Altra funzione de' consoli era quella di convocare e presedere i consigli della repubblica. D'ordinario eranvi due consigli in ogni città, oltre il consiglio generale di tutto il popolo. Il primo era poco numeroso, e propriamente destinato a coadiuvare i consoli in quelle funzioni che credevansi troppo importanti per confidarle ad altri magistrati. Chiamavasi questo corpo il consiglio di credenza, vale a dire consiglio di confidenza, o consiglio segreto. Era questo incaricato dell'amministrazione delle finanze della città, di sopravegliare i consoli, e di tutte le relazioni esteriori dello stato. Un altro corpo, composto di cento consiglieri o più, aveva in molte città il nome di senato, di gran consiglio, di consiglio speciale, o di consiglio del popolo. Nel senato disponevansi i decreti che dovevano proporsi alle deliberazioni del popolo che radunavasi in assemblea generale sulla pubblica piazza al suono della grossa campana, ed era chiamata parlamento. L'assemblea del popolo era sovrana, ed i magistrati la consultavano nelle più importanti occasioni: ma in quasi tutte le città la legge non permetteva che si assoggettasse alcun atto alla deliberazione dell'assemblea del popolo, prima che il consiglio di credenza ed il senato avessero dato il loro assenso al proposto progetto[401].

Le città dividevansi in quattro o sei quartieri, che d'ordinario avevano il nome della porta più vicina, perchè gli abitanti del quartiere erano specialmente incaricati della difesa della loro porta e delle mura dipendenti. Questa divisione era ad un tempo civile e militare. Molte città coll'andar del tempo accrebbero il numero de' loro consoli, onde ve ne fosse uno per quartiere, che sceglievasi tra gli abitanti dello stesso quartiere. L'elezione del consiglio di credenza e del senato ripartivasi nella stessa maniera, cosicchè eravi nella costituzione delle città una mescolanza di sistema rappresentativo.

I quartieri formavano altresì corpi militari con differenti stendardi. Ognuna sceglieva tra i suoi più ricchi cittadini, e quando i nobili si posero sotto la protezione delle repubbliche, sceglieva tra i nobili una o due compagnie di cavalieri armati da capo a' piedi. Lo stesso quartiere formava poi due altri corpi scelti, cadauno dei quali doveva essere il doppio numeroso dei precedenti; e questi erano i balestrai e l'infanteria pesante. Quest'ultima era armata del pavese, specie di scudo, della cervelliera o cuffia di ferro e della lancia. Gli altri cittadini divisi pure in compagnie, ed armati soltanto di spada, eran obbligati di trovarsi sulla piazza d'armi del proprio quartiere qualunque volta suonava campana a martello. Tutti gli uomini dal diciottesimo anno fino al settantesimo dovevano soddisfare a questo dovere. I consoli comandavano le armate, ed avevano sotto i loro ordini il capitano del quartiere, il suo gonfaloniere o portastendardo, ed il capitano d'ogni compagnia. Non conoscevasi allora quell'infinito numero d'ufficiali e di sottufficiali introdotti dalla tattica moderna. L'ordine era di combattere, l'unica regola di non iscostarsi dal gonfalone che restava sempre visibile. Per tutto il rimanente ogni soldato poteva agire di proprio impulso, e non era parte, come a' nostri tempi, d'una macchina complicata, i di cui movimenti sono tutti diretti da una superiore intelligenza; mentre ogni individuo, ridotto ad agire come una ruota di così gran macchina, ignora lo scopo della propria azione[402].

