In sul finire del sesto secolo i Greci possedevano tuttavia alcune città nella Lucania, o Basilicata, l'antica Calabria, o terra d'Otranto, e il Bruzio, o la nuova Calabria ulteriore[241]. Riconquistarono più tardi sui Lombardi le terre di Bari, e la Capitanata, di cui le più forti città erano Otranto, Gallipoli, Rossano[242], Reggio, Girace, Santaseverina e Crotone[243]. Avevano inoltre conservate nella Campania, o Terra di Lavoro, due piccole province marittime, chiuse tra una catena di montagne ed il mare, e fortificate dalla natura, le quali formavano i ducati di Gaeta e di Napoli. Il primo ducato, posto tra il Cecubo ed il Massico, montagne rese famose da Orazio, stendevasi lungo una spiaggia privilegiata, ove il viaggiatore partendo da Roma vede i primi aranci, gli aloè, i cacti pendenti dalle rupi, e tutti i prodotti del mezzodì[244]. La città di Gaeta fabbricata sopra sterile e scoscesa montagna che sorge di mezzo alle acque, ed è unita al continente da una striscia di terra assai bassa, era stata facilmente fortificata in modo da renderla presso che inespugnabile. A questa fortezza appoggiati i Greci, difendevano le gole d'Itri e di Fondi, e la fertile pianura del Garigliano. Il ducato di Napoli propriamente detto, lontano un giorno da Gaeta, non comprendeva che la spiaggia infestata dai fuochi sotterranei da Cuma fino a Pompea, e separata dal rimanente della Terra di Lavoro dallo spento vulcano della Solfatara e dal nuovo del Vesuvio. Ma pel corso d'alcuni secoli si riguardò come parte del ducato di Napoli tutto il promontorio di Sorrento, il quale è una penisola che divide i golfi di Salerno e di Napoli, o piuttosto un mucchio di montagne affatto impraticabili. Veggonsi come sospesi sopra il mare sul pendio di queste montagne molti ricchi villaggi, e le città di Sorrento e di Amalfi occupano una a ponente e l'altra a levante, il fondo de' due angusti seni, talmente chiusi da scoscese montagne, che non vi si può quasi giugnere che dalla banda del mare[245]. Questi due ducati, siccome i più separati dall'impero e dai suoi ufficiali, han più agevolmente potuto darsi un governo repubblicano. Ogni città aveva un municipio, o formato in sull'esempio della costituzione romana, o conservato fino dai tempi delle repubbliche della Magna Grecia. I magistrati venivano eletti dai cittadini in un'assemblea annuale, ed il popolo suppliva colle tasse, ch'egli medesimo s'imponeva, alle spese che non avevano altro scopo che il proprio vantaggio; mentre quasi tutto il prodotto delle pubbliche imposte veniva trasportato a Costantinopoli.
Le città erano state assai ben fortificate dagl'imperatori; ma perchè i cittadini le difendessero, rendevasi necessario di ordinare la milizia. Eransi già riuniti per gli uffici civili, si assoggettarono ancora alle leggi della milizia, eleggendo i loro capitani, sotto i quali difendere le loro persone e proprietà: ed in tal modo si fecero veramente cittadini.
Nel settimo secolo, ed in principio dell'ottavo, l'esarca di Ravenna nominava il primo magistrato o duca delle principali città marittime[246]. Ma poichè Ravenna cadde in potere de' Lombardi, il governo delle città greche fu diviso fra il duca, o maestro de' soldati di Napoli, ed il patrizio di Sicilia, i quali fino al decimo secolo vennero eletti dall'imperatore[247]. Dopo tal epoca, il maestro dei soldati di Napoli veniva nominato dai suffragi de' suoi concittadini.
