CAPITOLO V

Origine di Venezia, sue rivoluzioni avanti il dodicesimo secolo — Pisa e Genova nuove repubbliche marittime — Loro rivalità con Venezia, e loro primi progressi.

Di tutte le repubbliche che fiorirono in Italia, Venezia fu la più illustre, e quasi la sola la di cui storia sia conosciuta fuori d'Italia; siccome è pur quella che durò più lungamente. La sua origine precede di sette secoli l'indipendenza delle città lombarde; la sua caduta, di cui fu testimonio la presente generazione, è posteriore di tre secoli a quella della repubblica fiorentina, la più interessante delle repubbliche de' mezzi tempi.

Poc'anni sono la repubblica di Venezia era il più antico stato d'Europa. La stessa nazione sempre indipendente, sempre libera, fu tranquilla spettatrice delle rivoluzioni dell'universo; vide la lunga agonia e la fine dell'impero romano; in Occidente la nascita dell'impero francese quando Clodoveo conquistò le Gallie; l'innalzamento e la caduta degli Ostrogoti in Italia, dei Visigoti in Ispagna, dei Lombardi che succedettero ai primi, dei Saraceni che spossessarono i secondi. Vide nascere l'impero de' Califfi, minacciare la totale invasione della terra, poi dividersi e distruggersi. Alleata per più secoli degl'imperatori Bizantini, li soccorse a vicenda, e gli oppresse; levò de' trofei alla loro capitale; ne divise le province, ed aggiunse a' suoi titoli quello di padrone d'un quarto e mezzo dell'impero romano. Essa ha veduto cadere quest'impero, ed alzarsi sulle sue rovine il feroce Musulmano; finalmente vide abbattuta la monarchia francese[337]; e sola irremovibile quest'orgogliosa repubblica contemplò i regni e le nazioni passare innanzi a lei. Dopo tutte le altre dovette anch'essa succumbere alla legge universale; ed il governo veneto che legava il presente al passato, ed univa le due epoche della civilizzazione del mondo, cessò ancor esso di esistere.

Alla natura del paese che abitarono i Veneziani devesi ascrivere la cagione della lunga loro indipendenza. Il golfo Adriatico riceve nella sua parte superiore tutte le acque che scendono dalle Alpi verso mezzodì, dal Po che trae origine sul pendio meridionale delle montagne di Provenza, fino all'Isonzo che nasce in quelle della Carniola. La foce del più meridionale di questi fiumi non è lontana più di trenta leghe da quella del più settentrionale; ed in questo spazio il mare riceve ancora l'Adige, la Brenta, la Piave, la Livenza, il Tagliamento, ed un infinito numero d'altri minori fiumi. Tutti nella stagione piovosa strascinan seco enormi masse di melma e di ghiaja, in guisa che il golfo che le riceve, colmato poc'a poco dai loro depositi, non è più mare, ma non è ancora terra, e si chiama laguna, sotto il qual nome si comprende uno spazio di venti o trenta miglia dalla riva. La laguna, vasta estensione di bassi fondi, e di fango coperto d'uno o due piedi d'acqua, che i più leggeri battelli possono a pena attraversare, viene divisa da canali scavati, non v'ha dubbio, dai fiumi che si scaricano in mare, ma in seguito conservati dall'opera degli uomini per l'interesse del commercio. Questi canali sono strade aperte ai grandi navigli, abbondanti di sicuri ancoraggi: il mare che si rompe impetuosamente contro i murazzi e le lunghe e strette isole che circondano la laguna, è sempre in calma oltre questi limiti, nè i venti possono sommover l'onde ove non sonovi profondi abissi. Ma i tortuosi intralciati canali della laguna formano un impenetrabile labirinto per i piloti non istrutti da lungo studio, e dall'esperienza dei loro andirivieni. In mezzo ai bassi fondi alzansi alcune centinaja d'isolette che incominciano al mezzogiorno di Chiozza presso alle foci del Po e dell'Adige, e stendonsi senza interrompimento fino a Grado oltre le bocche dell'Isonzo. Alcune non sono divise che da stretti canali, come quelle su cui è fabbricata Venezia, altre dominano la laguna a ragguardevoli distanze, quasi bastioni avanzati per difendere gli approcci di terra ferma. Tali isole non sono generalmente suscettibili di grande coltivazione, ma così vantaggiosamente situate per la pesca, per la fabbricazione del sale che vi si raccoglie quasi senza travaglio in alcuni bassi fondi chiamati estuari, per la navigazione e pel commercio; e coloro che le abitano hanno tanta facilità di commerciare con semplici barche con tutte le città della Lombardia, coi porti dell'Istria, della Dalmazia, della Romagna, che questo Arcipelago dovette in ogni tempo essere popolato da uomini industriosi. Le isole veneziane non sono meno sicure che comode, fortificate ugualmente contro gl'insulti de' pirati e contro le armate de' conquistatori; non sono attaccabili nè per terra nè per mare, e non possono cadere in mano de' nemici che per tradimento de' proprj abitanti.

