Alcuni vascelli mercantili equipaggiati dai cittadini di Salerno e d'Amalfi fecero vela alla volta di Taranto. I mercanti si sparsero la sera per le strade di questa città, chiedendo ad alta voce, come costumavasi a que' tempi, ospitalità; ed alcuni di loro, siccome avevanlo sperato, furono ricevuti dai carcerieri di Siconolfo. «Noi abbiamo una camera ben disposta, dissero costoro; alloggiate presso di noi, e se domani vorrete donarci alcuna cosa, ve ne saremo grati.» Questa è press'a poco l'usanza con cui in quelle province s'alloggiano anche ai dì nostri i viaggiatori. I Salernitani incaricarono i loro ospiti di provveder vino ed altre cose; e gl'incoraggiarono poi a darsi buon tempo; ma quando li videro ubbriachi e in preda ad un profondo sonno, liberato subito Siconolfo, lo condussero a Salerno sulla loro flotta[266].
La simultanea elezione di due principi, Radelchiso a Benevento, e Siconolfo a Salerno, diede origine a lunghe guerre civili, a divisione, a debolezza, e finalmente, dopo due secoli, alla total rovina della nazione lombarda nel mezzogiorno d'Italia. I Saraceni, venuti di Sicilia in soccorso di Radelchisio, incominciarono dall'occupare, a danno del loro alleato, la città di Bari. Siconolfo, autorizzato dall'esempio del suo nemico, chiamò di Spagna altri Saraceni della setta degli Aglabiti e nemici de' Saraceni affricani; i quali, secondo la più probabile opinione, s'impadronirono di Taranto e saccheggiarono le Calabrie[267].
Questi sconsigliati principi si fecero una guerra tanto più crudele, in quanto che le loro armate composte essendo di Lombardi e di Musulmani, questi rovinavano le campagne e saccheggiavano le città, senza che i sovrani che gli avevano assoldati osassero di metter freno alla feroce loro barbarie; come non ottennero verun vantaggio dal loro ajuto nell'andamento della guerra. Era in allora duca di Spoleti il vecchio Guido, d'origine francese, e secondo le costumanze della sua nazione chiamato Erchemperto, il quale ajutando prima Siconolfo, poi Radelchiso, s'arricchì a danno de' due principi, cui vendette la sterile sua protezione[268]. Finalmente l'anno 851 colla mediazione di Guido, e sotto la protezione dell'imperatore Luigi II fu diviso tra i due competitori il ducato di Benevento. Taranto, Cosenza, Capoa, Sora coi loro territorj, e la metà del contado d'Acerenza; ossia tutte le province dell'attuale regno di Napoli poste sul mediterraneo, tranne i ducati di Napoli e di Gaeta, furono ceduti al principe di Salerno: ebbe quello di Benevento l'altra metà del principato, cioè il rimanente del regno di Napoli verso l'Adriatico. Il confine dei due stati venne fissato ad ugual distanza tra Benevento e Salerno, e Benevento e Capoa. In conseguenza di questo trattato s'obbligarono i due principi a scacciare di concerto i Saraceni dai loro stati[269].
Ma così poco sopravvissero ambedue a questo trattato, che non ebbero tempo di riparare i danni cagionati ai popoli dalla guerra civile. I Lombardi che, nel ducato di Benevento, eransi, come in Pavia, riservato il diritto di eleggere i loro sovrani, non permisero che la sovranità si perpetuasse nelle famiglie di Radelchisio e di Siconolfo, ed i principati s'andarono indebolendo con nuove divisioni. Landolfo, conte di Capoa, si rese indipendente, ed il suo esempio fu imitato da molti altri conti; di modo che i principi lombardi, ridotti al dominio d'una sola città, ed indeboliti dalle piccole guerre e dai piccoli intrighi, si ridussero a così oscura condizione, da cui difficilmente e con pochissimo vantaggio si richiamerebbero in vita.
