Nello stesso tempo che questa città metteva a profitto il fertile territorio dell'Arno, e le ricche pianure che la circondavano, Genova situata sopra sterili montagne, fra scogli privi di verzura, e presso un mare da cui par che fuggano i pesci, e non avendo altro vantaggio che quello di un porto vasto e sicuro, Genova si occupava con ugual ardore del commercio e della navigazione: le arti medesime le procuravano le medesime ricchezze, e le sterili sue montagne la separavano dalla sede dell'impero e da' suoi oppressori. Questa era rimasta sotto il dominio de' Greci lungo tempo dopo la prima invasione lombarda; ed anche allorquando venne in potere de' Lombardi, ne rimase in modo separata, che trovandosi mal guardata dai suoi nuovi padroni, l'anno 936 fu saccheggiata dai Saraceni. Ma in sul finire dello stesso secolo la propria popolazione inclinata alla milizia la guarentiva da somiglianti sciagure[362].
Pisa non pertanto continuò ad essere alcun tempo più florida e popolosa. Le sue imprese non chiudevansi entro i ristretti confini della Toscana; ma i Saraceni, la Spagna, l'Affrica, la Grecia appresero dai Pisani a rispettare il valore italiano, e l'energia d'una nascente nazione.
I Pisani mantenevano relazioni commerciali coi Greci della Calabria, ed avevan banco ne' principali loro porti. In quella provincia i sudditi dell'impero orientale, snervati da lunga servitù, non sapevano difendere le terre loro e le persone dalle aggressioni de' Musulmani. Una colonia di Mori, stabilitasi in quella provincia, insultava le città e devastava le campagne senza trovar resistenza. I mercadanti e viaggiatori pisani mal soffrivano gli oltraggi fatti agli amici ed al nome cristiano, e desideravano di porvi riparo: perchè di ritorno in patria eccitarono i proprj concittadini a prendere le armi contro gl'infedeli. Il loro entusiasmo si propagò in tutte le classi del popolo; e tutta la gioventù montò sulle navi, che spiegarono le vele per la Calabria ove dovevansi assalire i Saraceni.
Intanto un re moro, chiamato Muset, erasi impadronito della Sardegna, posta quasi in faccia di Pisa, e vi aveva stabilita una colonia di corsari (1005). Ebbe questi avviso che la più valorosa gente di Pisa erasi impegnata in quell'impresa cavalleresca, lasciando la città quasi senza difesa. Le sue galere entrarono una notte nella foce dell'Arno, e rimontarono il fiume quasi fino all'anteriore sobborgo della città. Gli abitanti risvegliati da orribili grida, conobbero ad un tempo l'incendio delle loro case, e lo sbarco de' nemici. Tutti fuggivano in tanta trepidazione alla campagna, e sola una donna della famiglia Sismondi, chiamata Cinzica, invece di seguire i fuggitivi, corse al palazzo de' consoli a traverso de' Musulmani medesimi che occupavano la strada lung'Arno, ed il ponte che univano il sobborgo alla città. Annunciò ai magistrati il pericolo della patria, e fece suonare la campana d'allarme del palazzo, alla quale risposero le altre della città; onde risvegliatisi i cittadini accorsero alla vendetta; ma i Saraceni, temendo l'urto delle milizie repubblicane, rimontarono a precipizio sulle loro navi, ed uscirono dalla foce dall'Arno. Cinzica ebbe una statua nel distrutto sobborgo, che, rifabbricato di nuovo, assunse il di lei nome[363].
Intanto la flotta spedita in Calabria aveva avuti prosperi successi contro i Saraceni ch'erano stati obbligati di concentrarsi in Reggio per difendere questa città da loro posseduta, nelle di cui vicinanze furono pur battuti dai valorosi Pisani avanti che la flotta abbandonasse il mare siciliano[364].
Appena rientrati nel porto di Pisa seppero i vittoriosi guerrieri che i corsari sardi avevano insultata la loro patria, e giurarono di vendicarla; ma la guerra che ardeva tra Lucca e Pisa, ed altre cagioni a noi sconosciute, protrassero la spedizione che meditavano, finchè un nuovo attentato dei Mori di Spagna, sbarcati l'anno 1012 sulle loro coste, li costrinse a punire tanta insolenza[365]. Papa Benedetto VIII aveva spedito un legato per eccitarli alla guerra, e fu probabilmente il pontefice che propose un'alleanza tra Pisa e Genova, riunendo le armi delle repubbliche rivali contro il comune nemico. Muset vide atterrito avanzarsi su la Sardegna la più potente flotta che da molti secoli avesse corso il mar Tirreno. Invano tentò d'impedire lo sbarco delle truppe, le quali rinforzate dai Cristiani dell'isola, lo attaccarono su tutti i punti, e lo sconfissero in modo che dovette a precipizio abbandonare la sua conquista, valendosi per la fuga delle navi che aveva allestite per corseggiare il Mediterraneo.
