Poichè Attila si ritirò nella Pannonia, tutti quelli che non avevano portato nel loro ricovero verun mezzo di sussistenza, s'affrettarono di ritornare alle antiche loro abitazioni: e sopra tutto gli agricoltori richiamati dai loro campi, dall'amore del suolo natale, dai bisogni della famiglia, tornarono a coltivare le campagne; ma i grandi proprietarj, i nobili romani, coloro tutti, che colle proprie ricchezze avevano potuto procurarsi nelle isole i comodi della vita, e che rinvennero in quest'asilo la sicurezza non iscompagnata dall'agiatezza, si astennero dall'abbandonare la recente dimora, per rifabbricarsi le ancora fumanti case sempre minacciate da nuove orde di barbari. Vero è che i loro possedimenti continentali ricevevano danno dalla loro lontananza; ma seguendo l'esempio de' loro ospiti cercarono di supplirvi col commercio e colla navigazione. In tal maniera abbiam veduto a' dì nostri una nobiltà rovinata dedicarsi a quella mercatura, che senza degradarsi non avrebbe avanti potuto esercitare. I disastri delle province rendevano il commercio più necessario e più lucroso. I Veneziani dovevano moltiplicare il loro travaglio per somministrare agli abitanti delle città incendiate le cose necessarie alla rifabbricazione delle loro case, e le vittovaglie fino al nuovo raccolto. Un assai maggior numero di marinai e d'artigiani poteva impiegarsi nel commercio, onde della popolazione povera ma industriosa ch'erasi rifugiata nelle isole, la miglior parte fu ritenuta in questo asilo coll'allettamento di maggior lucro, e col godimento di una sicurezza che non poteva trovarsi altrove. Con ciò s'andò formando in mezzo alle lagune una nuova nazione risultante dall'unione forzata de' Veneti primi ai secondi; una nazione di nobili, d'operai laboriosi, e di marinai, i quali tutti dovevano vivere non dei prodotti della terra, ma di quelli di un'industria attiva e crescente.
Pare che la piccola città di Rialto ricevesse i consoli, o i tribuni che formavano il governo municipale di Padova: ma Padova era incendiata, ed i nobili, i cittadini più potenti, eransi riparati nella seconda Venezia, e nulla poteva lusingarli a riprendere un soggiorno che la forza non poteva assicurare, niun particolare vantaggio rendere volontario. La nuova repubblica faceva bensì parte dell'impero romano, ma quest'impero impotente, non sussisteva omai più che di nome, disponendone i barbari, benchè ricevessero ancora come una distinzione onorevole i titoli delle sue magistrature. Ogni provincia, ogni straniera popolazione posta nell'interno dell'impero poteva senza contrasto far valere la propria indipendenza. Ella ne aveva il diritto tosto che sentivasi abbastanza forte per resistere alle aggressioni de' barbari; e quantunque i provinciali d'origine romana non avessero affatto dimenticata l'affezione ed il rispetto dovuto all'antico nome di Roma, trovavansi però felici di potere scuotere il giogo d'un governo oppressivo e tirannico; di liberarsi dalle eccessive tasse che non soccorrevano per altro alla miseria del fisco; di sottrarsi all'odiosa sorte delle milizie, che non provvedevano alla vergognosa impotenza delle armate. I Veneziani adunque rimasero liberi allorchè l'invasione di Attila li ridusse a fondare un nuovo stato; e le disastrose incursioni dei Vandali, degli Eruli, degli Ostrogoti, resero loro sempre più cara la libertà.
Abbiam già avuto opportunità di osservare che, fino agli ultimi tempi dell'impero romano, il governo municipale si conservò democratico. L'assemblea popolare di ogni città decideva dei comuni interessi, e sanzionava le leggi locali. Le stesse assemblee nominavano pure i magistrati annuali incaricati delle funzioni di giudici; ed è probabile opinione che lungo tempo avanti l'invasione d'Attila questi magistrati avessero già il titolo di tribuni. Accresciutasi la popolazione di molte migliaia di fuorusciti, tutte le principali isole ebbero il proprio tribuno nominato dagli abitanti. Questi tribuni riunivansi alcune volte per deliberare intorno ai comuni interessi della Venezia marittima; ma la principale loro incumbenza era quella di giudicare ed amministrare il popolo conformemente alle istruzioni che da lui ricevevano nelle generali assemblee d'ogni isola[340]. In tal maniera la nascente repubblica senza l'opera d'un legislatore, senza rivoluzioni, e quasi senza deliberare, si trovò regolata da una libera costituzione.
