Impaziente di associare a quello di re il titolo d'imperatore s'incamminava ben tosto alla volta di Roma, passando in vicinanza di Piacenza e di Bologna, ed attraversando la Toscana senza provocare, nè provare ostacoli.

Papa Eugenio III era morto del 1153; Anastasio IV suo successore non aveva regnato più di un anno; e quando Federico s'avvicinava a Roma era salito sulla cattedra di S. Pietro Adriano IV. In questa città viveva da più anni in pace Arnaldo da Brescia, protetto dal senato, ed applaudito dal popolo, cui denunciava le ambiziose usurpazioni del clero. In principio dell'anno, Adriano IV aveva fulminato l'interdetto contro di Roma[76], che fino al presente non soggiacque mai a così fatto castigo spirituale; e siccome il popolo incominciava a lagnarsi d'essere, all'avvicinarsi della Pasqua, privo delle sacre cose, il senato, consigliandosi colla prudenza, non volle compromettere la pubblica tranquillità, ponendola in urto colle usanze religiose, e persuase Arnaldo ad allontanarsi da Roma, condizione richiesta dal papa per riconciliarsi colla città. Arnaldo si rifugiò presso un gentiluomo della Campania, aspettando le determinazioni che prenderebbe Federico.

I due partiti forzavansi ugualmente di guadagnarsi il favore del monarca. Aveva Adriano mandati a riceverlo a S. Quirico tre cardinali, i quali ottenevano in compenso della promessa della corona imperiale, che Federico lo ajuterebbe a soggiogare i Romani. Il re per dargli una caparra della sua protezione fece arrestare il conte Campano che aveva dato asilo ad Arnaldo, e non lo rilasciò finchè non ebbe consegnato quell'eloquente nemico de' papi al Prefetto di Roma, magistrato eletto da Adriano, ed a lui devoto. Il popolo atterrito ugualmente dai fulmini della Chiesa e dalle minacce dell'esercito Allemanno, non si mosse a favore dell'apostolo della libertà, dichiarato eretico da un concilio; ed avanti che i Romani avessero tempo di rinvenire da questa prima sorpresa, la vendetta papale era compiuta. Il Prefetto teneva il prigioniero nella sua abitazione in castel s. Angelo; di dove in sul far del giorno lo fece tradurre alla piazza del Popolo, destinata alle esecuzioni de' delinquenti. Dal rogo, su cui si fece salire per abbruciarlo, Arnaldo potè vedere a perdita di vista le tre lunghissime strade che facevan capo innanzi al patibolo, e che formano quasi la metà di Roma. Colà, ignorando l'estremo pericolo del loro legislatore, giacevano ancora immersi nel sonno quegli uomini, che tante volte aveva chiamati alla libertà. Il fracasso dell'esecuzione, e le fiamme del rogo risvegliarono i Romani, che si armarono ed accorsero, ma troppo tardi, per salvarlo. Le coorti del papa rispinsero colle loro lance coloro che desideravano di raccogliere come preziose reliquie le ceneri d'Arnaldo[77].

Dopo tale esecuzione, Adriano accompagnato da' suoi cardinali s'avanzò fino a Viterbo all'incontro di Federico. Qualunque fosse il bisogno ch'egli aveva di lui, voleva, in sull'esempio de' suoi predecessori, ridurre l'imperatore ad umiliarsi innanzi al capo della Chiesa prima d'essere da lui esaltato. Federico, vedendolo avvicinarsi, non si mosse per tenergli la staffa ed ajutarlo a discendere dal mulo: tanto bastò perchè il papa si rifiutasse di dargli e di ricevere il bacio di pace finchè l'orgoglioso monarca, alle persuasioni de' suoi cortigiani che avevano veduto Lotario nella medesima circostanza, si piegò a così umiliante ceremoniale. Si ebbe le destrezza d'assicurarlo che tale condiscendenza non comprometteva in verun modo la sua dignità, giacche non al papa, ma all'apostolo da questi rappresentato, riferivasi tale omaggio[78].

