CAPITOLO IX.

Continuazione della guerra di Federico Barbarossa colle città lombarde. — Primo assedio di Milano; assedio di Crema; presa e rovina di Milano.

1155 = 1162.

I consoli milanesi non avevano aspettato che Federico licenziasse le sue truppe per mandare ad effetto le promesse fatte agli abitanti di Tortona. Quando aveva di poco abbandonato Pavia per recarsi a Roma, essi presentarono al popolo quegl'infelici fuorusciti, vittime onorate del loro attaccamento alla causa della libertà lombarda, ed ottennero dal parlamento, o consiglio generale, il decreto per rifabbricar Tortona a spese del pubblico. Il tesoro era esausto, ma i cittadini erano avvezzi a soccorrerlo. Coloro che non potevano dar danaro, offrivano le loro braccia allo stato. Gli abitanti di due porte della città, che ne formavano il terzo, furono incaricati di tale spedizione. Gentiluomini e plebei, cavalieri e pedoni, tutti partirono assieme, e nello spazio di tre settimane in cui rimasero a Tortona, a vicenda soldati e muratori, respinsero i Pavesi che volevano impedire il rifacimento della città, e nel medesimo tempo rialzarono le mura e le rovinate case[88]. Alle porte Ticinese e Vercellina furono surrogate la Renza e la Romana; e mentre toccava a quest'ultima la guardia, i Milanesi accantonati nel sobborgo di Tortona, furono sorpresi dalle milizie di Pavia, e costretti di salvarsi nella città alta, abbandonando la maggior parte dei loro effetti e munizioni. Altri rifugiaronsi nella chiesa mentre i loro fratelli d'armi rispingevano dalle mura non ancora ultimate gli assalitori. Dopo la battaglia i consoli fecero scrivere sulla porta della medesima chiesa i nomi di coloro che disperando della salute pubblica vi avevano cercato un rifugio con dispendio del proprio onore[89].

I Milanesi non si limitarono a ristabilire Tortona, ed a richiamarvi i loro abitanti, ma si disposero inoltre a punire coloro che, comunque ugualmente interessati alla libertà d'Italia, eransi uniti all'oppressore di quella. Essi ristabilirono e fortificarono il ponte sul Ticino presso Abbiategrasso, che era stato abbruciato da Federico: per il qual ponte, aprendo loro i territorj della Lomellina e di Vigevano da loro sottomesse, potevano, quando gli piaceva, attaccare i paesi del Pavese, del Novarese, del Monferrato. E per tal modo, minacciando ad un tempo tutti i loro nemici, seppero approfittare di così eccellente posizione per costringere i Pavesi ad una pace umiliante, per battere il marchese di Monferrato, per impadronirsi di molti castelli del Novarese, e ristabilire interamente la riputazione delle loro armi, che dalle vittorie di Federico parevano messe in fondo[90].

Nel tempo medesimo all'altra estremità del territorio erano entrati nella vallata di Lugano ed avevano occupati circa venti castelli che seguirono la parte imperiale. Avevano ristabiliti e fortificati i ponti sull'Adda, fugati i Cremonesi che venivano ad attaccarli, ed assicurata la subordinazione de' Lodigiani, di cui diffidavano con ragione[91].

Dopo la guerra disastrosa che loro aveva fatta Federico, chi avrebbe creduto che le loro armi potessero trionfare in ogni lato della Lombardia, ed i loro consoli impiegare cinquanta mila marche d'argento nel fortificare la città ed i castelli dello stato?

L'energia dei Milanesi si comunicò ancora agli altri popoli attaccati alla causa della libertà. I Bresciani ed i Piacentini resero più intima l'antica alleanza, ed accrebbero le difese delle loro città. Tutta la Lombardia prese contro i Tedeschi un aspetto imponente, e Federico non tardò ad accorgersi che lungi dall'avere assicurata sul suo capo la corona d'Italia, non aveva la sua prima discesa ad altro giovato che a renderlo più odioso, e meno rispettato de' suoi predecessori.

Il mezzogiorno d'Italia era stato il teatro di traversie ancora più umilianti. Il principe Roberto di Capoa tradito dal suo vassallo Riccardo dall'Aquila, conte di Fondi, era stato dato in mano di Guglielmo re di Sicilia, che, dopo averlo barbaramente privato della vista, lo aveva fatto perire nelle prigioni di Palermo[92]. I Greci che sostenevano il suo partito, ed erano alleati dell'imperatore d'Occidente e del papa, furono battuti a Brindisi[93], e quasi tutti i baroni ribelli della Puglia presi e mandati al supplizio, o posti in ferri: per ultimo papa Adriano, spaventato dai prosperi successi d'un nemico così vicino e tanto potente, aveva fatto pace con Guglielmo, ed abbandonati alla sgraziata loro sorte tutti coloro che per suo ordine, e per i suoi vantaggi, eransi esposti a tanti travagli e pericoli[94]. Accordò al re Guglielmo l'investitura della Sicilia, del ducato di Puglia, del contado di Capoa, di Napoli, di Salerno, d'Amalfi, e della Marca. Il trattato venne segnato a Benevento nella state del 1156, meno d'un anno dopo che Federico aveva ricevuto la corona imperiale a Roma dalle mani del papa[95].