Questo monarca doveva bensì prevedere che il Pontefice dopo una pace, forzatamente fatta, conserverebbe qualche riconoscenza per il principe che lo aveva protetto; ma non già che Adriano, dopo essersi riconciliato col re normanno, non meno potente alleato, che temuto nemico, cercherebbe pretesti di umiliarlo. Alcuni signori tedeschi avendo arrestato un arcivescovo di Svevia, il papa scrisse all'imperatore per ottenere giustizia dell'oltraggio fatto alla Chiesa. In questa lettera egli spiegava tutto l'orgoglio d'un successore d'Ildebrando avvezzo a creare e deporre i re. I suoi nunzj presentandosi a Federico nella dieta di Bezanzone, tennero un contegno che annunciava le pretese e l'alterigia della corte papale. «Il beatissimo papa Adriano vostro padre e nostro, ed i cardinali vostri fratelli, vi salutano,» dissero costoro: indi lessero le lettere di cui erano apportatori, nelle quali fu principalmente notata la seguente frase: «Noi ti abbiamo accordata la corona imperiale e tutta la pienezza delle dignità mondane, nè avremmo avuto difficoltà di accordarti altri maggiori beneficj se potevan esservene di maggiori[96].» Così superbe parole eccitarono maravigliosamente lo sdegno dell'altero monarca; più fortemente inasprito dall'equivoco vocabolo di beneficio, beneficium, che usavasi per indicare i feudi, o beneficj conferiti dal signore, Suserain; dimodochè il papa attribuivasi in alcun modo la supremazia sopra la corona imperiale. Tutti i signori tedeschi presenti alla dieta parteciparono del risentimento di Federico; onde senza degnarsi di rispondere al papa, fu ordinato ai legati di sortire all'istante dal regno di Germania.

L'imperatore sentiva la necessità di tornare quanto prima potesse in Italia, e nella primavera del 1157 invitava tutti i principi a recarsi alla dieta d'Ulma coi loro vassalli per la festa di pentecoste del susseguente anno 1158, a fine di passare di là in Italia, onde forzare i Milanesi a sottomettersi all'Impero[97]. Furono in pari tempo mandati deputati ai feudatari d'Italia per annunciar loro questa spedizione[98].

S'avvide allora il papa che Federico non era in modo lontano, che non fosse più a temersi. Aveva già cercato di farsi favorevole il clero di Germania, ma non aveva potuto staccarlo dagl'interessi dell'Impero: (1158) scrisse quindi all'imperatore del 1158, e frammischiando accortamente le più lusinghiere espressioni ai sentimenti di tenerezza e di paterna affezione, spiegava la frase che aveva più adombrato quel sovrano: «beneficium, scriveva, è un favore, e non un beneficio: conferire la corona non altro significa che l'averla posta sul vostro capo: altro senso non venne da noi attaccato a questo vocabolo, ed in tale occasione voi medesimo non potete negare che non abbiamo operato verso di voi con amore.» Tale lettera calmò l'imperatore, che riscontrandolo, assicurò il papa della sua amicizia e del desiderio che nutriva di conservarsi amico della Chiesa[99].

Intanto, all'avvicinarsi della Pasqua, la città di Ulma si andava riempiendo di soldati, di modo che molti principi tedeschi, vedendo che l'armata sarebbe troppo numerosa per tenere la stessa strada, s'incamminarono di consenso dell'imperatore per diversi passaggi delle Alpi, sicchè dal Friuli fino al grande s. Bernardo uscivano in Lombardia da tutte le valli battaglioni tedeschi. Il duca d'Austria, quello di Carinzia e gli Ungaresi tennero le strade di Canale, del Friuli e della marca veronese; il duca di Zevingen valicò il s. Bernardo coi Lorenesi ed i Borgognoni; gli abitanti della Franconia e della Svevia passarono per Chiavenna e per il lago di Como; finalmente lo stesso Federico, accompagnato dal re di Boemia, da Federico duca di Svevia e figliuolo di Corrado, dal fratello di questo duca Corrado, conte palatino del Reno, e dal fiore della nobiltà tedesca, discese in Italia per la valle dell'Adige[100].

I Milanesi informati dell'avvicinamento di quest'armata, destinata a soggiogarli, avevano tutto disposto per una vigorosa resistenza. Avevano in particolare cercato d'assicurarsi della fedeltà e dell'ubbidienza de' Lodigiani, di cui avevano ragione di temere. Le precauzioni prese a tale oggetto sono una luminosa prova della buona fede degl'Italiani nel dodicesimo secolo. Non chiesero ostaggi, nè posero guernigioni nei loro castelli, ma andati a Lodi i consoli di Milano nel mese di gennajo, chiesero che tutti gli abitanti del distretto, senza eccezione, giurassero di ubbidire in ogni cosa agli ordini del comune di Milano. I Lodigiani che avevano nel loro cuore stabilito di sottrarsi a quella città, non vollero giammai prestare un giuramento che ne avrebbe loro tolti i mezzi; si lagnarono che nella formola del giuramento non era espressa la condizione, salva la fedeltà dovuta all'imperatore, lo che essi ritenevano necessario per la tranquillità della loro coscienza, essendo da precedente giuramento legati a questo monarca[101]. I consoli per ridurli all'ubbidienza marciarono contro di loro alla testa delle milizie milanesi, e gli tolsero i loro mobili, senza che questi opponessero la più piccola resistenza. Passati due giorni, ultimo termine loro accordato, i Milanesi presentaronsi di nuovo innanzi alle borgate di Lodi; ma tutti gli abitanti, uomini, donne, fanciulli, avevano abbandonate le proprie case, ed eransi rifugiati a Pizzighettone. I Milanesi, dopo averle saccheggiate, le incendiarono[102].

