Il più potente de' grandi feudi d'Italia era quello di Benevento, fondato da Zenone l'anno 568, e formato di quasi tutte le province che oggi appartengono al regno di Napoli. Nel quarto capitolo, tracciando la storia delle repubbliche dell'Italia meridionale che furono sempre in guerra coi duchi di Benevento, dovremo con qualche accuratezza tener dietro alla loro dinastia. Nel nono secolo erasi questo ducato diviso in tre principati indipendenti, Benevento, Salerno e Capoa, che poi s'indebolirono reciprocamente con ostinata guerra. È cosa notabile, che que' signori non facessero mai alcun tentativo per ottenere la corona d'Italia.
Uguale moderazione manifestò Adalberto conte di Lucca e marchese di Toscana. Quel signore possedeva la bella provincia, che pare dalla natura destinata a formare uno stato indipendente, avendola con una linea di montagne separata dal resto dell'Italia. Fino ai tempi di Carlo Magno trovansi memorie di certo Bonifacio duca di Toscana[35]. I suoi discendenti continuarono a governare quella provincia un secolo e mezzo, e la loro corte aveva credito d'essere la più splendida e magnifica delle feudali.
Di questi tempi venivano spogliati dei loro feudi i marchesi di Fermo e di Camerino, i quali governavano le due piccole province che ancora adesso chiamansi le Marche, e che altra volta erano i confini che i Lombardi dovevano difendere dalle aggressioni dei Greci. Il marchese d'Ivrea possedeva una provincia del Piemonte, che altra volta formava la barriera de' Lombardi contro i Franchi: ma due più potenti principi disputaronsi soli la corona; Berengario marchese del Friuli, ossia della Marca Trivigiana, e Guido marchese di Spoleti, ossia dell'Umbria. Gli stati del primo stendevansi dalle Alpi Giulie fino all'Adige: a lui spettava la custodia del passaggio delle Alpi, il solo che dia facile accesso in Italia, e quello in fatti per cui eranvi entrati tutti i popoli barbari nelle precedenti invasioni. Berengario discendeva dall'antica famiglia dei duchi Lombardi del Friuli; e poichè Carlo Magno s'impadronì dell'Italia, questa famiglia aveva contratto parentado colla casa imperiale. Berengario era figliuolo del duca Eberardo e di Gisla sua consorte figliuola di Luigi il buono[36].
D'altra parte Guido duca di Spoleti aveva aggiunte ai suoi dominj le Marche meno considerabili di Fermo e di Camerino, e Guido I suo Avo, approfittando delle guerre civili ond'era travagliato lo stato di Benevento, ne aveva acquistata gran parte, o più tosto erasene impadronito a tradimento[37]. Guido, da tale conquista reso uno de' più potenti principi, era originario Francese, ed alleato della real casa de' Carlovingi, come che non se ne conosca il modo. Dopo avere assoggettata la Chiesa Romana a molti tributi, erasi riconciliato, ed era stato adottato da Papa Stefano V. Oltre la rivalità di potenza, Berengario e Guido avevano altro particolar motivo di vicendevole odio. Guido poc'anni prima era stato per ordine di Carlo il Grosso messo al bando dell'Impero[38], e Berengario aveva accettato il non agevole incarico di muovergli guerra, e spogliarlo de' suoi stati[39]. Questi due principi, pari in potenza, aspirarono al regno d'Italia tostochè l'impero di Carlo Magno s'andava dividendo fra diversi padroni. Imperciocchè lo stesso anno che Arnolfo, bastardo della razza Carlovingia, impadronivasi della Germania, Luigi, figliuolo di Bosone, faceva lo stesso del regno d'Arles; Rodolfo, figlio di Corrado, dell'alta Borgogna, ed Eude, conte di Parigi, della Francia occidentale.
Siccome tutti i principi d'Europa risguardavansi allora quali principi francesi, tutte le guerre prodotte da questo smembramento assunsero il carattere di guerre civili; guerre promosse dalla sola ambizione de' grandi, cui il popolo non prende veruno interesse. Di qui ebbe origine, in mezzo ad una nazione valorosa, la strana debolezza della monarchia, e quella dissoluzione sociale che doveva alla fine ridurre tutte le città a provvedere alla propria difesa ed a governarsi da loro.