Venti miglia più lontano tra Nepi e Sutri presentaronsi a Federico i deputati del senato romano. Ottone di Frisinga ci conservò per intero il discorso che diressero all'imperatore[79]. Rammentarono l'antica gloria di Roma, che era debito dell'imperatore di ripristinare; parlarono del dominio che la loro città ebbe lungo tempo di tutto il mondo; dominio cui poteva ancora aspirare dopo avere scosso l'ingiusto giogo de' preti; richiedevano da Federico che, prima d'entrare nella loro città, giurasse di rispettare le costumanze e le antiche leggi di Roma riconfermate coi loro diplomi da tutti gl'imperatori; finalmente di assicurare i cittadini dalla licenza dei Barbari, e di pagare cinque mila libbre d'argento agli ufficiali che, in nome del popolo romano, dovevano coronarlo in Campidoglio.

Quantunque l'orgoglio di Federico fosse rimasto ferito dall'altero carattere d'Adriano, aveva sagrificato alla dignità della religione, ed all'età del pontefice l'amor proprio, ma nulla aveva potuto prevenirlo per l'alterezza del senato romano. Que' sentimenti repubblicani che combattuti aveva in Lombardia, non gl'ispiravano punto di stima e di rispetto; onde rispose in tal modo da despota: non essere egli fatto per ricevere condizioni, ma per darle al popolo: che quando fa il bene de' suoi sudditi, non segue che gl'impulsi del proprio cuore senz'esservi obbligato da veruna legge o giuramento. Dopo ciò rimbrottando ai deputati romani la degenerazione loro dagli antenati, e la debolezza attuale in confronto dell'antico valore, li rimandò con disprezzo. Mentre i deputati si ritiravano, li fece inseguire da un corpo di mille cavalieri che occuparono la città Leonina. È questa una parte di Roma posta sul monte Vaticano al di là del Tevere intorno alla basilica di s. Pietro. Era stata fortificata dell'848 da Papa Leone IV, dopo che i Saraceni avevano spogliata quella basilica, e perciò portava il suo nome[80]. La città Leonina non comunica colla città principale che per mezzo di un ponte fabbricato a lato di Castel sant'Angelo[81], il quale fu preso dai Tedeschi, e barricato. Dopo tali precauzioni Federico ed Adriano poterono all'indomani entrare senza pericolo e senza incontrar resistenza in quelle deserte strade, e celebrare la ceremonia dell'incoronazione in onta de' Romani che, ritenuti al di là delle barricate, fremevano di sdegno, vedendo che il nuovo imperatore credeva di non abbisognare dei loro suffragi. Poichè Federico ricevette dalle mani di Adriano IV nella basilica di S. Pietro la corona d'oro, si ritirò co' suoi soldati nel campo formato fuori delle mura[82].

Tosto che i Romani videro levarsi le guardie che difendevano il ponte sul Tevere, si precipitarono entro la città Leonina, e massacrarono tutti coloro del seguito dell'imperatore che rimasti erano presso al Vaticano. All'avviso di questa sommossa popolare, riunì all'istante Federico i suoi soldati, e si portò nella città Leonina contro gli ammutinati. La battaglia s'impegnò innanzi a castel sant'Angelo alla testa del ponte, e tra il Gianicolo ed il fiume presso ad una fonte di cui ora non rimane verun avanzo: nel primo luogo combattevano gli abitanti della città, nell'altro i transteverini. Tale era già l'effetto della disciplina repubblicana, che i Romani sostennero tutto il giorno lo sforzo dell'armata imperiale benchè composta delle migliori truppe tedesche. Furono però alla fine respinti, lasciando sul campo di battaglia mille morti e duecento prigionieri. All'indomani l'imperatore, che incominciava a mancar di viveri, s'allontanò da Roma col papa e s'accampò presso Tivoli. Colà celebrò la festa di S. Pietro e Paolo, nella quale il papa, dopo la messa, assolse tutti i soldati che avevano massacrate le sue pecore, dichiarando, non essere delitto il versare il sangue umano per sostenere il potere de' principi, e vendicare i diritti dell'impero[83].

Intanto l'avvicinamento della canicola moltiplicava nell'armata le febbri pestilenziali; onde, per evitare la fatale influenza dell'eccessivo caldo, Federico condusse le sue truppe nelle montagne del ducato di Spoleti, la di cui capitale, siccome tutte le altre città italiane, reggendosi a comune, ebbe la sventura di muover la bile dell'imperatore. Il fisco pretendeva dalla città di Spoleti un residuo pagamento di ottocento lire per diritto di fodero, e per questo titolo veniva imputata d'aver defraudati i diritti reali. Inoltre i consoli di Spoleti avevano arrestato il conte Guido Guerra, uno de' più potenti gentiluomini toscani, che, di ritorno da una legazione, voleva raggiungere l'armata. Federico adunque spinse le sue truppe contro gli Spoletini, che coraggiosamente affrontarono gli assalitori; ma attaccati dalla cavalleria tedesca, non ne sostennero l'urto, e fuggirono verso la città inseguiti dai vincitori, che, entrandovi coi fuggiaschi, la misero a fuoco prima d'averla interamente spogliata. Due giorni rimasero i Tedeschi in quelle vicinanze per dividere le spoglie degl'infelici Spoletini, sottratte alle fiamme[84].