Nè le repubbliche greche sfuggirono alle calamità che la discordia de' principi lombardi procurò all'Italia meridionale. Una colonia militare di Saraceni si stabilì presso alla foce del Garigliano in una fertile pianura, che ancora a' nostri giorni par che conservi le impronte della barbarie musulmana; mentre altri Saraceni si resero padroni di Cuma, colonia Greca fondata dagli Eubei, e la più occidentale città del ducato di Napoli. Il soggiorno de' Saraceni in così illustre città la ridusse in pessimo stato, e due secoli dopo venne interamente distrutta quando ne furono scacciati. I Saraceni eransi pur resi padroni di Acropoli, o capo della Licosa e di Misene. Dell'846 assediarono ancora Gaeta; ma i cittadini di Napoli, d'Amalfi e di Sorrento riunitisi sotto Andrea, maestro de' soldati, o console di Napoli, e di Cesario suo figliuolo, costrinsero gli Affricani a levar l'assedio[270]. La flotta di Gaeta rinforzò allora quelle delle altre repubbliche greche, e si presentò innanzi ad Ostia per soccorrere contro gli stessi nemici papa Leone IV[271].
Le repubbliche greche della Campania erano i soli stati cristiani che avessero una marina sul mediterraneo. Le loro flotte da guerra e mercantili difendevano ugualmente il territorio ed accrescevano ogni anno le ricchezze di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi. Quest'ultima, dopo ricuperata la libertà sotto il regno di Siconolfo, andava crescendo in popolazione ed in ricchezze, impadronendosi a poco a poco del commercio d'Oriente. Gli Amalfitani credevansi discesi da una colonia romana; dicevano che i loro antenati, mandati dal gran Costantino a Bisanzio, erano naufragati a Ragusi, e rimasti lungo tempo nell'Illirico; che in appresso attraversato l'Adriatico, e stabilitisi a Melfi nella Puglia, vi soggiornarono parecchi anni; che finalmente, abbandonata questa provincia, per cercar un paese in cui, avessero intera libertà, fabbricarono una città sul Golfo di Salerno, cui diedero il nome dell'ultima loro stazione[272]. Era il loro piccolo stato formato di quindici in sedici villaggi e castelli posti intorno alla capitale sul pendio delle montagne che chiudono dalla banda d'Occidente il golfo di Salerno. Alcuni, trovandosi rinserrati tra il mare e le rupi, danno opportunità agli abitanti di occuparsi della pesca e del commercio; ma altri vedonsi come sospesi a metà della china del monte che signoreggia il mare, quasi nascosti dagli oliveti che coprono tutto questo distretto. I dorati rami degli aranci che fanno corona alle bianche abitazioni, richiamano i lontani sguardi dei passeggieri, che ammirano le case de' ricchi ed industri proprietarj; mentre dall'altro lato di questo magnifico golfo i maestosi avanzi de' templi di Pesto s'innalzano solitarj in mezzo ad un deserto e desolato piano, che da oltre due mila anni non fu più visitato dalla libertà.
Prima della conquista di Sicardo, gli Amalfitani ricevevano il loro governatore dal duca, console o maestro dei soldati di Napoli: ma poichè nell'839 si posero in libertà, si sottomisero ad un magistrato annuale eletto dai suffragj del popolo, che chiamarono prima prefetto, poi conte, maestro de' soldati, o duca[273]. Sotto questi capi la repubblica d'Amalfi coprì il mare di navi, sparse in tutto l'Oriente le sue monete conosciute col nome di tari[274], acquistò fama di saviezza, di coraggio, di virtù; e diede all'Europa tre leggi ben degne di perpetuarne la memoria. Flavio Gisia o Gioja, cittadino d'Amalfi, inventò la bussola; in Amalfi si trovò l'esemplare delle Pandette, che fece rinascere in tutto l'Occidente lo studio e la pratica della giurisprudenza di Giustiniano; finalmente le leggi d'Amalfi intorno al commercio servirono di commentario al diritto delle genti, e furono la base della giurisprudenza commerciale e marittima. Le leggi d'Amalfi ottennero nel mediterraneo quell'opinione, che negli antichi tempi eransi acquistata ne' mari medesimi quelle di Rodi, e che due secoli dopo fu accordata nell'Oceano a quelle d'Oleron[275].