(888 = 894) Intanto Berengario e Guido andavano sollecitando l'assemblea degli stati, o più tosto i vescovi d'Italia, a dar loro la corona. Questi due principi, a vicenda vincitori e vinti, comperarono, allorchè ebbe luogo qualche rivoluzione, i voti degli elettori con novelle concessioni; e si videro spogliare la corona di tutti i suoi privilegi, senz'aver perciò ottenuto il sicuro appoggio dei loro partigiani. I feudatarj abbracciavano sempre la parte del vinto, perchè il vincitore richiedeva ubbidienza; lo che pareva loro cosa dura ed obbrobriosa[40].
(888 = 894) In sessant'anni che durarono le guerre civili, Berengario regnò trentasei anni, prima col titolo di re d'Italia, e gli ultimi nove con quello d'imperatore; il quale, dopo aver domati i principi della casa di Spoleti suoi primarj rivali, rivolse le armi contro gli altri competitori, che gli suscitarono i suoi sudditi, Luigi di Provenza e Rodolfo di Borgogna; onde la lotta che sostener dovette per il trono, durò quanto il suo regno; «imperciocchè, osserva uno storico quasi contemporaneo[41], gl'Italiani vogliono aver sempre due padroni onde contener l'uno col terrore dell'altro[42].»
Il regno di Berengario, reso celebre dalle guerre civili dell'Italia, fu pure l'epoca sventurata dell'invasione dei popoli nomadi del nord e del mezzogiorno, gli Ungari ed i Saraceni, che pel corso di cinquant'anni continuarono le loro devastazioni, cambiando i costumi degl'Italiani coll'obbligarli ad adottare un nuovo sistema di difesa.
(888 = 924) La debolezza di Luigi, figliuolo d'Arnolfo re di Germania, aprì le porte della Germania e dell'Italia agli Ungari, nazione barbara ancor pagana, che, uscita come gli Unni dai deserti della Scizia, ne aveva seguite le tracce per la rovina degli Occidentali, spopolando le province, e forzando i Greci, i Bulgari, i Tedeschi, a redimersi dalle loro devastazioni con vergognosi tributi. Questi feroci popoli furono principale cagione che si prestasse fede all'opinione dell'avvicinamento della fine del mondo; ed i teologi discussero gravemente la quistione, se questi popoli erano coloro che la scrittura indicava coi nomi di Gog e Magog[43]. Pareva che questi barbari si compiacessero di versare il sangue umano, e non avessero le loro irruzioni altro oggetto che quello di distruggere. Scorsero l'Italia e la Germania fino alle loro estremità, incendiando le città aperte, e lasciando ovunque orribili tracce del loro passaggio. Ma quantunque l'Europa rimanesse quasi affatto abbandonata al loro furore, non fecero veruna stabile conquista: quell'armata che aveva portato la desolazione a traverso dell'Italia fino a Capoa, ed a traverso dell'Allemagna fino a San Gallo, dopo essersi dissetata di sangue, si affrettava, senza che niuno la sforzasse, di rinselvarsi nelle foreste della Pannonia, trasportandovi le ricche spoglie che aveva raccolte[44].
Quando accadde la prima invasione degli Ungari l'anno 900, Berengario, cui era perfino ignoto il nome di questo popolo, e che lo vedeva avanzarsi fin sotto le mura di Pavia dopo aver rovinata la Marca Trivigiana, riuniva frettolosamente tutti i vassalli della corona, e formava un'armata tre volte più numerosa di quella dei barbari, contro de' quali si mosse. Gli Ungari spaventati, e non conoscendo ancora il paese, ritiraronsi fino al di là della Brenta, facendo nello stesso tempo offerte di pace, e chiedendo la permissione di ritornare senza ostacolo ai loro focolari non portando con loro le prede che avevano fatte. Ma Berengario, lusingato di poterli castigare in modo che più non pensassero ad invadere i suoi stati, li forzò di venire a battaglia. Egli non aveva abbastanza calcolata l'energia che suol dare la disperazione, nè le segrete discordie che indebolivano il suo esercito, e fu pienamente disfatto. Gli Ungari vittoriosi rientrarono nelle province interne dell'Italia, che corsero senza incontrar resistenza; perciò che la disfatta di Berengario aveva scoraggiata di maniera tutta l'Italia, che verun capitano non ardiva porsi a fronte di così feroci nemici[45].