Siccome le città erano state erette in corporazioni per metterle in istato di difendersi, lo stesso atto che loro aveva permesso di fortificarsi permetteva ancora di agguerrire le loro milizie. Nè fu solamente per le guerre pubbliche dell'impero che facessero uso di questo stabilimento militare, ma riclamarono per sè medesime il diritto di cui erano in possesso i conti, i marchesi, i prelati e perfino i signori de' castelli, di vendicare coll'armi proprie le proprie ingiurie. Nel sistema feudale i tribunali terminavano le liti con una specie d'arbitramento: quando l'offesa era riconosciuta, dichiaravano quale era il legittimo compenso, coll'offerta del quale le due parti dovevano rinunciare al loro odio, alla loro faida; ma essi non obbligavano a dare o a ricevere il compenso. Quando il diritto era dubbioso, invitavano le parti a terminare la contesa col duello, in cui il giudizio di Dio facevasi palese come in una guerra sostenuta da tutte le forze dei due rivali, ma con minore effusione di sangue e con minor danno. In somma tutta la legislazione fondavasi sopra il diritto della naturale difesa, e su quello di farsi giustizia da sè medesimo; essendo autorizzato ogni membro dell'impero a rifiutare un giudice parziale e ad appellarsi al suo buon diritto, alla sua spada[403]. Le prime guerre fatte dalle città le une contro le altre, o contro i marchesi ed i conti che volevano opprimerle, non furono dunque risguardate quali atti di ribellione, ma come atti legittimi di giustizia o di naturale difesa conformi ai diritti degli altri membri dell'impero.

La rivalità tra comuni d'uguale potenza gelosi della grandezza loro e della rispettiva popolazione, rese più acerbe queste guerre private, dando loro un carattere più nazionale e meno giuridico. Le due metropoli della Lombardia furono le prime ad abbandonarsi a quest'odio di vicinato. I re de' secoli di mezzo non avevano capitale propriamente detta, dimorando d'ordinario nei loro castelli, e visitando quando l'una e quando l'altra delle loro città. Pure Pavia e Milano disputavansi il primato tra le città italiane. Pavia perchè fu la favorita residenza de' più illustri sovrani lombardi, aveva il loro più magnifico palazzo. Posta ad egual distanza dalle Alpi svizzere e dalle liguri, e padrona del passaggio del Ticino, signoreggiava le due pianure che stendonsi alla diritta ed alla sinistra del Po. Padrona ugualmente della navigazione di questo fiume, le sue barche potevano seguirne il corso fino all'Adriatico, o rimontare i fiumi che gli tributano le acque fino ai laghi da cui le ricevono. Pavia nel centro delle terre della Lombardia era quasi la chiave di tutti i suoi fiumi, ed il suo territorio formato dalle più ricche loro deposizioni, irrigato dalle loro acque, non era ad alcuno inferiore in fertilità[404]. Profittando di tanti vantaggi Pavia era diventata una vasta e popolosa città, che pure non pareggiava Milano in ricchezze ed in potenza, o perchè il lungo soggiorno e l'esempio della corte avessero snervata la sua energia, o perchè il denso aere che vi si respirava[405], e le nebbie frequentissime avessero resi gli abitanti meno proprj alla carriera dell'ambizione e della gloria.

Milano, antica capitale degl'Insubri e di tutta la Gallia cisalpina, era pure stata la residenza di alcuni degli ultimi imperatori d'Occidente, e la prima e più antica sede arcivescovile di tutta la Lombardia. Salubre è l'aere di questa città, fertili i campi che la circondano; pure come la sua posizione non sembra darle alcun vantaggio esclusivo, che dovesse assicurarle quella superiorità di cui ha costantemente goduto sulle altre città lombarde, convien supporre che la sua grandezza e la sua popolazione siansi conservate a traverso i secoli barbari, dopo i tempi dell'impero occidentale, come una eredità dei Romani. Trovandosi i Milanesi in principio del secolo undecimo più ricchi, più potenti, più agguerriti dei Pavesi, non potevano darsi pace che Pavia pretendesse d'essere la prima città del regno. Fu in occasione della doppia elezione al trono di Lombardia, rimasto vacante per la morte d'Ottone III, che queste due capitali, dichiaratesi l'una per Arduino, l'altra per Enrico II, s'abbandonarono la prima volta alla loro gelosia, e si procurarono colle loro rivalità l'attenzione degli storici.