Il dotto conte Figliasi provò nelle sue memorie sui Veneti[338], che dai più rimoti tempi questa nazione che occupava il paese detto poi Stati veneti di terra ferma, abitava pure le isole sparse lungo le coste, e che di là ebbe origine il nome di Venezia prima e seconda, applicandosi la prima al continente, la seconda alle isole ed alle lagune. Ne' tempi dei Pelasgi e degli Etruschi, abitando i primi Veneti una contrada fertile e deliziosa, dedicavansi all'agricoltura, i secondi posti in mezzo ai canali, alla foce de' fiumi, ed a portata delle isole greche, e delle feconde campagne dell'Italia, consacravansi alla navigazione ed al commercio. Gli uni e gli altri si sottomisero ai Romani non molto avanti la seconda guerra Punica; ma non fu che dopo la vittoria ottenuta da Mario sui Cimbri che il loro paese fu ridotto in provincia romana.

Sotto il governo degl'imperatori la prima Venezia fu per le sue sventure rammentata più volte dagli storici. Ricca, fertile, popolata, presentava agli ambiziosi una preda che si divisero spesso in tempo delle guerre civili. Questa provincia chiudeva l'Italia dal lato per cui poteva essere invaso l'Impero dalle nazioni germaniche, scita e schiavona. Allorchè quest'impero incominciò ad essere debole, tutte le volte che venivano forzate le barriere del Danubio, i barbari non tardavano a piombare sopra la Venezia, ed a desolarla colle loro stragi. La provincia marittima occupavasi della pesca, delle saline, del commercio, ed i Romani risguardavano gli abitanti come indegni della dignità della storia, e perciò li lasciavano nell'oscurità, come la loro umile condizione non invitava i conquistatori al saccheggio, al massacro, alle devastazioni.

Questa oscurità valeva al certo molto più che il tristo splendore di Padova e di Verona. Fu un tempo in cui gli abitanti di queste città, altra volta così opulenti, ma effemminate, deboli, aperte a tutte le invasioni, sentirono vivamente quanto fosse crudele la loro sorte in confronto di quella degli isolani, malgrado le privazioni e la vita laboriosa degli ultimi. I popoli Nomadi che invasero l'impero, associarono alle loro conquiste una ferocia che la nostra immaginazione sa appena concepire. Essi non s'appagavano di appropriarsi col saccheggio tutto ciò che potevano togliere ai sudditi di Roma, ma sembra che si proponessero di rendere le contrade che invadevano affatto simili ai deserti di dove erano usciti. Gl'incendi distruggevano i villaggi e le città, e la carnificina degli uomini, delle donne, dei fanciulli cancellava le generazioni.

In questa guisa esercitò Attila il suo furore sulle città d'Aquilea, Concordia, Oderzo, Altino e Padova. Ma la fama annunciatrice delle sue crudeltà lo precedette, e quegli abitanti della prima Venezia ch'ebbero tempo di fuggire, si ripararono nella seconda. Uomini, donne, vecchi e fanciulli, tutti si salvavano nelle isole. Nel mezzo di quelle che oggidì copre Venezia colle portentose sue case, eravi la borgata di Rialto, che diede asilo alla maggior parte de' fuorusciti, che poi cresciuti a dismisura si sparsero in tutte le altre isole, coprendosi con capanne fatte all'infretta finchè passasse la burrasca sterminatrice[339].