Frattanto Stefano riunisce a parlamento i suoi soldati e concittadini. «Io non sono più maestro dei soldati, dice loro; ho perduto questo glorioso titolo nell'istante in cui ho acconsentito di sottomettere la vostra patria al giogo de' Beneventani. Voi siete liberi, sceglietevi un capo il quale più di me fortunato rialzi le mura e vi conduca alla vittoria.» Stefano dopo questo discorso sortì da Napoli, offrendo il suo capo alla vendetta del nemico. Egli fu ucciso dai soldati di Sicone innanzi alla chiesa di santa Stefania[257].

I Napoletani, attenendosi ai suoi consigli, avevano dato il titolo di maestro dei soldati ad un loro capitano, chiamato Bon, il quale ordinò subito che le donne, i fanciulli ed i vecchi, unendosi ai soldati travagliassero con ardore tutta notte a rialzare le mura, ed a cuoprirle di larga fossa. Fu ubbidito, ed allorchè, fatto giorno, Sicone presentossi alla testa dello sue truppe, conobbe l'impossibilità d'occupare la breccia d'assalto.

I Napoletani, abbandonati dai Greci, avevano in tanto pericolo chiesto soccorso a Luigi il buono, imperatore d'Occidente, che loro spediva alcuni rinforzi, che arrivarono opportunamente per sostenere ancora un lungo assedio; e quando Sicone incominciava a scoraggiarsi, chiesero di entrare in trattati di pace, che da lui ottennero a condizione di pagargli un tributo, e cedergli il corpo di s. Gennaro, il quale fu levato dalla basilica di Napoli, e con solenne pompa trasferito a Benevento[258].

Poc'anni dopo, anche Sorrento, una delle principali città del ducato di Napoli, fu, per quanto assicura una leggenda, liberato per l'intercessione del santo suo patrono da formidabile assedio. Ma, convien confessarlo, l'espediente adoperato dal celeste patrono fu assai meno nobile e generoso di quello del duca cittadino. A suo padre Sicone era succeduto nel principato di Benevento Sicardo, il quale, o perchè i Napoletani si rifiutassero dal pagare il pattuito tributo, o che il suo umore inquieto lo determinasse alla guerra, fatto è che invase e devastò le terre del ducato di Napoli, riunendo infine le sue truppe avanti Sorrento, che ridusse alle ultime estremità. Una notte, mentre pensava al modo di occupare l'assediata città, gli apparì l'ombra di s. Antonino, un tempo abbate di Sorrento. Il sant'uomo teneva la mano un nodoso bastone, con cui percosse cinque o sei volte le larghe spalle del duca, soggiungendo con terribile voce: «Soffri il debito castigo de' tormenti che tu procuri al mio gregge, e ti sottometti, incredulo, al poter del cielo e de' suoi santi.» Allora rialzava di nuovo il bastone, disposto a ricominciare; ma Sicardo, prostrandosi ai piedi dell'ombra veramente rispettabile, giurò di non molestar più oltre i suoi fedeli. Nè mancò alla promessa, perchè in sul far del giorno si affrettò di ritirarsi colla sua armata[259]. Qualunque siasi la credenza che si vuol accordare a tale leggenda, certo è intanto che nell'836 Sicardo stipulò un trattato di pace col vescovo, col maestro de' soldati e collo stato di Napoli, che vien chiamato in quell'atto repubblica, all'opposto dei paesi di dominio lombardo intitolati stati del principe[260].