Nel periodo dei cinque secoli che racchiude la durata delle repubbliche della Campania, furono queste frequentemente chiamate a guerreggiare contro i Lombardi padroni del ducato di Benevento. Ma, per il corso di tre secoli, tali guerre ci vengono appena indicate da pochi monumenti storici, ed assai confusamente, non avendo verun istorico antico delle città greche, e non incominciando le cronache degli scrittori lombardi beneventani che col regno di Carlo Magno. Per altro, poco dobbiamo dolerci di non avere di quelle guerre più circostanziati racconti; perciò che la debolezza dei due popoli nemici, e la natura del paese, li forzavano a limitare le loro imprese all'attacco di qualche castello o villaggio posto su le montagne; e quando non accadeva loro d'impadronirsene nel primo impeto, non avendo modo di formarne regolare assedio, i principali guerrieri, approfittavano di qualche opportunità per dar prove del loro valore battendosi in singolar duello, o tentando qualche ardita scorreria nel cuore del paese nemico; poi si ritiravano. I Lombardi s'avanzarono più volte fin sotto le mura di Napoli, di Gaeta, d'Amalfi, ed allora i Greci, in cambio d'impedire al nemico lo stendersi nelle loro campagne, riparavansi, fossero cittadini o villani, entro le mura dei loro castelli. E perchè avanti che s'inventassero le artiglierie, i mezzi d'attaccar le piazze erano affatto sproporzionati ai mezzi di difesa, non potendosi ridurre che per fame o per viltà, tutti gli attacchi de' Lombardi tornarono vani.
Erano omai cento cinquant'anni passati da che i ducati di Napoli e di Gaeta. mantenevansi indipendenti in mezzo ai Lombardi Beneventani, allorchè Leone l'Isaurico, coll'abolire ne' suoi stati il culto delle imagini, disgustò i suoi sudditi d'Italia, e perdette parte delle province che possedeva in questa contrada. Esilarato, duca di Napoli, volendo obbligare quegli abitanti, fortemente attaccati al culto delle imagini, all'osservanza delle ordinanze imperiali, li rese ribelli. In pari tempo papa Gregorio II, avendo accusato il loro duca d'aver preso parte in una trama per assassinarlo, essi massacrarono il duca e suo figlio; rimandarono il duca Pietro destinato suo successore a Costantinopoli; forzarono il patrizio Eutichio a giurare di nulla intraprendere contro il papa, e convennero coi Romani e col re Lombardo di difendere contro chiunque si fosse il successore di s. Pietro[248]. Non perciò lasciarono di riconoscere la supremazia degl'imperatori orientali; e perchè questi, per lo stesso motivo delle imagini, avevano già perduto l'Esarcato di Ravenna, trovarono conveniente di non s'opporre apertamente al culto delle imagini: onde i Napoletani accolsero il nuovo duca loro mandato da Costantinopoli. Intanto questo scisma indebolì sempre più i legami che univano le città Campane all'impero, e lo spirito d'indipendenza vi fece rapidissimi progressi.
Quando del 774 fu da Carlo Magno distrutta la monarchia lombarda, era duca di Benevento Arichis, genero dell'ultimo re Desiderio; il quale non volendo riconoscere il nuovo sovrano d'Italia, fu il primo de' principi beneventani a dichiararsi indipendente, facendosi coronare ed ungere dai vescovi del suo principato. In pari tempo si pacificava coi Napoletani, ond'essere in istato di difendersi contro Pipino, figliuolo di Carlo Magno, allora re d'Italia, il quale si disponeva ad inseguire i Lombardi nel ducato di Benevento. Ad ogni modo, dopo una guerra disgraziata, vedevasi costretto di cedere, riconoscendosi tributario dell'impero d'Occidente, e dando il figliuolo Grimoaldo in ostaggio a Carlo Magno[249]. Da che i Lombardi furono oppressi, l'imperatore d'Oriente prese a proteggerli, ed accolse in corte Adelgiso figliuolo dell'ultimo re. Onde il duca di Benevento per facilitarsi i soccorsi di Costantinopoli fortificò Salerno, il solo porto di mare ch'egli avesse ne' suoi stati, e vi fissò stabilmente la sua residenza[250].
