Presso i popoli più oppressi e più barbari, il commercio non può essere affatto distrutto: l'uomo cercherà sempre di provvedere col cambio ai suoi bisogni, e coloro che s'incaricheranno di facilitarlo, vi troveranno sempre il proprio vantaggio. Perciò le repubbliche di Venezia, di Napoli e d'Amalfi, che fino al decimo secolo ebbero un governo che proteggeva ed animava l'industria, ottennero sulle vicine popolazioni un immenso vantaggio, esercitandone esse sole tutto il commercio. I Veneziani erano i mediatori dei due imperi: accolti ed accarezzati dai Greci portavano agli Occidentali i prodotti delle manifatture che prosperavano in Costantinopoli e nella Morea, e le merci indiane ch'essi acquistavano indistintamente dai Greci e dai Musulmani. Rimontavano poi colle loro barche leggieri i fiumi dell'Italia, e provvedevano le città fluviali di tappeti e stoffe dell'Asia, di spezierie delle Indie, e del sale delle proprie saline di cui erano gli esclusivi provveditori di Lombardia. Ricevevano in cambio grani, cuoi, lane ed altri prodotti del suolo; ma nelle città loro coltivavano in oltre le arti meccaniche, e la prima fonderia di campane si stabilì in Venezia, onde introdussero l'uso delle campane nella Grecia e nell'Occidente quando le regalarono ai monarchi di Costantinopoli ed a quelli d'Europa[407]. Lo storico Luitprando che fu spedito ambasciatore da Ottone il grande all'imperatore Niceforo Foca, nulla vide nel lusso di Costantinopoli che lo sorprendesse o gli riuscisse nuovo; perchè, com'egli disse ai Greci medesimi, i magazzini di Venezia gli avevano già mostrate tutte quelle ricchezze[408].

La natura del commercio veneziano nel decimo secolo e la sua prosperità provano evidentemente la pochissima industria delle altre città e la loro miseria. Questo commercio non arricchiva i suoi agenti che con quella specie di monopolio ch'essi esercitavano a danno de' loro compratori, perchè non essendo fondato sulla moltiplicità delle produzioni e dei bisogni, ma povero al contrario e limitato a pochi oggetti, pure dava considerabili profitti. Nè tale commercio era uguale: i Veneziani somministravano tutte le produzioni delle manifatture, tutte le merci di lusso, e non ricevevano in cambio che le materie brute o danaro. Secondo il sistema degli economisti che oggi pretendono di favorire il commercio col vincolarlo, la bilancia sarebbe stata a solo vantaggio dei Veneziani, e sempre contraria ai Lombardi. Ma il commercio degli ultimi era affatto libero; e tale fu l'influenza della libertà, tali furono i vantaggi per i Lombardi di questa pretesa sfavorevole bilancia, che in meno d'un secolo ammassarono abbastanza capitali onde rivalizzare d'industria coi loro corrispondenti. Bentosto le città loro riempironsi di officine e di manifatture, e trionfando degli svantaggi d'una posizione mediterranea, il più prospero commercio ravvivò tutti i loro mercati.

La lingua italiana nacque pure o si sviluppò nelle città insieme al commercio, vale a dire nel dodicesimo secolo, e l'essere universalmente adottata contribuì a rimpiccolire le distanze che separavano le diverse classi della società.

È cosa veramente singolare che non siasi conservato verun documento del linguaggio adoperato dal popolo d'Italia fino alla fine del decimo secolo. Il dottissimo Muratori ricercò con infaticabile pazienza tutti i vecchi archivj, tutti i depositi d'antiche scritture di famiglie e di comunità, senza che siasi abbattuto a scoprirne una sola dettata in quell'idioma che chiamavasi volgare, diverso dal latino riservato ai dotti, dal romano che parlavasi nelle Gallie, e dal tedesco dei popoli venuti dal Settentrione. Pare per altro che la lingua volgare avrebbe dovuto essere non solo quella del comune conversare, ma ancora quella delle lettere famigliari e del commercio. È dunque a credersi che gl'Italiani fino ad dodicesimo secolo non sospettassero nè meno che il loro dialetto potesse scriversi. Per la stessa ragione non si troverebbero forse dell'età nostra atti o lettere scritte ne' dialetti limosino, piccardo, normanno, piuttosto che in francese, o ne' dialetti bolognese e genovese piuttosto che italiano[409].

