Tutte le città italiane incominciano a reggersi a comune avanti il dodicesimo secolo.
Abbiamo condotta la storia dell'Impero e della Chiesa fino al principio del dodicesimo secolo; e ripigliando in seguito separatamente quella delle repubbliche nate avanti quest'epoca, si descrissero, come lo permettevano l'oscurità di que' primi secoli, le rivoluzioni di Roma, di Napoli, d'Amalfi, di Venezia, di Pisa e di Genova. Ma nel secolo dodicesimo tutte le città incominciarono a reggersi a comune, e perciò nel susseguente capitolo le vedremo tutte vestir forme e carattere repubblicano, e tutte dispiegare le passioni proprie di tale governo. Le rivoluzioni d'Italia, di cui si è dato uno schizzo, e lo sviluppo che diedero al carattere nazionale, ci prepararono a contemplare i movimenti delle città per rendersi indipendenti: ma quest'ultima rivoluzione non può presentarsi allo sguardo dei lettori[397]. Quantunque l'origine de' governi repubblicani, ed i progressi loro, siano un argomento degno della nostra curiosità ed assai vario ed interessante, non possiamo darne una sufficiente idea ai nostri lettori per esserci ignote tutte le particolari circostanze; ed appena può sollevarsi leggiermente il velo che coprirà per sempre questa prima epoca delle città libere. L'Italia settentrionale quasi non ebbe istorici nei secoli decimo ed undecimo; onde per far conoscere le contese di Enrico colla santa sede fummo costretti di appigliarci ai racconti degli scrittori tedeschi assai più completi e circostanziati a quest'epoca, di quelli degl'Italiani. Se avvenimenti di così grande importanza, che dovevano ne' posteriori tempi eccitare tanto interessamento, non trovarono scrittori che ne perpetuassero la memoria, non è da stupirsi che lo stabilimento ed i progressi delle municipalità oscure, le quali procuravano di nascondere al pubblico l'indipendenza che andavano sordamente acquistando, non siano stati registrati in veruna storia. I borghesi rendevansi liberi appropriandosi a poco a poco le prerogative de' principi; combattevano gli abusi con quelle armi medesime che gli avevano introdotti; usurpavano la libertà nella stessa maniera che i gentiluomini avevano acquistata la tirannia; e perchè procuravano di nascondere a' principi, interessati alla loro servitù, i prosperi successi, così non permisero che se ne tramandasse la memoria ai posteri. All'ombra del silenzio andavan sempre introducendosi nuovi privilegi favoreggiati dal tempo; e prima che se ne contestasse il diritto, potevano difenderli coll'uso costante di molte generazioni.
Ma quando le città credettero d'aver acquistata maggior considerazione, cominciarono pure a desiderare maggiore celebrità; ed allora ebbero storici che sforzaronsi di sparger lume sulla prima loro origine, e talvolta di nobilitarle col racconto di favolose tradizioni. Le scritture di questi storici sono tanto più aride, in quanto che vissero ancor essi in tempi assai rimoti; e le cronache del dodicesimo e del tredicesimo secolo, alle quali, allorchè mancano scrittori contemporanei, dobbiamo prestar fede, si contentano, quando rimontano oltre al decimo secolo, d'indicare ogni anno la morte d'un vescovo o d'un santo, la fabbrica di una chiesa, o l'invasione d'un popolo barbaro. Una frase loro basta per descrivere un avvenimento, e questa frase è d'ordinario così insignificante, quanto per sè stesso il fatto isolato.
Col soccorso degli storici stranieri, e sopra tutto dei documenti estratti dagli archivj de' conventi e delle famiglie, i dotti del passato secolo ottennero non pertanto di potere scrivere la storia delle proprie città nel decimo ed undecimo secolo, in modo di appagare la curiosità de' loro concittadini, e la vanità de' loro nobili, ai quali somministrano prove, se non di virtuose opere dei loro antenati, almeno della loro esistenza: ma tali storie cessano d'essere interessanti quand'escono dalle mura della propria città[398]. Sono inoltre in qualche maniera intermittenti, se può farsi uso di tale espressione, perchè gli avvenimenti abbastanza circostanziati non si presentano che ad intervalli assai lontani, duranti i quali nulla troviamo che fermar possa la nostra attenzione. Rinunciando adunque ai particolari storici di ogni città i minuti racconti, ci limiteremo ad indicare con alcuni tratti generali ciò che appartiene alle città di Lombardia, della Venezia e della Toscana; i primi elementi di una costituzione repubblicana nella formazione dei loro municipj, il primo acquisto dei diritti di guerra e di pace, il primo impulso dato all'industria ed al commercio, le prime loro contese colla nobiltà, ed il primo ricevimento in seno alle nascenti repubbliche, di questa classe straniera che comunicò alla plebe cui si associava il proprio lustro, e che procurò alle città maggiore considerazione nelle diete dell'impero.