(787) Al duca di Benevento, suo padre, succedeva Grimoaldo, cui Carlo Magno permetteva di regnare in Benevento a condizione però che i Lombardi suoi sudditi si raderebbero la barba, che in testa agli atti, e sulle monete del ducato s'iscriverebbe il nome di Carlo Magno, e finalmente che sarebbero distrutte le fortificazioni di Salerno, d'Acerenza e di Consa[251]. Ma questo trattato ebbe breve durata. Grimoaldo e Pipino, figlio di Carlo Magno, erano pari d'età, egualmente avidi di gloria, e perciò rivali. Grimoaldo seppe affezionarsi il suo popolo, e, quantunque privo d'ogni forza straniera, seppe con tanta destrezza approfittare dell'asprezza del paese che doveva difendere, delle fortificazioni delle città, del clima meridionale nocivo alle armate francesi, che respinse sempre le armate dell'imperatore d'Occidente, e non fu sottomesso[252].
Un secondo Grimoaldo mantenne l'indipendenza di Benevento fino alla morte di Carlo Magno[253]. Ma allorchè, mancato questo principe, i duchi di Benevento avrebber potuto approfittare della debolezza de' suoi successori per dilatare lo stato con nuove conquiste, comportandosi tirannicamente, perdettero l'affetto del popolo, e con questo le loro forze. Grimoaldo II fu ucciso da' suoi sudditi ammutinati, che dell'817 gli sostituirono un rifugiato di Spoleti, chiamato Sicone, il quale a' tempi della conquista di Carlo Magno aveva chiesto asilo al duca di Benevento, e da Grimoaldo II fatto poi conte d'Acerenza[254].
Questo nuovo principe, alleato di Teodoro, in allora duca di Napoli, erasi giovato de' suoi ajuti per conseguire il principato. Ma il popolo di Napoli, scontento del suo primo magistrato, lo scacciò dalla città, sostituendogli uno de' suoi compatriotti chiamato Stefano[255]. Teodoro rifuggiatosi presso Sicone, lo persuase ad assediare Napoli, con tutte le sue forze. I Napoletani, non avendo che le milizie del ducato contro nemici infinitamente più numerosi, non potevano sperar salvezza che dal proprio coraggio e dalle mura: ma queste furono ben tosto scosse dal montone in modo, che una larga breccia apriva la città agli assedianti; per cui i Napoletani disperati conobbero la difficoltà di difendersi più a lungo. Avvicinavasi la notte apportatrice del massacro, del saccheggio e di tutti gli orrori cui si danno in preda le città occupate d'assalto. Il loro duca Stefano aveva una madre e due figli degni di più felice repubblica: questi si presentano a lui pregandolo, come capo della famiglia e dello stato, a mostrarsi il padre de' loro concittadini, anzi che il loro, sacrificandoli al ben pubblico. Una deputazione, mandata al duca di Benevento, gli espone che la città trovatasi ormai in sua balìa; che s'egli la risparmia, sarà la miglior gemma della sua corona; che se per l'opposto le dà un nuovo assalto in sul cadere del giorno, egli non potrà nè contenere i suoi soldati, ne salvar Napoli dal massacro, dal saccheggio e dall'incendio che gli assediati provocheranno con una disperata difesa: gli rappresenta la sua gloria medesima interessata ad aspettare che il sole rischiari il suo trionfo; lo prega di risparmiare tanti infelici che non domandano per arrendersi che il brevissimo spazio d'una notte; e come pegno della vicina loro sommissione, gli viene presentato tutto quanto il duca Stefano aveva di più caro, la madre ed i due figli. Sicone riceve gli ostaggi, e fa suonare la ritirata, aspettando d'entrare in città allo spuntare del giorno[256].