La costituzione delle città e delle isole veneziane poteva considerarsi come federativa; ma i poteri de' magistrati e quelli della nazione, i diritti della lega e quelli dei popoli legati, non erano bastantemente definiti, perchè così fatta costituzione assicurasse ad un tempo l'interna tranquillità dello stato, e potente lo rendesse al di fuori. I tribuni si abbandonarono alla loro ambizione, le città alle discordie e gelosie di vicinanza, mentre i Lombardi dalla parte del continente, e gli Schiavoni da quella del mare approfittavano di queste contese, di questo stato di anarchia. Pareva che la repubblica fosse affatto prossima all'estrema sua rovina: se non che un popolo libero ed energico ha in sè medesimo i principj della sua salute: una rivoluzione che dovrebbe indebolirlo, il più delle volte gli rende di là a poco un nuovo vigore.

(697) L'anno 697 si convocò ad Eraclea una generale adunanza di tutti i membri dello stato, ed i nobili trovaronsi riuniti al clero ed ai cittadini. Colà, dietro proposizione del patriarca di Grado, la nazione risolvette di darsi un capo, che col titolo di duca o doge fosse incaricato del comando delle forze comuni contro gli esterni nemici, e contro i faziosi dell'interno; il quale, superiore ai tribuni delle isole riunite, potesse con mano ferma troncare le loro discordie e punirne le usurpazioni. Ma da questo secolo d'ignoranza non si poteva sperare una costituzione abilmente bilanciata. I Veneziani, volendo essere liberi, riservaronsi le loro assemblee generali, la di cui sovranità s'era universalmente riconosciuta; volendo essere potenti, diedero al capo dello stato tutti gli attributi di un monarca. Egli nominava a tutte le cariche, ammetteva o rifiutava gli avvisi de' suoi consiglieri scelti da lui medesimo, trattava solo la pace e la guerra, ed infine la sua autorità non aveva limiti. Paolo Luca Anafesto d'Eraclea fu il primo che la nazione decorasse di così sublime dignità[344].

Per alcun tempo non ebbero i Veneziani motivo di pentirsi della nuova forma data al loro governo. Anafesto ristabilì l'interna tranquillità, respinse gli Schiavoni, e forzò i Lombardi a riconoscere l'indipendenza della repubblica ed i confini del suo territorio. Il suo successore ne seguì le tracce, ma non così il terzo, che mal soffrendo gli ostacoli che talvolta contrariavano la sua volontà, volle rendersi assoluto signore dello stato, e diede principio ad una funesta lotta col popolo. In questa lite, in cui le ingiuste usurpazioni erano respinte da feroci insurrezioni, perdettero la vita il presente doge ed altri suoi successori. Nel tempo che Venezia era lacerata da questa contesa, il dominio lombardo in Italia fu abbattuto, e rimpiazzato da quello dei Carlovingi[345].

I Veneziani non odiavano meno i Franchi degli Unni, degli Ostrogoti, o dei Lombardi. Da tutti questi popoli le province dell'impero erano state ugualmente rovinate. Gloriavansi i Veneziani d'essere discendenti dai soli Romani, e davano alla loro repubblica il nome di figliuola primogenita della repubblica di Roma[346]. Isolati ed indipendenti in mezzo alle popolazioni della stessa origine fatte schiave, prodigavano il nome di barbari agli stranieri che opprimevano l'Italia; ed i soli Greci, inciviliti al par di loro ed attaccati ugualmente al nome ed alla gloria di Roma, venivano risguardati come degni della loro alleanza. Prendevano perciò parte alle loro prosperità, e gli assistevano colle loro forze, come da loro chiedevano essi protezione nelle proprie avversità, confondendosi, per così dire, innanzi ai loro occhi gli ufficj della benevolenza con quelli del dovere: e se i Veneziani rifiutarono d'essere sudditi, vollero almeno essere fedeli alleati dell'impero di Costantinopoli[347].