Il primo diritto acquistato dalle città, che diventasse loro utile per conseguire l'indipendenza, fu, come abbiamo altrove osservato, quello di circondarsi di mura per difendersi nel nono secolo, ed in principio del decimo, dalle rapine degli Ungari e dei Saraceni. I Germani e gli Sciti avevano estrema avversione per le città chiuse, risguardandole come prigioni. Perciò in tutti i paesi da loro conquistati avevano spianate le fortificazioni delle città, le quali chiamavansi fortunate quando non vedevano arse le case, e massacrati o dispersi gli abitanti. E per tal motivo tutte le fortificazioni furono distrutte nel regno dei Lombardi, e non si permise di rialzarne di nuove senza l'espresso assenso del re, cui spettava la difesa del regno.
Di qui accadde, senza dubbio, che nei posteriori tempi le città aperte e rovinate dalle incursioni dei barbari, dovettero ricorrere al monarca per ottenere la facoltà di difendersi. Fu sempre in virtù d'una carta dei re, o degl'imperatori, che le città rifecero le proprie mura, e queste carte, accordate prima con difficoltà, s'andarono moltiplicando nel nono e decimo secolo in tal modo, che ben tosto non solo le città, ma non v'ebbe quasi monastero, borgata o castello, che non avesse in forza d'un diploma imperiale ottenuto il diritto di fortificarsi[399].
Allorchè le città poteron difendersi da loro medesime, cominciarono ad acquistare il sentimento della propria importanza; e quando formarono un corpo politico, la principale loro cura fu quella di accrescerne i privilegi. Pure fino al regno del grande Ottone, a fronte degli aperti vantaggi delle fortificazioni, le città, trovandosi abbandonate dai nobili che ne potevano accrescere il lustro, furono invece impoverite dalle frequenti contribuzioni imposte dai barbari, e più ancora dai disordini dell'anarchia, o di un cattivo governo. Niun cittadino poteva distinguersi; non colle lettere affatto neglette, non colla nascita che presso la plebe non aveva splendore, non colle ricchezze possedute dai soli nobili, non col commercio allora quasi nullo, non infine coi militari talenti e col valore che non avevano occasione di far conoscere: e per tal modo erano le città a tale epoca avvolte in una profonda oscurità.
Abbiamo già veduto che sotto il regno d'Ottone I, e colla sua protezione, la maggior parte delle città si diedero un governo municipale fondato nella confidenza e nella scelta del popolo. Esse ebbero in ogni tempo alcuni magistrati popolari chiamati dalle leggi lombarde schultheis, e dalle franche scabini; i quali formavano il consiglio del conte delle città, e ne rappresentavano la plebe: ma quando Ottone I permise ai cittadini di darsi un'amministrazione più libera, abbandonate queste istituzioni settentrionali, procurarono di costituirsi dietro il modello della repubblica romana e delle sue colonie, per quanto glielo permettevano le imperfette nozioni della storia[400].
Da principio tutte le città preposero alla loro amministrazione due consoli annuali eletti coi suffragi del popolo. Principale loro incumbenza fu quella di render giustizia ai loro concittadini; perciò che la divisione dei poteri e l'indipendenza dell'ordine giudiziario, cui si dà somma importanza ne' vasti stati, non fu nè conosciuta nè ricercata dalle piccole repubbliche. La più importante funzione del governo d'un piccolo popolo è quella di giudicare. Questo ha poche leggi, che difficilmente vengono alterate, poche pubbliche entrate, poche spese e pochi impieghi da distribuire. Non abbisogna di capi cui affidare il poter legislativo o esecutivo, ch'egli stesso esercita direttamente, ma ne abbisogna per reprimere i disordini, punire i delitti e decidere le contese de' cittadini. Ne' secoli di mezzo le funzioni di generale erano sempre accoppiate a quelle di giudice. Coloro che turbavano lo stato al di fuori, o internamente coi loro delitti, erano ugualmente considerati nemici della società, e lo stesso capo doveva dirigere la forza pubblica contro gli uni e contro gli altri. Come i duchi prima, poi i conti d'ogni città, erano stati ad un tempo e generali e giudici, così i consoli che presero il loro luogo, ne esercitarono ancora le incumbenze. Quando il re o l'imperatore radunava l'host, e le milizie delle città ricevevano l'ordine di seguire il monarca in un'impresa; o pure quando per le prescrizioni del diritto feudale una città vendicava un'offesa particolare con una guerra privata, i consoli marciavano alla testa de' loro concittadini, e comandavan loro nel campo.