Sembra probabile che ne' tempi della potenza romana i provinciali avessero una viziosa maniera d'esprimersi in latino, e che s'avvicinassero fin da que' tempi al moderno italiano. La mescolanza delle nazioni barbare contribuì non poco a corrompere ancor più questo linguaggio provinciale, introducendovi gli articoli ed i verbi ausiliarj adoperati nel Settentrione per tener luogo delle declinazioni e delle conjugazioni latine che rendevano la grammatica troppo complicata[410]. Il sermone volgare, che così chiamavasi, dovette essere il dialetto abituale de' campagnuoli e de' cittadini, ma non dei nobili, i quali, comecchè d'ordinario niente meglio educati de' loro inferiori, essendo quasi tutti di razza allemanna, oltre la lingua volgare che dovevano necessariamente parlare, avevano pure conservato l'uso della tedesca. Abbiamo veduto che nel secolo nono i Lombardi Beneventani davano ancora ai loro principi il soprannome tedesco; ma abbiamo una prova che andavano a poco a poco perdendo l'uso del linguaggio materno nella pratica tenuta dagli storici del susseguente secolo, che, riferendo questi soprannomi, vi aggiungevano la spiegazione[411]. Gl'imperatori francesi e tedeschi portarono in Italia il costume della lingua tedesca, perchè tutti i Franchi la parlavano, come lo mostra la lettura delle leggi salica, ripuaria e bavara, ed anche i capitolari di Carlo Magno, ove tutte le parole non latine derivano dal tedesco. E per tal modo due lingue, una per la nobiltà, l'altra per il popolo, parevano dividere questi due ordini, e rammentando ad ogni istante la loro differente origine, rinnovare tra di loro l'avversione e la gelosia.

Richiedevasi veramente che i gentiluomini, i cherici, e sopra tutto i legisti, intendessero il latino; ma il modo con cui lo scrivevano ci somministra una poco vantaggiosa idea dello stile della loro conversazione, se pure valevansi di questa lingua. Abbiamo infinite carte scritte in questo preteso latino. Vedesi quanto poco scrupolosi fossero i notaj nell'ammettere nei loro atti i più grossolani barbarismi, e come a fronte di tanta licenziosità esprimevano a stento i loro concetti. Soffresi, leggendoli, doppia fatica; ci stanchiamo d'occuparci di così fastidiose cose, ma più ancora ci stanchiamo sentendo la fatica che sostennero coloro che le scrissero[412].

Durante il regno della casa Sassone una nuova mescolanza di gentiluomini allemanni colla nobiltà italiana, rimise in vigore per la terza volta il linguaggio teutonico, che era quello della corte e del governo; ma tale linguaggio così difficile, ed affatto straniero agli organi italiani, si manteneva vivo con difficoltà, ed alla seconda, o al più nella terza generazione veniva trascurato. I fanciulli imparavano naturalmente il linguaggio del popolo; e nelle scuole gli ecclesiastici non insegnavano che il latino: nè sembra che un orgoglio nazionale si prendesse cura di conservare nelle famiglie la lingua tedesca, perchè i Tedeschi conobbero assai tardi il prezzo della propria lingua. Intanto in ragione dell'importanza maggiore che andavano acquistando i borghesi, le città crescevano pure in popolazione ed in ricchezze, e la volgar lingua che si era adottata s'avvantaggiava pure sul latino e sul tedesco, ed approssimavasi ad essere la lingua nazionale. Di fatti nel secolo dodicesimo si rese compiutamente dominante, ed in allora incominciò a formarsi, ad ingentilirsi, ed a prendere regole generali, di modo che nel secolo susseguente la vedremo finalmente adottata, e resa bella dagli storici e dai poeti.

In quell'epoca in cui gl'Italiani, forniti di tre idiomi, non ne possedevano un solo, ed in mezzo all'ignoranza del decimo secolo, Luitprando compose una storia de' suoi tempi, che ancora al presente leggesi con interesse e piacere. Quest'opera è quasi il solo documento letterario dell'Italia settentrionale nel decimo secolo. Si ripassano con estrema noja le cronache de' suoi coetanei per ritrovare qualche fatto storico; ci alletta invece l'opera di Luitprando, e si lascia con rincrescimento. Vero è che non devesene incominciar la lettura subito dopo quella degli scrittori dell'età d'Augusto, perocchè allora ci offenderebbe la durezza del suo stile; ma quando si paragona al suo secolo, ci sorprende il suo stile conciso ed energico, e di quando in quando qualche profondo pensiere, e più d'ogni altra cosa certa aggradevole varietà che seppe dare alla sua narrazione. Egli manca di ordine, e pecca di parzialità, ma pure alletta: provveduto di non ispregevole erudizione cita a proposito gli autori romani, e frequentemente fa pompa della sua conoscenza della lingua greca, e non poche volte con ridicola vanità; si vede che gli era ugualmente familiare la lingua allemanna; e per ultimo qualunque volta la sua fantasia viene riscaldata dal soggetto, passa dalla prosa alla poesia, ed i suoi versi non sono affatto privi di lepore.

Luitprando era canonico di Pavia, e segretario di Berengario II, dal quale nel 946 fu mandato ambasciatore a Costantinopoli presso Costantino Porfirogeneta. Ritornato in patria, ebbe qualche motivo di disgusto con Berengario, e passò in Germania alla corte d'Ottone il grande, che accompagnò in Italia quando venne a conquistarla. Ebbe dall'imperatore il vescovado di Cremona, e fu suo ambasciatore a Roma ed a Costantinopoli. Scrisse una curiosa relazione della sua andata in quest'ultima città presso l'imperatore Niceforo Foca[413]. Alcuni troppo liberi racconti che Luitprando innestò nelle sue scritture non ci permettono di formarci una troppo favorevole idea della gentilezza dei grandi di que' tempi, e di quella che allora chiamavasi buona compagnia; soprattutto quando rammentiamo il rango che aveva alla corte e le funzioni ecclesiastiche di questo storico.