476 = 961.
In sul declinare del quinto secolo, Romolo Augustolo, imperatore d'Occidente, figliuolo d'un patrizio che di que' tempi era forse il solo generale nato romano, fu deposto da' suoi soldati, che gli sostituirono Odoacre, uno de' capitani delle guardie imperiali, d'origine Erulo o Scita[10]. Questo usurpatore soppresse per modestia il nome d'impero occidentale, e si accontentò del titolo di re d'Italia. Allora la sovranità di Roma fu per la prima volta trasferita alle nazioni settentrionali.
Un signore italiano, Berengario marchese d'Ivrea, fu cinque secoli dopo coronato da' suoi compatrioti re d'Italia, e poco dopo dai medesimi deposto. Allora i grandi feudatarj chiamarono dalla Sassonia Ottone re d'Allemagna, ed a lui volontariamente si sottomisero, aggiungendo alla dignità di re di Lombardia il titolo d'imperatore, che gli Occidentali avevano fatto rivivere due secoli prima in favore di Carlo Magno, e lasciato poi cadere in dimenticanza. E per tal modo con una strana rivoluzione, della loro patria indipendente ne formarono una provincia dell'impero germanico, quantunque assai lontana dalla sede del governo.
Queste due rivoluzioni che sostituirono il nome di monarchia a quello d'impero, ed il nome d'impero a quello di monarchia, determinano la durata delle sventure che travagliarono l'Italia avanti che potesse riprendere il carattere e l'energia di nazione libera. Tali rivoluzioni che presentano alcuni rapporti di circostanze generali, si rassomigliarono assai più negli effetti. La prima che sembrava aver posto il colmo all'ignominia di Roma, fece poc'a poco ripullulare tra gl'inviliti Italiani le virtù ed il coraggio, che aveva distrutti il dispotismo dei Cesari. L'ultima che si credette dover porre l'Italia nella vergognosa dipendenza dei Tedeschi suoi antichi nemici, fu quella invece che ridestò negl'Italiani il desiderio della libertà, e fu la cagione immediata del risorgimento de' governi repubblicani.
Incerte ugualmente ed oscure sono le storie d'Augustolo e di Odoacre, di Berengario e di Ottone; e dense tenebre ricuoprono que' tempi di profonda ignoranza. Grandissima non pertanto è la diversità che passa tra gl'Italiani del quinto, e quelli del decimo secolo. Nella prima epoca troviamo la nazione caduta in quell'estremo avvilimento, cui il più insultante dispotismo possa ridurre un popolo civilizzato; quando nella seconda andava ripigliando quell'energia, quell'indipendenza di carattere, che una lunga serie di traversie può dare ad un popolo barbaro.
Sotto gli ultimi imperatori la nobiltà di Roma più capace non era di grandi e generose passioni. Resa straniera alle cariche politiche e militari, erasi spento nel cuor de' patrizj perfino il desiderio della gloria; ed avrebbero creduto di avvilirsi col servire allo stato. Se la storia ricorda ancora di quando in quando i nomi delle antiche generose famiglie, non è che per parlare delle loro ricchezze e delle loro sventure. Poteva la storia raccontare quanti preziosi arredi avevan preso i barbari nei loro palazzi, e di quante migliaja di schiavi spogliati i loro poderi; ma niente dir poteva di uomini affatto incapaci di grandi azioni, i quali, senza talenti e senza virtù, passavano confusi colla plebe abietta non lasciando alcuna traccia di sè medesimi. Il rimanente della nazione, se fosse stato possibile, ancora più vile dei patrizj, si nasconde affatto alle nostre ricerche. Osservando le armate composte soltanto di stranieri e le campagne popolate di schiavi, si domanda invano alla storia ov'erano allora gl'Italiani. Quando leggiamo gli annali degli ultimi regni dell'impero d'occidente, quasi non ci avvediamo che trattasi ancora d'un vastissimo stato: le armate ridotte ad un pugno di uomini, il tesoro incapace di sostenere le più piccole spese, l'impero mal difendersi dal più ignobile aggressore, il popolo ed il senato permettere che un capitano delle guardie dia e tolga a sua voglia il diadema a persone straniere, niun ordine della nazione avere un sol uomo capace di prendere coraggiosamente le redini del governo; tutto ci farebbe credere che trattisi d'un ignobile feudo, anzichè della nazione erede del nome e della grandezza di Roma[11].