Ma l'antica rivalità non tardò a gittar la discordia tra i vincitori quando si venne alla divisione della preda. I Genovesi che in principio della guerra non osavano di sperare così prosperi avvenimenti, avevano domandato le spoglie per loro, lasciando ai Pisani le terre spogliate che conquisterebbero. A fronte però di tutto il rigore adoperato nell'impadronirsi di quanto presero ai Saraceni, videro con estremo rammarico che la parte loro era troppo lontana dal valore del regno che rimaneva in potere dei rivali alleati[366]. Cercavano quindi di deviare dalle stabilite condizioni, e procedettero con tale insistenza, che i Pisani ricorsero alle armi per far eseguire il trattato, scacciando dalla Sardegna coloro che gli avevano ajutati ad impadronirsene. Pare che questa contesa non iscoppiasse che l'anno 1021, allorchè Muset aveva già perdute le ultime sue fortezze e le nuove truppe che aveva egli stesso condotte di Spagna[367].
Per altro il re moro lusingavasi ancora di riavere la Sardegna; ed ogni primavera veniva con una nuova flotta ad insultare le guarnigioni della repubblica, o a tentar di sorprenderle. I Pisani, dopo avere lungo tempo combattute queste squadre sulle coste dell'isola, risolvettero di terminare una guerra incominciata diciott'anni avanti, attaccando i Saraceni nel proprio paese. Corsero vincitori le spiagge dell'Affrica insultando Cartagine, ed occupando Bona, l'antica Ippona di s. Agostino. Muset fu costretto a chieder la pace, e, ciò che più gli dolse, a mantenerla molti anni. Pure negli estremi periodi di sua vita volle di nuovo tentar la sorte, quando gli altri uomini non cercano che il riposo. Andò a chieder soccorso ai Mori di Spagna; e di là dirizzando le vele verso la Sardegna, sorprese le guarnigioni pisane cui non diede quartiere, e s'impadronì, tranne Cagliari, di tutta l'isola[368].
A fronte di tanta costanza che la repubblica pisana manifestò nella guerra contro i Mori, diede in fine segni di scoraggiamento. Il popolo snervato da lunghe e dispendiose imprese, spaventato dal massacro della fresca gioventù che formava le guarnigioni sarde, era estremamente abbattuta; ma la nobiltà che credevasi in ispecial modo interessata a difendere l'onore di Pisa, rianimò l'ardore de' suoi soldati. Per possedere ancora la Sardegna bisognava riconquistarla, e la repubblica si dispose a farlo. Tutti i gentiluomini suoi vassalli contribuirono uomini e navi; e le cronache ricordano particolarmente i Gherardeschi, i Sismondi, i Sardi, i Cajetani. Le promisero soccorsi la repubblica di Genova, il marchese Malaspina di Lunigiana, il conte Bernardo Centilio di Mutica in Ispagna; offrendosi i due ultimi di andare in persona a questa guerra sacra. Gualduccio plebeo pisano, assai noto per i suoi militari talenti, che comandava la flotta alleata, seppe eseguire lo sbarco delle sue truppe presso Cagliari in presenza del nemico che l'assediava. Ben tosto si venne alle mani su la spiaggia medesima; e Muset, quantunque giunto oltre gli ottant'anni, fece prodigi di valore; ma i suoi Mori, esposti ad un tempo agli attacchi de' Pisani, alle frecce lanciate dalle navi, ed alle sortite degli abitanti di Cagliari conservatisi fedelissimi alla repubblica, si abbandonarono a disordinata fuga. Muset, doppiamente ferito, cadde da cavallo, e fatto prigioniere, fu condotto a Pisa ove morì tra i ferri, e tutta l'isola tornò in potere de' Cristiani. Gualduccio di consentimento della repubblica ne divise i distretti tra i confederati. I Gherardeschi ricevettero in feudo il circondario di Cagliari, i Sismondi Oleastro, i Sardi Arborea, i Cajetani Oriseto, i Genovesi Algaria, il conte di Mutica Sassari, ed i Malespina le montagne. Il rimanente dell'isola, compreso Cagliari, rimase sotto l'immediata giurisdizione di Pisa[369].