Dopo che le milizie delle due città si furono lungo tempo esercitate nelle private loro guerre, e che incominciò a risvegliarsi ne' loro cittadini l'amore della patria e della indipendenza, confidando i Milanesi nelle proprie forze e mossi dalle istigazioni del loro arcivescovo, credendo di sostenere coi diritti nazionali la causa della Chiesa, osarono misurarsi contro un nemico più potente. Abbiamo parlato in un altro capitolo della loro guerra coll'imperator Corrado il Salico: nel corso della qual guerra l'arcivescovo Eriberto diede compimento al loro sistema militare con una invenzione adottata ben tosto da quasi tutte le città d'Italia. In sull'esempio dell'arca dell'alleanza delle tribù d'Israele, egli pose alla testa dell'armata uno stendardo d'un genere affatto nuovo che chiamò il carroccio.

Il carroccio era un carro a quattro ruote, cui si aggiogavano quattro paja di buoi. Dipingevasi di color rosso, e rossi tappeti coprivano fino ai piedi i buoi che lo tiravano; e di mezzo al carro alzavasi un'antenna ugualmente rossa, la di cui altissima sommità terminavasi in un globo dorato. Al di sotto, tra due bianche vele, spiegavasi lo stendardo del comune, e più sotto ancora verso la metà dell'antenna vedevasi un Cristo in croce che colle braccia stese pareva benedire l'armata. Una specie di piattaforma sul davanti del carro veniva occupata da alcuni valorosi soldati destinati a difenderlo, mentre sopra altra simile stavano sul di dietro i sonatori colle loro trombette. I sacri misterj celebravansi sul carroccio prima che sortisse dalla città, e spesse volte vi era addetto un cappellano che lo seguiva al campo di battaglia. La perdita del carroccio risguardavasi come l'estrema ignominia cui potesse esporsi una città; e perciò i più valorosi soldati, il nerbo dell'armata veniva destinato a custodire il sacro carro, onde il grosso della battaglia riducevasi d'ordinario intorno a lui[406].

Dovevasi rendere l'infanteria potente per opporla alla cavalleria dei gentiluomini, dovevasi darle unione e solidità ed ispirarle confidenza nella propria forza; e coll'invenzione del carroccio si supplì a tutto. Non potevano sperarsi rapidi movimenti da una truppa subordinata a quelli di un carro pesante tirato dai buoi; la ritirata doveva essere lenta e misurata; e la fuga, a meno che non fosse vergognosa, riusciva impossibile; le marcie della cavalleria trovavansi legate a quelle dell'infanteria; le milizie avvezzavansi a sostener l'urto della cavalleria senza aprir gli ordini, mentre l'urto dell'infanteria doveva riuscire alla cavalleria tanto più formidabile, quanto era più uniforme e meglio diretto verso un solo punto. Non sarà fuor di proposito il notare che i buoi d'Italia camminano più leggermente che i Francesi, sicchè la loro marcia si conviene meglio a quella dell'infanteria.

L'epoca dell'invenzione del carroccio fu altresì quella della prima celebre contesa fra i nobili ed il popolo; contesa suscitata, come abbiamo già detto, dall'arcivescovo Eriberto, il quale abusò del diritto di supremazia sui gentiluomini dipendenti dalla mensa arcivescovile di Milano. La gelosia manifestata in quest'occasione dai popoli contro la nobiltà, è una prova che allora le città non erano soltanto popolate di timidi e poveri artigiani, ma che i plebei avevano acquistato quel sentimento di dignità e d'indipendenza verso i signori, che nasce dall'uguaglianza di ricchezze e d'istruzione. I cittadini sentivano che tutta la fortuna dello stato non era in mano dei nobili, che questi più non potevano a voglia loro accollare o togliere la sussistenza alle classi inferiori della nazione; che l'educazione loro non li rendeva più atti de' borghesi al governo de' popoli, e che i cambiamenti operatisi nello stato dall'introduzione del commercio, dal miglioramento della coltivazione fatta dalla plebe, e dall'ignoranza de' gentiluomini, avevano ridotte le due classi ad un'eguaglianza di diritti.