[281].

Benchè i Greci si lasciassero uscir di mano così importante preda, non perdettero però i frutti di tanta vittoria. Durante il regno d'Ottone II, e la minorità di suo figliuolo, dilatarono in Italia i confini del loro impero[282], e stabilirono in Bari un governatore col titolo di Catapane[283]. In pari tempo fabbricarono in Puglia la città di Troja, e molti castelli, onde rimaner coperti da nuovi attacchi. Non perchè tranquillamente abbiano potuto intraprendere e condurre a termine tali opere, doveva credersi che Ottone fosse disposto a lasciar loro il pacifico possesso de' paesi conquistati. Egli aveva convocata a Verona una dieta degli stati di Lombardia e d'Allemagna, fatte passare molte truppe nell'Italia meridionale, ed egli stesso erasi portato a Roma per terminare i preparativi dell'impresa che meditava, non solo contro la Calabria, ma ancora contro la Sicilia; quando sorpreso da una infermità cagionatagli dall'avvilimento e dal dispetto, lo condusse al sepolcro nel fior dell'età. Le repubbliche di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, di Gaeta, comprese nel progetto di vendetta, che Ottone andava maturando contro gl'imperatori d'Oriente, furono da quest'immatura morte liberate da una disastrosa guerra.

Alla battaglia di Basentello, ed alla morte di Pandolfo testa di ferro tenne dietro la divisione del ducato di Benevento, ripartito in piccoli principati, ch'egli aveva avuto la destrezza di unire in un solo. Durante la minorità d'Ottone III, i Greci continuarono le loro conquiste, ed i Saraceni i loro saccheggi. Quantunque questi ultimi avessero molto perduto di quello spirito di attività che li rendeva valorosi ed intraprendenti, non lasciavano ancora d'essere superiori ai popoli effeminati da cui erano circondati; ed i loro saccheggi avevan gettate tutte le province poste al mezzogiorno del Tevere in quello stato di debolezza e di spossamento, che solo può spiegare la strana rivoluzione che doveva ben tosto eseguirsi. Vent'anni dopo la disfatta d'Ottone a Basentello, alcuni avventurieri settentrionali, approfittando della debolezza di queste province, posero al confine dei due imperi i fondamenti di una potenza, che in meno d'un secolo assorbì tutta l'Italia meridionale, soggiogò le antiche repubbliche, e fece dagl'Italiani chiamare regno quella Magna Grecia, che due volte era stata la patria primogenita della libertà[284].

I Normanni o Danesi, dopo avere lungo tempo saccheggiate le coste della Francia, del 900 ottennero uno stabilimento nella Neustria, che dal loro nome fu poi chiamata Normandia. La lunga permanenza d'un secolo in questa provincia non iscemò nel cuor loro l'antica passione per le strane e difficili intraprese. Avevano abbracciata la religione cristiana, ma come i Greci avevano introdotte nella religione le sottigliezze scolastiche, gli Egizj e gli Assirj il carattere contemplativo e la loro morale ascetica; così i popoli settentrionali la resero cupa e sanguinaria com'era quella del loro Odino; insegnando il disprezzo della morte, eccitando il valore, e promettendo alle azioni gloriose una compensa nell'altro mondo.

Popoli coraggiosi ed intraprendenti essendosi fatti cristiani credettero, o si compiacquero di credere, che non potevano salvarsi senza visitare i sacri luoghi illustrati dalla presenza dei fondatori e dei martiri della religione. Una lodevole curiosità, una sensibilità virtuosa, e quell'amore, per così dire, innato dell'uomo per tutto ciò che gli richiama simbolicamente l'antichità, erano sufficienti motivi per condurre molti Cristiani in terra santa, quand'anche la Chiesa non avesse risguardate quelle fatiche come un mezzo di eterna salute; ma il numero de' divoti viaggiatori crebbe all'infinito quando in compenso di questo pellegrinaggio, pericoloso è vero, ma interessante, variato e sempre nuovo, promise la remissione di tutti i peccati e l'ingresso del cielo.

I Normanni furono di tutti i popoli settentrionali i più caldi pellegrini. Per portarsi in terra santa non vollero esporsi alla troppo lunga monotonia d'un viaggio marittimo, tanto più che non incontravano nel mediterraneo quelle impetuose borrasche che sconvolgono i mari del Nord, le triste e cupe nebbie, i galleggianti scogli di ghiaccio, e tutti i pericoli ch'eransi avvezzati a disprezzare nella loro patria. Attraversavano perciò la Francia e l'Italia, lasciando alla loro spada la cura di provederli del danaro necessario alle spese del viaggio, ove non bastassero le elemosine de' fedeli. Floridissimo era il commercio che Napoli, Amalfi, Gaeta e Bari mantenevano sulle coste della Siria: onde i pellegrini vi trovavano facilmente imbarco. Di più, su la strada delle prime città eravi Monte Cassino; il monte Gargano o degli Angeli su la strada dell'ultima: ambedue resi illustri, dicevasi, da frequenti miracoli. Per queste ragioni i devoti pellegrini visitavano passando i monasteri fabbricati su quelle montagne, e quasi tutti, andando o ritornando di terra santa, prendevano la strada della Magna Grecia.

In sul cominciare dell'undecimo secolo, circa quaranta religiosi viaggiatori, tornati da Terra santa sopra navi amalfitane, trovaronsi in Salerno nell'istante in cui una piccola flotta di Saraceni si presentò innanzi a questa città, chiedendo una contribuzione militare. Gli abitanti del mezzogiorno d'Italia, snervati dalle delizie di quel clima incantato, avviliti dall'esempio de' Greci, e fors'anco riputandosi stranieri agl'interessi ed alle contese de' loro principi, avevano perduto l'antico coraggio militare. L'insulto fatto dai Saraceni a Salerno offese i quaranta cavalieri normanni, i quali, avendo da Guaimaro III, allora principe di quello stato, ottenuto armi e cavalli, si fecero aprire le porte, e caricarono que' pirati così valorosamente, che ne ruppero tosto le file. I Salernitani, colpiti dalla bravura de' guerrieri normanni, ne imitarono l'esempio, ed in breve la campagna si vide coperta dei cadaveri de' Musulmani, salvandosi gli altri a precipizio sulle loro navi[285].