Quell'ombra d'impero che il patrizio Oreste aveva conservato, innalzando Augustolo sul trono, fu distrutta da Odoacre come una pompa inutile e dispendiosa; ed i legami che potevano ancora unir Venezia a Roma, mentre conservavasi l'impero, furono distrutti da questa rivoluzione. Per altro allorchè Teodorico fondò il regno degli Ostrogoti, i Romani riconciliaronsi alquanto col giogo d'un barbaro virtuoso e saggio; ed i Veneziani vissero in pace con lui, e forse i servigi importanti che gli resero, possono essere risguardati come un indizio di dipendenza. Il più antico documento della repubblica è la lettera da Cassiodoro, segretario di Teodorico, diretta ai Veneziani in nome del re d'Italia[341]. Il retore per dar risalto alla sua eloquenza dimentica l'argomento della lettera, e descrive ai medesimi Veneziani, cui è diretta, la strana apparenza del loro paese, l'industria, l'attività, l'eguaglianza, la libertà, e le buone loro costumanze.
Dopo aver fatta conoscere la fondazione della repubblica di Venezia, passeremo a scegliere nella sua storia della prima età de' mezzi tempi i più importanti avvenimenti, che di quando in quando contribuirono alla formazione del carattere nazionale, a modificare la costituzione dello stato, oppure ad accrescere l'influenza del nuovo popolo sul rimanente dell'Italia. Sarebbe straniera al nostro istituto una regolare e circostanziata storia de' tempi anteriori al dodicesimo secolo; altronde tale è la secchezza e l'oscurità degli storici rispetto a que' tempi, che siamo forzati di passare rapidamente sulla storia de' secoli di cui ci offrono così confuse ed incerte notizie.
(518 = 627) A' tempi dell'imperatore d'Oriente, Giustino il vecchio, gli Schiavoni, seguendo la strada tenuta dalle altre barbare nazioni che invasero l'impero, entrarono nella Dalmazia, e vi si stabilirono. Ma come quel paese, più volte saccheggiato, non bastava a saziare la loro avidità, approfittarono dei numerosi porti di mare della fresca loro conquista, ed adottando le costumanze degli antichi Illirici, di cui avevano occupato il paese, si diedero alla pirateria. I Veneziani che coprivano costantemente quel mare con deboli barche, rimanevano più degli altri esposti ai loro insulti; ma una vita attiva, e l'abitudine di sprezzare i pericoli del mare avevano rinforzato il loro coraggio. Quei medesimi popoli ch'eran fuggiti come vili armenti innanzi ai conquistatori del Nord, armarono i loro piccoli navigli per farsi incontro agli stessi nemici a molta distanza dalle loro abitazioni: gli attaccarono senza timore, e gli sconfissero, assicurando la libertà dei mari; e la rivalità che manifestossi tra queste due nazioni marittime, e le frequenti loro guerre, che terminarono colla sommissione di tutta la Dalmazia, accrebbero l'energia de' Veneziani; li costrinsero ad aggiungere il valore all'industria, e furono la principale cagione della futura loro grandezza. Questa prima guerra incominciata avanti il regno di Giustiniano, viene riportata siccome una delle testimonianze dell'antichità della loro indipendenza[342].
(558) Quarant'anni dopo, la discesa de' Lombardi in Italia apportò alle isole veneziane un doppio vantaggio; non solo perchè obbligò nuovamente gli abitanti del continente a procacciarsi salvezza in queste isole, ma perchè gli ottenne altresì un clero indipendente. Il patriarca d'Aquilea venne a stabilirsi in Grado, ove fondò la sua nuova cattedrale; il vescovo d'Oderso si trasferì in Eraclea fabbricata dai suoi compatrioti; quello d'Altino portò la sua sede a Torcello; quello di Concordia a Caorle, e quello di Padova a Malamocco. E perchè i Lombardi stabilirono un clero arriano in tutte le città continentali di cui si resero padroni, e perchè lo scisma tra le chiese delle due comunioni produsse una sanguinosa guerra tra i patriarchi di Aquilea e di Grado, i vescovi ch'eransi rifugiati nelle isole non pensarono più ad abbandonarle[343].