Il doge Pietro Candiano III, presente alla cerimonia, dividendo la rabbia e l'indignazione degli sposi, esce impetuosamente coi medesimi di Chiesa, e scorrendo i vicini quartieri, chiama ad alta voce il popolo alle armi ed alla vendetta. Gli abitanti di santa Maria Formosa riuniscono alcune navi, nelle quali, entrato il doge e gli sposi irritati, approfittano d'un vento favorevole, ed hanno la fortuna di sorprendere gl'Istrioti nelle lagune di Caorle. Un solo de' rapitori non si sottrasse alle vendette degli amanti e degli sposi furibondi: e lo stesso giorno le belle Veneziane furono condotte in trionfo alla Chiesa d'Olivolo. Una processione di giovanette, e la visita che il doge faceva ogni anno la vigilia della candellara alla parrocchiale di santa Maria Formosa, solennizzarono fino ai tempi della guerra di Chiozza la memoria di questo avvenimento[353].

Ma il doge non si limitò a questo primo castigo; che si dispose a purgar il mare Adriatico dai corsari che l'infestavano, e venendo a morte, trasmise col trono ducale ai suoi successori questa importante impresa. Egli aveva già rese tributarie della repubblica le città di Capo d'Istria e di Narenta, ma la condotta ora sregolata e talvolta ambiziosa di suo figlio Pietro Candiano IV, le insultanti usurpazioni di questo principe, e la sua morte, funesto esempio della vendetta popolare[354], sospendettero per lo spazio di più anni le spedizioni de' Veneziani. Agitata da continue guerre civili, non riebbe Venezia l'interna tranquillità che in sul finire del decimo secolo, ed allora, uscendo dalle lagune con poderose forze, gettò nelle province d'oltre mare i fondamenti di quell'impero che conservò fino ai nostri giorni.

Allorchè Teodosio divise le province romane, assegnò la costa orientale dell'Adriatico all'impero di Costantinopoli; ma questa divisione fu ben tosto dalla potenza dei barbari distrutta. Alcuni conquistatori di razza schiavona, occupando l'Illirico colle loro genti, vi fondarono due regni indipendenti e nemici di Bizanzo, quello della Croazia al Nord, e l'altro della Dalmazia al Mezzogiorno. I Greci che non avevano potuto conservare sotto il loro dominio che alcune città marittime, e non avevano abbastanza truppe per formarne la guarnigione, ricorsero per difenderle allo stesso metodo, di cui abbiamo veduto che si valsero ancora nel regno di Napoli, cioè di accordare agli abitanti il diritto di armarsi, e quello di eleggersi le proprie magistrature. Dopo avere in tal modo loro data una patria, ed ispirato il desiderio di difenderla, si credettero a ragione scaricati dal debito di proteggerle[355]. Le città marittime dell'Istria dipendenti dall'impero d'Occidente non eran meno libere delle prime; e per tal modo la costa illirica dall'una all'altra estremità era sparsa di nascenti repubbliche, e quasi sempre in guerra coi barbari.

Tra questi i più pericolosi nemici delle città marittime erano i Narentini, popolo di razza schiavona, che dopo essersi impadronito d'un porto di mare, infestava colle sue piraterie tutto l'Adriatico. Fortissima era la città di Narenta e sicuro il suo porto; e trovandosi tra la Dalmazia e la Croazia, reclutava facilmente ne' due regni i suoi soldati. I suoi migliori guerrieri erano destinati ad equipaggiare le flotte che corseggiavano l'Adriatico: lucrosa professione, che in un secolo barbaro non era disonorante. Tutte le piccole repubbliche danneggiate da costoro erano separatamente troppo deboli per reprimerli; onde convennero di collegarsi per mettere a dovere i Narentini, e perchè fidavansi principalmente alla potenza della repubblica veneziana, ebbero l'imprudenza di farla capo della lega, comperando i suoi soccorsi e la sua protezione coll'accordarle quelle prerogative che dovevano ben tosto porle a sua discrezione. S'incominciarono le trattative col doge Pietro Orseolo II, e si convenne che i magistrati delle città presterebbero fede ed omaggio alla repubblica, e le loro truppe marcerebbero sotto i suoi stendardi contro il comune nemico[356].

(997) L'anno 997 mosse da Venezia la più gran flotta che avesse fin allora armato la repubblica. Passò prima a Pola, una delle più potenti città dell'Istria, e vi ricevette gli omaggi di Parenzo, di Trieste, di Giustinopoli o Capo d'Istria, di Pirano, Isola, Emone, Rovigno, Umago, e per dirlo in una parola, di tutte le città dell'Istria. Colà riunì pure alla sua flotta i rinforzi delle città alleate; indi passò a Zara, la più antica alleata de' Veneziani in Dalmazia, e vi ricevette ugualmente gli omaggi delle città di quella contrada, Salone, Sebenigo, Spalatro, Fran, None, Belgrado, Almissa e Ragusi; e le isole di Coronata, Pago, Ossero, Lissa, Brazza, Arbo e Cherzo seguirono l'esempio delle prime, e tranne le due isole di Corzola e di Lezinia, che, più tosto che rinunciare alla loro indipendenza, s'allearono coi Narentini, tutte le città illiriche riconobbero volontariamente la supremazia de' Veneziani.

