Nell'undecimo secolo la repubblica di Venezia non prese parte alla gloria di cui si coprì quella di Pisa colle sue imprese contro gl'infedeli, perchè tormentata da civili dissenzioni smorzava contro di sè medesima la sua energia. Due fazioni si combattevano con furore nel suo seno i Morosini ed i Caloprini, sia che questi nomi appartenessero prima a due illustri famiglie della repubblica, o pure che queste famiglie adottassero in appresso il soprannome irrisorio che davansi gli opposti partiti[370]. Una privata querela aveva loro poste le armi in mano; ma perchè tra le persone violenti e valorose, credevasi cosa vile l'abbandonare ai tribunali la difesa del proprio onore, i risentimenti di due individui divisero le due famiglie, e ben tosto furono cagione d'una guerra civile. La prima offesa erasi confusa colla moltitudine delle susseguenti, e si nasceva, e si avea nemici soltanto per il nome che si portava. Queste contese ebbero fine avanti che terminasse il secolo undecimo[371], ed in principio del dodicesimo le città marittime di Pisa, Genova e Venezia, di già abbastanza potenti per essere meno invidiose, separarono i loro interessi da quelli dell'Italia, e passarono a procacciarsi gloria, ricchezze, possanza ne' paesi degl'infedeli. Accadde fatalmente che in così lontani paesi si trovarono in concorrenza, e la rivalità di gloria facendo loro dimenticare la comunione degl'interessi, macchiarono più volte di sangue italiano i mari e le spiagge dell'Asia.
In questa oscura epoca in cui la storia delle repubbliche non è composta che di pochi avvenimenti isolati, affidati per accidente a scritture estranee all'argomento; o assai posteriori; quella di Genova ha un grandissimo vantaggio sulle altre, essendosi conservata la sua cronaca composta da Caffaro, uno de' principali suoi magistrati. Questa cronaca presentavasi ogni anno ai consoli in pieno consiglio, e quando il senato l'aveva approvata si riponeva ne' pubblici archivj. Incomincia col 1101, epoca in cui Caffaro serviva sulla flotta, e viene continuata fino al 1164 in cui lo scrittore morì in età di ottantasei anni. Dopo la sua morte si continuò da varj pubblici storici fino al 1294. Quantunque tali racconti pecchino apertamente di parzialità, siccome destinati a lusingare i magistrati ed il popolo, per onore dei quali scrivevansi, si può agevolmente separare ciò che gli autori accordarono all'amor proprio de' Genovesi; ed in allora, malgrado la sua parzialità, non lascia questa storia d'essere il più curioso ed istruttivo documento di quei secoli.
La cosa più meritevole d'attenzione è ciò che risguarda il governo di Genova in que' tempi e le sue rivoluzioni. I supremi magistrati avevano in Genova, siccome nelle altre repubbliche, il titolo di consoli; ma variarono nel numero e nella durata. Ne' primi anni del dodicesimo secolo furono alternativamente ora sei, ora quattro, rimanendo sempre tre o quattro in ufficio. Del 1122 la durata del consolato si ristrinse ad un anno, e nel 1130 furono divise le incumbenze di questi magistrati per farne due ufficj distinti. Allora si chiamarono consoli del comune i quattro o sei capi della repubblica, che, nominati ogni anno dal popolo, erano incaricati del potere esecutivo, e specialmente del mantenimento della polizia, dell'esecuzione degli ordini criminali, della corrispondenza colle potenze straniere, del comando delle forze di terra o di mare, ed ancora delle lontane spedizioni. Questi consoli, sortendo di carica, rendevano conto al popolo in una generale assemblea dell'impiego del danaro dello stato[372].
Altri magistrati talvolta di ugual numero, talvolta in numero assai maggiore, si crearono lo stesso anno col titolo di consoli alle liti per essere i supremi giudici della repubblica. La divisione del popolo in sette compagnie, e della città in sette quartieri, serviva in pari tempo a classificare gli elettori, ed a limitare la giurisdizione dei giudici, perciocchè ogni giudice eleggevasi dalla compagnia ch'egli doveva giudicare. In appresso furono formati due tribunali, uno per la città, l'altro per il sobborgo; e l'anno 1179 venne stabilito che il difensore potrebbe richiamare l'instante a quello dei due tribunali ch'egli sceglieva[373]. Tanto i primi che i secondi consoli rimanevano in carica un anno.
In certe occasioni, e dietro domanda del popolo, la repubblica nominava i correttori delle leggi. Questi commissarj in numero non maggiore di dodici o quindici erano depositarj del potere legislativo[374]. Gl'Italiani lungi dal formare di questo potere una proprietà del popolo, lo risguardavano quale attributo della giurisprudenza, e ne abbandonarono l'esercizio ai giurisperiti, i quali eransi ciecamente sottomessi alle decisioni fondate nelle massime della scuola e nell'autorità di Giustiniano. In generale lo studio del diritto era separato dalle incumbenze amministrative, di modo che i legisti non avevano un interesse di corporazione per abusare della confidenza del popolo, o per renderlo schiavo; ma la legislazione romana ed imperiale aveva loro comunicato un cotal carattere servile, per cui in tutto il corso delle dispute tra le repubbliche e l'impero, favoreggiarono il dispotismo contro la libertà.