Pipino, figliuolo di Carlo Magno, formò l'ardito progetto di allargare il suo nuovo regno con pregiudizio di Niceforo imperatore d'Oriente: sperava di levargli la Dalmazia e l'Istria, ed aveva saputo far entrare ne' suoi interessi Obelerio allora doge regnante di Venezia, cui la corte francese accordava molti favori. Ma questo magistrato non solo non potè ridurre i Veneziani a prender parte ad una lite tanto contraria alle loro inclinazioni, ma non potè pure impedire che l'assemblea generale convocata a Malamocco non facesse a Pipino conoscere il rifiuto delle sue offerte, e le relazioni della nazione coi Greci. Di ciò offeso il principe, rivolse le sue armi contro i Veneziani, bruciando loro le due città di Eraclea e d'Aquilea, la prima delle quali era stata alcun tempo la capitale della repubblica fino all'epoca in cui Teodato quarto doge trasferì la sede del governo a Malamocco[348]. Nè andò molto che, credendosi nuovamente provocato, fece allestire una flotta a Ravenna, e provvedutala di truppe da sbarco, s'impadronì di Chiozza e di Palestina, indi approdò all'isola d'Albiola separata da un angusto canale da Malamocco. In così difficile circostanza Angelo Participazio, uno de' principali cittadini[349], consigliò i suoi compatrioti ad abbandonare le mura della capitale, ed a trasportare a Rialto tutte le loro ricchezze, essendo la sua situazione più forte assai per essere quest'isola propriamente nel centro della laguna. I vascelli di Pipino tentarono d'inseguirli, ma le barche leggieri dei Veneziani, fuggendo innanzi a loro, seppero attirarli sopra bassi fondi, ove, non potendo nella discesa della marea manovrare, furono attaccati con vantaggio, ed abbruciati quasi tutti, o presi dai Veneziani. Pipino, sdegnato ed umiliato, incenerì le città di cui erasi impadronito, e ritirossi a Ravenna. Poco dopo i due imperi si pacificarono, ed i Veneziani furono compresi nell'accordo come fedeli a quello d'Oriente[350].

Dopo quest'epoca Rialto rimase la capitale del nuovo stato, cui furono riunite col mezzo di ponti le sessanta isolette che lo circondavano, e sulle quali innalzasi oggi la città di Venezia. Il palazzo ducale fu eretto sulla piazza ove trovasi ancor al presente; ed il nome di Venezia, fin allora comune a tutta la repubblica, si ristrinse alla sola capitale. Vent'anni dopo si trasportò d'Alessandria in questa città il corpo di s. Marco. Raccontasi che i mercadanti, che tolsero questa reliquia alla chiesa d'Egitto, le sostituirono accortamente quelle di s. Claudio meno venerate. Dopo tale epoca s. Marco fu il patrono della repubblica: egli o il suo leone diventarono l'impronta delle sue monete e lo stendardo delle sue armate; ed il nome di s. Marco s'andò in modo identificando con quello dello stato, che più di quello della repubblica, più della ricordanza delle sue vittorie, scuote le orecchie veneziane, e fa cader le lagrime dagli occhi de' patrioti[351].

(837 = 864) Verso la metà del nono secolo una lite manifestatasi fra alcune famiglie patrizie divise tutta la repubblica. Il popolo prese parte con furore ad una animosità probabilmente cagionata da sola rivalità di gloria; la cura dell'esterna difesa dello stato fu sacrificata all'insensato zelo delle parti, ed il mare Adriatico rimase esposto alle piraterie de' Saraceni e dei Narentini. I primi abitavano la Sicilia e l'Affrica, gli altri erano pirati della Dalmazia, che riunitisi nella città di Narenta, in fondo al golfo dello stesso nome, posto quasi in faccia d'Ancona, l'avevano fatta centro delle loro piraterie[352]. Un secolo più tardi altri pirati stabilironsi in alcune città dell'Istria, ed una ardita intrapresa richiamò su di loro l'attenzione e lo sdegno della repubblica.

Per antica consuetudine i matrimonj de' nobili e de' principali cittadini celebravansi in Venezia lo stesso giorno nella medesima Chiesa. La vigilia della candellara in cui la repubblica dava la dote a dodici fanciulle, era il giorno consacrato a questa pubblica festa. Di buon mattino le gondole elegantemente ornate recavansi da tutti i quartieri della città all'isola d'Olivolo, o di Castello, posta ad una delle sue estremità, ove il capo del clero, allora vescovo, adesso patriarca, teneva la sua residenza. Gli sposi sbarcavano colle loro spose in mezzo al suono degli strumenti sulla piazza di Castello, e tutti i parenti e gli amici in abito di gala facevano loro corteggio. Vi si portavano in pompa i regali fatti alla sposa, ed il popolo affollato lungo la riva degli Schiavoni, ed in tutte le strade che guidano a Castello, seguiva senz'armi e senza alcun sospetto questa fastosa processione.

I pirati istriani, istrutti da lungo tempo di questa costumanza nazionale, ardirono di sorprendere gli sposi nella stessa città. Il quartiere al di là dell'arsenale affatto vicino d'Olivolo non era a tal epoca abitato, nè l'arsenale era ancora stato fabbricato. Gl'Istrioti si posero di notte in aguato presso quest'isola deserta, nascondendovisi colle loro barche. La mattina quando gli sposi furono nella Chiesa, e che seguiti da uomini, donne, fanciulli, assistevano ai divini uffici, attraversano il canale d'Olivolo, sbarcano armati sulla riva, entrano in Chiesa i corsari da tutte le porte nel medesimo tempo colle sciabole sguainate, e prendendo le desolate spose ai piedi dell'altare, le costringono a montar sulle barche a tal uopo disposte, e con loro rapiscono le gioje portate dai domestici; ed a forza di remi s'affrettano di riguadagnare i porti dell'Istria.