Il doge portò da prima le sue forze contro queste due isole, le quali sotto certi riguardi chiudevano il golfo di Narenta, ed avendole sottomesse dopo la più viva resistenza, pose a ferro ed a sangue tutto il paese de' Narentini, e non accordò loro una vergognosa pace che dopo averli ridotti a tanta debolezza, che non poterono mai più rifarsi[357].

La presa di Narenta fu per Venezia cosa meno vantaggiosa assai dell'alleanza cui aveva dato motivo. Le associazioni dei deboli coi forti sono sempre pericolose; e le città vinte e le vincitrici furono dai Veneziani ridotte ben tosto alla medesima condizione. Pretori o podestà tolti dal corpo della nobiltà furono mandati a governarle, ed il doge prese il titolo di duca di Venezia e di Dalmazia.

Mentre Venezia stendeva il suo dominio sulla costa orientale del golfo Adriatico, e poneva i fondamenti di quell'alta potenza cui non tardò a conseguire, due città del mar Tirreno, Pisa e Genova, cominciavano a scuotere il giogo che avevano lungo tempo sofferto, e sviluppavano i primi germogli di quella potenza che doveva in appresso contrappesare quella di Venezia, e con una lunga e sanguinosa rivalità rendere gl'Italiani degni dell'impero del mare.

(980) Quando Ottone II meditava la conquista della Magna Grecia aveva fatto chiedere a Pisa un soccorso di navi per portare la guerra nelle due Sicilie; e questo fatto è il primo che ne mostri la grandezza d'una città che nel dodicesimo secolo ottenne prima di molte altre l'indipendenza ed un governo consolare[358]. La foce dell'Arno, meno che non lo è a' dì nostri ingombrata di arena, formava per i leggeri vascelli usati allora un porto ugualmente difeso dalle burrasche e dagl'insulti de' corsari. La navigazione ed il commercio erano già da qualche tempo l'oggetto che più occupava gl'industriosi Pisani. In tempo che tutte le isole del mediterraneo erano occupate dai Saraceni quasi sempre nemici, quando ancora i Veneziani e gli Amalfitani, gelosi dell'impero del mare, cercavano di escluderne gli altri popoli, le intraprese marittime richiedevano forse più coraggio, che industria. Queste risvegliarono il valore della gioventù pisana, e loro ispirarono l'amore dell'indipendenza. Nell'età di Solone erasi già osservato che gli uomini di mare sono degli altri più fieri e più entusiasti per la libertà. Quest'osservazione verificossi nelle città anseatiche ed in Atene, e spiega pure l'antica prosperità di Pisa, e la rimota origine della sua indipendenza. Le ricchezze acquistate col commercio si versarono ben tosto sulle vicine campagne: il Delta dell'Arno, quella fertile pianura oggi mezzo incolta, fu asciugata e trasformata in giardini; il porto pisano e quello di Livorno si aprirono alle galere, ed i molti gentiluomini che abitavano le colline dalla valle di Nievole fino all'Ombrone, chiesero ed ottennero la cittadinanza pisana, e la protezione della repubblica.

Le sette più antiche famiglie di Pisa che formarono alcun tempo un ordine separato di quella nobiltà, fanno risalire la loro venuta in Toscana fino ai tempi della discesa in Italia d'Ottone il rosso. A sette baroni dell'impero si attribuì l'origine di queste sette famiglie; cioè Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Sismondi e Lanfranchi[359]. I tre ultimi erano figliuoli dello stesso padre, da taluno chiamato Lanfranco Duodi, e gentiluomo di Bologna; per cui lo storico di Pisa Marangoni contandoli per una sola famiglia ne aggiunge altre due Ripafratta e Gaetani[360]. Pare che costoro spediti fossero a Pisa del 982, perchè questa città mandasse le sue galere per ajutarlo nell'impresa di Calabria, che l'imperatore voleva fare. Mentre stavano occupati in questa missione, Ottone morì. Sedotti dalla bellezza del cielo e dalla fertilità dell'Etruria, determinarono di rimanervi, ed ottennero dai Pisani il diritto di cittadinanza, e da quel vescovo l'infeudazione di alcuni castelli o poderi. I cognomi delle famiglie non usavansi ancora nel decimo ed undecimo secolo, ma la pratica costante di dare al nipote il nome dell'avo suppliva a tale mancanza, e serviva a distinguere i casati; e questo nome d'affezione che si riproduceva ogni seconda generazione, diventò nel susseguente secolo il cognome della famiglia. In tal maniera i sette baroni d'Ottone II trasmisero il loro nome a sette famiglie pisane, che furono lungo tempo le principali della fazione nobile e ghibellina. Più volte perseguitate e cacciate in esiglio, non per questo rimasero meno affezionate alla patria ed alla sua libertà fino all'epoca fatale della caduta di Pisa[361].