Eravi in Genova un consiglio o senato che doveva assistere i consoli; ma i poteri di tal corpo dovevano essere assai ristretti, poichè due o tre sole volte viene rammentato nella storia[375]. Il popolo riunito in parlamento sulla pubblica piazza prendeva parte all'amministrazione dello stato, ricevendo i conti de' magistrati, e deliberando intorno ai comuni interessi nelle più importanti occasioni[376].
Questa costituzione era semplice, ma sufficiente per tutelare la libertà del popolo, per interessarlo vivamente ne' pubblici affari, e per affezionarlo alla patria in ragione della parte che gli dava nel governo. L'elezione de' magistrati, il conto che rendevano dell'amministrazione, le deliberazioni della piazza pubblica, facevano ogni giorno sentire ai cittadini che gli affari dello stato erano i loro affari, che il privato loro interesse era quello della comunità. La salvaguardia dell'ordine pubblico contro l'anarchia e la turbolenza democratica, affidavasi ai costumi ed all'abitudine di rispettare il rango de' magistrati, piuttosto che alle leggi. I consoli erano tutti o quasi tutti gentiluomini. E perchè quest'ordine erasi mostrato il protettore del popolo contro gl'imperatori ed i grandi, il popolo riconoscente gli aveva affidati tutti i suoi diritti; onde le liste del consolato presentano i nomi illustri degli Spinola, dei Doria, dei Ruffo, dei Fornaro, dei Negri, dei Serra, dei Picamiglio, ec. Felice la repubblica in cui il popolo ha un illimitato diritto d'elezione, e dove ciò null'ostante i nobili sono degni de' suoi suffragi!
La storia di Genova non deve separarsi da quella di Pisa: queste due repubbliche, di costumi, di potenza, di governo quasi uguali, cominciarono assai presto a mostrarsi rivali, seguitando a combattersi finchè Pisa succumbette dopo una lotta di molti secoli. Ma agli occhi della posterità, Pisa rimasta nelle tenebre della storia, non sostiene il confronto di Genova con quella gloria con cui seppero sostenerla i suoi guerrieri colle armi. Del periodo di cui parliamo, i soli documenti che siano rimasti di questa città, sono una declamazione sui trionfi, un poema mezzo barbaro intorno alla guerra di Majorica, e due sterili e spezzate cronache[377]: di modo che conviene prendere dai documenti de' suoi nemici il racconto delle vittorie e delle disfatte. Gli storici veneziani sono ancora più poveri, non avendone di più antichi del doge Andrea Dandolo, che fioriva verso la metà del quattordicesimo secolo, e che non può essere creduto a chiusi occhi rispetto ai fatti anteriori assai all'epoca in cui visse[378].
Le tre repubbliche presero ugualmente parte alle imprese de' Cristiani in Terra Santa. Mentre per gli altri popoli la guerra sacra non è che un episodio della storia, è forse il più importante avvenimento di que' tempi per le repubbliche marittime. La posizione di Venezia era la più opportuna per quel passaggio, e vi si prestò con molto zelo. I Turchi avevano nell'Asia invase le province e le città ove la repubblica faceva il più lucroso commercio, e minacciavano di spingere ancor più lontano le loro conquiste, soggiogando i Greci ed i Saraceni; ed in allora non sarebbe rimasto ai Veneziani alcun mercato libero in tutto il Levante. Nè ciò solo dovevano temere; ma di veder in breve attaccati i loro dominj divenuti frontiera degli stati ottomani. Trasportarono perciò con estrema prontezza, non iscompagnata per altro da conveniente profitto, i crociati sulle coste dell'Asia, ove incaricandosi dell'approvvisionamento delle armate, ed esercitando simultaneamente la milizia ed il commercio, riportarono a Venezia i più ricchi carichi con quelle flotte medesime con cui avevano fatto tremare gl'infedeli. Assicurano gli storici della repubblica, che la flotta che accompagnò la prima crociata era composta di duecento vascelli, e comandata dal figlio del nuovo doge Vital Michieli, il quale, prima di giungere al suo destino, diede sulle coste di Rodi una sanguinosa battaglia alla flotta pisana. Questi due popoli acciecati dalla gelosia dimenticarono d'essere Cristiani, Italiani e crociati, per non ascoltare che le private loro animosità. I Veneziani occuparono in seguito Smirne, che abbandonarono al saccheggio, e facilitarono all'armata terrestre l'acquisto di Jaffa o Joppe[379].