Ma allorchè la corona d'Italia passò ad Ottone il grande, molti nobili fieri indipendenti bellicosi cercavano con entusiasmo la gloria ed il potere; nè avrebbero senza indignazione tollerato che persone straniere alla loro classe, fossero i giudici, i generali, i ministri del re, i difensori della patria. I minori vassalli non lasciavano, benchè meno potenti, di mostrarsi al par dei primi energici ed audaci. Non potendo aspirare alla signoria, combattevano per l'indipendenza: fortificavano le loro rocche, addestravano all'armi i loro paesani, e volevano intervenire alle assemblee nazionali, rifiutando di sottomettersi alle leggi e ai tributi, cui non avessero data la sanzione col loro preventivo assenso. D'altra parte i borghigiani, resi forti dalla loro riunione nelle città, riclamavano la conservazione delle leggi e delle costumanze municipali, e chiedevano di partecipare a quella libertà, che non doveva essere l'appannaggio esclusivo d'una casta privilegiata, ma appartenere a tutti gli uomini che sanno rendersene degni col coraggio e colle virtù. E per tal modo l'intera nazione, animata dal medesimo principio di vita, s'andava agitando per ogni lato, e facendo sperienza delle proprie forze: e quando ancora non aveva trovato l'arte di valersene in sua difesa, e per la propria felicità, pronunciava oscuramente le grandi cose di cui mostrerebbesi un giorno capace.
Così notabile cambiamento nel carattere d'una intera nazione basta a render degno della più grande attenzione questo primo periodo dell'età di mezzo: una nazione ringiovenita dopo esser giunta all'estremo grado di decrepitezza, è un fenomeno singolare, che altrove la storia non ci presenta. Ma i cinque secoli, nel corso de' quali si rifuse il genere umano, sono coperti da così dense tenebre, che le più accurate indagini non dissiperanno giammai interamente. Verun monumento, veruno storico abbastanza esatto ci rimane di que' tempi in cui tre popolazioni settentrionali, i Goti, i Lombardi, i Franchi, s'incorporarono successivamente agl'Italiani resi loro soggetti: troppo erano avviliti gli ultimi avanzi della popolazione civilizzata; troppo ignoranti i conquistatori per iscrivere la storia de' loro tempi. Le poche cronache contemporanee ne conservarono bensì i nomi dei re, le guerre che sostennero, e le rivoluzioni che frequentemente li balzavano dal trono, ma non ci danno veruna notizia dei popoli, onde giudicar si possa dei costumi e dello sviluppo delle sue facoltà. Altronde la storia de' principi è affatto straniera al nostro scopo, quando non ci fa conoscere le cagioni che diedero origine alle nostre repubbliche. E per tal modo forzati di rinunciare al pensiero di dare una soddisfacente storia di questi tempi d'oscurità, ci limiteremo ad indicare sommariamente il modo con cui i settentrionali frammischiaronsi alle nazioni del mezzodì, per richiamare poi separatamente ad esame alcuni oggetti, che in particolar modo richiedono la nostra attenzione; cioè l'origine, i progressi e lo scioglimento del sistema feudale, la storia della città e della chiesa di Roma dopo la caduta dell'impero occidentale, la storia delle città greche del mezzo giorno d'Italia, quelle delle città marittime, e finalmente quella della formazione di tutti i municipj che diventarono governi liberi. Così procedendo, potremo spargere qualche lume sui primi secoli dell'età di mezzo, senza obbligarci ad una cronologica nomenclatura di nomi barbari, che il lettore può facilmente trovare in altre opere.
(476) Allorchè fu distrutto l'impero d'occidente, la civilizzazione si ridusse entro i limiti dell'impero d'Oriente[12]. I sovrani di Costantinopoli contavano ancora tra le loro provincie la Grecia, la Tracia, parte dell'Illirico, l'Asia minore, la Siria e l'Egitto: ma in quest'epoca l'impero occidentale fu tutto diviso in brani tra le nazioni del settentrione. I Franchi stabilironsi nelle Gallie, gli Anglo-Sassoni nella Brettagna, i Visigoti nella Spagna, nell'Africa i Vandali, ed Odoacre ebbe il regno d'Italia.
(476 = 493) Sotto il dominio d'Odoacre non vennero in Italia popolazioni nuove, e soltanto vi si fissarono più stabilmente que' mercenari stranieri, che da molti anni formavano essi soli l'armata dell'impero. Questi mercenarj sotto il comando d'un loro compatriotta si arrogarono tutti i poteri dell'impero, siccome coloro che ne formavano tutta la forza. Diedero al loro capo il titolo di re; e dal nuovo re domandarono ed ottennero una distribuzione di terreni, per cui la terza parte delle campagne d'Italia passò in proprietà de' barbari[13].