Per ridurre Sicardo a trattar di pace, Andrea, maestro dei soldati di Napoli, s'appigliò ad un partito assai pericoloso, il di cui esempio riuscì funesto a tutta l'Italia meridionale. Privo dell'appoggio degl'imperatori d'Oriente, si rivolse ai barbari, chiamando in suo soccorso i Saraceni di Sicilia[261], che da pochi anni avevano in quell'isola fondata una colonia militare. Un Greco, chiamato Eufemio, perseguitato dal patrizio di Sicilia per aver rapita una religiosa, di cui erasi perdutamente innamorato, si rifugiò in Affrica, ove indicò ai Saraceni i mezzi d'impadronirsi della Sicilia. Di fatti era ritornato in Sicilia dell'828 con un'armata di Saraceni, che ne aveva intrapresa la conquista[262]. E per coraggio e per talenti militari erano a quest'epoca i Saraceni di lunga mano superiori ai Greci, ai quali avevano già tolta quasi tutta l'Asia, l'Egitto e l'Affrica, ed alcun tempo dopo l'isola di Creta, ed altre isole dell'Arcipelago. Avevano in oltre conquistata la Spagna sui Visigoti; e quello spirito religioso e militare che incominciava a raffreddarsi nell'Arabia e nella Siria, infiammava sempre i Musulmani alle frontiere del loro impero, e li spingeva a nuove imprese. Da che i Saraceni ebbero posto piede in Sicilia, acquistarono un'assoluta preponderanza sulle truppe dell'imperatore Michele che allora regnava a Costantinopoli, e su quella di Teofilo, suo figlio e successore. Dell'831 fu ucciso in battaglia il patrizio Teodoto, e presa dagli Arabi Messina, i quali nel susseguente anno, impadronitisi di Palermo, incominciarono ad infestare colle loro piraterie le coste d'Italia: pure, finchè visse Sicardo, non venne lor fatto di occupare veruna terra nelle sue province.

Sicardo ci viene rappresentato qual uomo che a molta bravura accoppiò moltissimi vizj che lo resero odioso a' suoi sudditi. Egli fu il primo de' principi lombardi, che obbligò la città d'Amalfi a riconoscerlo suo signore. Solo motivo della guerra tra i Lombardi e gli Amalfitani furono le reliquie di santa Trifomene, patrona d'Amalfi. Benchè le dissolutezze, la crudeltà, i sacrilegi di Sicardo potessero difficilmente associarsi a tanto zelo religioso, egli cercava ad ogni modo di radunar reliquie per ornare la cattedrale di Benevento, e come aveva già costretti i Napoletani a cedergli quelle di s. Gennaro, e rubate quelle di s. Bartolomeo alle isole di Lipari, così mosse guerra agli Amalfitani per quelle di s. Trifomene. La piccola repubblica d'Amalfi, ancora dipendente da Napoli, era allora divisa da fazioni che l'avevano in modo snervata, da non poter opporsi vigorosamente alle armi di Sicardo; il quale, essendosene impadronito, dopo avere spogliato il santuario delle casse che formavano l'argomento de' suoi ambiziosi desiderj, forzò tutti gli abitanti a seguirlo a Salerno, dove volendoli stabilmente unire al suo popolo, fece che contraessero matrimonio co' suoi sudditi, e gli ammise a partecipare di tutti i diritti de' Lombardi[263].

Intanto Sicardo erasi reso co' suoi sacrilegj odioso al clero; alla nobiltà, da prima colla galanteria, poscia coll'insopportabile alterigia della moglie; a tutto il popolo, colle sanguinose esecuzioni. Ingelositosi di Siconolfo suo fratello (839), lo aveva chiuso in una prigione a Taranto: onde ridotto a non avere presso di sè che segreti nemici, fu ucciso alla caccia presso di Benevento; e quegli abitanti destinarongli successore Redalchiso suo tesoriere[264].

Quando la notizia della morte di Sicardo giunse a Salerno, gli abitanti d'Amalfi, che trovavansi quasi soli in città, perchè i Salernitani facevano allora il raccolto, corsero al porto, e caricando i vascelli delle spoglie delle chiese e delle case, per compensarsi del saccheggio sofferto poc'anni prima, tornarono trionfanti all'antica loro patria, e ne rialzarono all'istante le mura. Da quest'epoca gli Amalfitani si emanciparono affatto dalla supremazia del maestro de' soldati di Napoli, ed incominciarono a governarsi come repubblica indipendente[265].

Dal canto loro i Salernitani rifiutaronsi di riconoscere per loro principe Radelchiso eletto dai Beneventani; e riconciliatisi cogli abitanti d'Amalfi, condonarono loro la fresca ingiuria, a condizione che gli aiutassero colle loro navi a liberare il legittimo erede del principato, Siconolfo fratello dell'estinto Sicardo, che sapevano custodito in prigione a Taranto.