I baroni pugliesi ch'eransi rifugiati presso l'imperatore, lo andavano esortando a portare le sue armi negli stati del re di Sicilia. Ruggeri il primo dei re normanni era morto a Palermo il 26 febbrajo del 1153 in età di 56 anni, dopo un regno glorioso, ma in sul finire infelicissimo; perciò che nell'ultimo anno di sua vita perdette i suoi due maggiori figliuoli Ruggeri ed Alfonso, le di cui virtù mostravangli degni successori degli eroi normanni. Guglielmo I, il terzo de' suoi figli, uomo pusillanime ed incapace di governare, erasi perciò abbandonato alla direzione di un oscuro cittadino di Bari, chiamato Mago, ch'era stato da lui nominato cancelliere e grande ammiraglio, per cui aveva indisposta la nobiltà, e dato occasione ad una sommossa popolare in Puglia[85]. Roberto, principe di Capoa, alla testa degli esuli era entrato nella Campania, per farla ribellare; e tutte le città gli avevano aperte le porte, tranne Napoli, Amalfi, Salerno, Troja e Melfi. Emmanuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, faceva nello stesso tempo attaccare da una flotta Brindisi e Bari, che gli opponevano una leggiere resistenza. Tutto il regno di qua dal Faro credevasi perduto dal monarca normanno, se Federico, come ne aveva dato voce, si fosse avanzato per terminarne la conquista: ma i Tedeschi impazienti di restituirsi alla loro patria, onde rimettersi dalle fatiche e dalle malattie di così micidiale campagna, non permisero all'imperatore di prolungare la guerra. Fu dunque costretto di licenziare la sua armata in Ancona, ove molti de' signori che l'avevano seguito, s'imbarcarono per Venezia; altri, attraversando la Lombardia ed il Piemonte, valicarono le Alpi della Savoja. Federico ch'erasi conservato un considerabile corpo di truppa passando per la Romagna, il Bolognese ed il Mantovano, si ridusse nel territorio veronese[86].

Era costumanza de' Veronesi di non accordare alle truppe imperiali il passaggio per la loro città. Per non esservi obbligati usavano perciò di fabbricare fuori delle mura un ponte sull'Adige. Quando Federico entrò sul loro territorio cogli avanzi d'un'armata che aveva portato la desolazione in tutta l'Italia, e che da Asti fino a Spoleti aveva segnata la sua marcia cogl'incendj e coi massacri, lusingavansi, se riusciti fossero a dividerli, di distruggerli affatto, e vendicare essi soli la Lombardia. Il ponte di battelli costrutto al di sopra della città, era, dice Ottone di Frisinga[87], un laccio teso ai Tedeschi piuttosto che un ponte, perchè le barche che lo formavano erano legate soltanto quanto bastava per resistere alla forza della corrente; e mentre l'armata lo attraversava, enormi masse di legnami, che facevansi scendere lungo il fiume, dovevano urtarlo e romperlo. Un leggiere errore di calcolo sul tempo necessario perchè dal luogo in cui venivano posti nel fiume giungessero i legni fino al ponte, fece andar a vuoto il progetto. Gl'imperiali avendo affrettata la marcia onde sottrarsi al furore dei paesani che gl'inseguivano per vendicarsi delle loro rapine, non solo ebbero tempo di passare il ponte prima che si rompesse, ma lo avevano di già attraversato molti degl'insorgenti che tenevano lor dietro, i quali, rimasti poi separati alcuni istanti dai loro patriotti, furono tutti massacrati. Pure l'imperatore non si trovò abbastanza forte per vendicarsi di coloro che gli avevano preparata tale insidia; onde proseguendo il suo viaggio verso le montagne, rientrò in Baviera per Trento e Bolzano un anno dopo la sua partenza.