S'avvicinò quindi a Tortona, città alleata di Milano, che l'aveva soccorsa nella guerra contro Pavia. Gli fece il re intimare che rinunciasse all'alleanza de' Milanesi, e si unisse ai Pavesi: e perchè il Governo di Tortona rispose non essere sua costumanza di abbandonare gli amici quand'erano nella sventura, fu la città posta al bando dell'Impero con solenne decreto; ed il giorno 13 febbrajo il re ne intraprese l'assedio[70].

È posta Tortona sopra un monticello che domina le pianure alla destra del Po, a non molta distanza dalle falde delle Alpi liguri. Terre basse e profonde la circondano da ogni banda, dividendola pure da Novi che trovasi ove comincia la catena delle Alpi. La collina di Tortona non si riunisce a questa catena che per mezzo di alcune alture che prolungansi a levante. Su questa dirupata collina è fabbricata la fortezza, e più abbasso un sobborgo, che, quantunque circondato di mura, non è capace di lunga resistenza; onde il re non tardò ad impadronirsi del sobborgo, o della bassa città, che gli abitanti avevano abbandonato, ritirandosi con tutti i loro effetti nella città superiore.

Quando i Milanesi conobbero il pericolo dei loro amici, spedirono loro all'istante duecento de' loro più valorosi soldati, e persuasero molti gentiluomini delle montagne liguri, i quali eransi posti sotto la protezione della repubblica milanese, e tra questi Obizzo Malaspina, a ridursi nella città assediata[71].

Aveva Federico fissato il suo quartiere all'occidente della città verso il Tanaro; il duca Enrico di Sassonia occupava a mezzogiorno il sobborgo, e le milizie pavesi eransi accampate dalla banda della loro città. Gli assedianti aprirono tra questi diversi quartieri una fossa che toglieva ogni comunicazione fra Tortona e la campagna. Si fabbricarono macchine d'ogni sorta, altre per nettare i merli gettando pietre contro i soldati, altre per rompere le mura. E tali erano i progressi ch'eransi fatti dagl'ingegneri in quest'arte, che raccontasi avere un gran macigno, gettato da una balista avanti al portico della cattedrale, ucciso, spezzandosi, tre de' principali cittadini che stavano colà deliberando intorno al modo di difendere la città. Per ordine di Federico erano state innalzate alcune forche in faccia alle mura, per appendervi coloro che si facessero prigionieri, siccome colpevoli di ribellione.

Intanto i Tortonesi venivano resi forti, per così dire, dalla disperazione, ed insultavano gli assedianti con frequenti sortite, e specialmente il campo de' Pavesi, perchè tra i posti avanzati di questi ed i loro era situata la sola fonte cui gli assediati potessero attinger acqua; ma il re rinforzò questo quartiere mandandovi colle sue truppe il marchese di Monferrato. Cercò pure di abbattere la torre, chiamata Rubea, la sola che non fosse fondata sulla rupe; ma i minatori reali furono scontrati dagli assediati che scavavano delle contromine, e li fecero perire soffocati nelle loro gallerie[72].

Non potendo i Pavesi allontanare affatto dalla fonte affidata alla loro custodia gli assediati, vi gettarono cadaveri d'uomini, e d'animali per corrompere le acque; ma la sete vincendo ogni ribrezzo, non lasciavano per questo di beverne con avidità. Giunsero in fine a renderla affatto inservibile gittandovi solfo infiammato e pece. Tale assedio si protrasse fino alle feste di Pasqua; per celebrare le quali Federico accordò alla sua armata una tregua di quattro giorni; tregua di cui pochissimo approfittarono gli assediati travagliati dalla fame e dalla sete.

Il clero di Tortona sortì processionalmente per chiedere al re la grazia di non accomunarlo al gastigo di una città colpevole ch'egli abbandonava alla sua collera; ma Federico non ascoltò le vili preghiere d'una corporazione che abbandonava i suoi fratelli in tanta calamità, ed avendo costretto quegli ecclesiastici a rientrare in città, fece ricominciare l'attacco[73].

Intanto la sete rendevasi ai Tortonesi insopportabile, i quali avendo esauriti tutti i soccorsi della pazienza e del coraggio, dopo sessantadue giorni di trincea aperta, non potendo ottenere migliori condizioni, si arresero a patto di sortire dalla città portando sulle spalle gli effetti di cui potrebbero caricarsi una sola volta, lasciando tutto il restante all'armata vittoriosa. Così sortirono in fatto da Tortona, ma dimagrati e sfiniti in modo, che più gloriosa rendevasi la lunga resistenza. Presero la strada di Milano, e mentre si scostavano dalla loro patria, vedevano innalzarsi le fiamme che la distruggevano[74].

Qual che si fosse l'infelice fine dell'assedio di Tortona, i repubblicani lombardi prendevano buon augurio dal vedere che una sola, ed una delle meno popolose e potenti loro città, avesse fermata due mesi la marcia della più formidabile armata che il re tedesco potesse condurre contro di loro, e gli fosse costata più sangue e sudore che ad Ottone la conquista di tutta l'Italia. Un grandissimo esempio di costanza e di coraggio era stato dato per la libertà; i Tortonesi ne erano i martiri, e furono posti sotto la protezione delle repubbliche per la di cui causa avevano tanto sofferto. Furono ripartiti tra le famiglie milanesi con cui avevano formati legami di ospitalità, ed i consoli promisero di rialzare le mura di Tortona tosto che partirebbe l'armata tedesca.

Mentre questi valorosi fuorusciti colle loro mogli e figli, portando i miseri avanzi di loro fortune, entravano in Milano tra le acclamazioni del popolo ammiratore della loro virtù, Federico entrava trionfalmente in Pavia, ove facevasi coronare nella chiesa di S. Michele presso all'antico palazzo dei re lombardi[75].