Ecco quanto fra le tenebre della storia ci fu dato di raccogliere intorno all'origine ed ai progressi delle repubbliche greche dell'Italia meridionale. Tre secoli più tardi le vedremo invase dai Normanni, e cancellate dal numero delle nazioni; di modo che con poche cose che ci rimangono a dire intorno a questa seconda epoca, sarà compiuta la storia della loro lunga esistenza. Della loro popolazione, delle ricchezze, dell'estensione del commercio non abbiamo che poche ed incerte memorie. I sepolcri che racchiudono le ceneri de' generosi cittadini d'Amalfi, di Napoli, di Gaeta, avvolgono nelle loro tenebre ancora la rimembranza delle loro imprese e delle loro virtù. E quel nobile amore di libertà che gl'infiammava, e quella patria cui tutto sacrificavano, e quelle leggi dettate dalla sapienza, i duchi, i magistrati di cui ne temevano le usurpazioni, i nemici che li circondavano, e contro i quali combattevano con tanta gloria, tutto è perito. Tante generose imprese loro ispirate dall'amor della gloria, tanti richiami alla posterità imparziale, le avversità sostenute con eroico coraggio, sperando che le future generazioni vendicherebbero le ingiurie de' contemporanei; tante belle speranze tornarono vane, e la razza degli eroi si spense, senza che l'ingrata posterità abbia mai soddisfatto a ciò che loro doveva.
Gl'infelici Lombardi crudelmente maltrattati dai Saraceni chiamarono l'anno 866 a Benevento Luigi II imperatore e re d'Italia. Gli ultimi possedevano in tutte le parti d'Italia diverse montagne di cui avevano afforzati i passaggi, castella ed anche città di dove facevano frequenti sortite per saccheggiare i paesi cristiani. Luigi II attaccò successivamente le fortezze degli Arabi, s'impadronì di Matera, di Venosa, di Canossa, ed intraprese l'assedio di Bari, la miglior piazza che i Saraceni possedessero sul golfo Adriatico; ma conoscendo di non poterla occupare senza l'ajuto d'una flotta, si alleò coll'imperator greco Basilio, il quale aveva allora liberata Ragusi e le altre città dell'Illirico dalla incursione de' Saraceni medesimi[276]. Bari dovette succumbere alle forze riunite dei due imperatori: per la qual cosa i Greci riacquistarono ancora qualche influenza sull'Italia meridionale, la quale si rese maggiore poichè Lodovico disgustò i Lombardi che l'avevano chiamato in loro soccorso. Il principe di Salerno arrestò per sorpresa l'imperatore d'Occidente, e lo tenne alcun tempo prigioniero nel suo palazzo; per la qual mortale ingiuria, dovendo il principe di Salerno temere i risentimenti di Luigi II, quand'anche un trattato di pace gliene assicurasse il perdono, si gettò fra le braccia di Basilio, e gli giurò fedeltà per assicurarsi della sua protezione.
La rovina della famiglia di Carlo Magno, ed i burrascosi regni di Berengario, di Ugo, di Berengario II, nell'Italia settentrionale, pel corso quasi d'un secolo, agevolarono ai Greci le conquiste che fecero nella provincia ch'essi chiamavano Lombardia, perchè rimasta assai più tempo delle altre in potere de' Lombardi. L'impero d'Oriente riparò talvolta le sue perdite, non perchè acquistasse maggior vigore, ma perchè sopravvisse al decadimento dei popoli nemici[277]. I Lombardi, i Franchi, i Saraceni, che tutti ebbero impero in queste province, erano affatto tralignati. Resi orgogliosi dalle passate prosperità, si abbandonarono al lusso ed alla mollezza; oltre che i loro dominj, trovandosi divisi in piccoli principati, non potevano resistere nè meno ad un debole nemico, quali erano i Greci. Questi s'impadronirono di quasi tutte le città e fortezze che i Saraceni avevano nella Puglia, ed in tal modo formarono il loro nuovo Thême di Lombardia[278]. I principi lombardi trovandosi alle frontiere dei due imperi d'Oriente e d'Occidente, attaccavansi a vicenda or all'uno, or all'altro; e secondo che lo richiedevano le private loro viste, trasferivano il loro vassallaggio ed il giuramento dal successore di Carlo Magno al successore di Costantino.