Benchè travagliati da questa guerra civile nell'istante della più pericolosa invasione, i Milanesi non si scoraggiarono. Essi ripromettevansi assai de' loro alleati i Bresciani, e sperarono che avrebbero lungo tempo trattenuti i nemici. Furono infatti attaccati dall'armata imperiale ne' primi giorni di luglio, ma dopo aver resistito quindici giorni, spaventati dall'imminente loro pericolo, offrirono ostaggi ed una grossa somma di danaro per prezzo della pace[103].

Federico in mezzo al proprio campo tenne sul loro territorio una specie di dieta, in cui proclamò un regolamento intorno alla disciplina militare, il quale, non meno de' fatti storici, può farci conoscere la maniera con cui di que' tempi si guerreggiava, ed i costumi del secolo dodicesimo. Tale regolamento fu chiamato la pace del principe, perchè destinato a prevenire le querele nel campo.

Per impedire le battaglie private, conviene offrire un mezzo di reprimere e punire legalmente le ingiurie; e questo infatti è lo scopo del primo articolo del regolamento, che proporzionando la pena alla qualità dell'insulto, sulla deposizione di due testimoni non parenti dell'istante, ordina, a seconda dei casi, la confisca dell'equipaggio, il castigo delle verghe, il taglio de' capelli e della scottatura della mascella, infine per gli omicidj, della morte. Ma in mancanza di testimoni dovevano le cause d'ingiurie essere decise da un combattimento giudiziario; oppure, se due schiavi avevano parte nel processo, colla prova del ferro caldo.

Alcuni altri articoli sono destinati a proteggere i popoli ne' di cui territorj l'imperatore aveva destinato di condurre l'armata. «Che il soldato che spoglia un mercante, sarà obbligato di restituire il doppio, e di giurare che ignorava che il derubato fosse mercante:» onde pare che la mercatura fosse particolarmente protetta. «Quello che abbrucerà una casa in città o in campagna, sarà battuto colle verghe, tosato e scottato alla mascella. Colui che troverà vasi pieni di vino, non li romperà nè taglierà i cerchi della botte, e si contenterà di prendere il vino. Quando l'armata s'impadronirà d'un castello, i soldati porteranno via tutto quanto vi si trova, ma non lo abbruceranno senz'ordine del maresciallo. Quando un Tedesco avrà ferito un Italiano, se questi potrà provare con due testimoni d'aver giurata la pace, il Tedesco sarà castigato.» I ventiquattro articoli ond'è composto questo regolamento, presentano tutti l'impronta dell'indisciplina e della barbarie; e se fu noto ai Lombardi, non dovette ispirar loro troppa fiducia nell'armata ch'entrava in paese[104].

Nella stessa dieta furono citati i Milanesi a comparire per giustificarsi della loro ribellione; i quali non avendo scosso ancora in modo il giogo dell'Impero da non riconoscere certa tal quale subordinazione al suo capo, ubbidirono alla citazione. I loro deputati, dopo aver giustificata la condotta dei Milanesi, offrirono per taglia una ragguardevole somma di danaro, che fu dall'imperatore rifiutata. La dieta li dichiarò nemici dell'Impero, e l'armata ebbe ordine di prepararsi all'assedio di Milano. I Milanesi avevano posti mille cavalli al ponte di Cassano, il solo che avevano lasciato sull'Adda, che, ingrossata dallo scioglimento delle nevi, sembrava sufficiente a difendere il loro territorio, come l'aveva altre volte difeso contro le incursioni de' Cremonesi. Ma il re boemo, scendendo lungo l'Adda fino a Carnaliano, ove il fiume è più largo, lanciossi in acqua alla testa della sua cavalleria, ed ora guadando, ora nuotando giugne all'opposta riva perdendo in questo tragitto duecento uomini sopraffatti dalla corrente[105]. Alcuni distaccamenti di Milanesi che marciavano lungo il fiume incontrarono il re di Boemia che si avanzava verso Cassano. Diedero questi il segno d'allarme alla cavalleria destinata alla difesa del ponte, e che, trovandosi esposta ad essere presa alle spalle, non poteva senza pericolo restare in quella posizione: onde ripiegò subito verso Milano lontano poco più di dodici miglia dal fiume; e gli abitanti della campagna, sentendo che i nemici erano penetrati nel loro territorio, s'affrettarono di ripararsi entro le mura della città, cacciandosi avanti i loro bestiami, e trasportando i più preziosi effetti: e, come suole accadere, per iscusare la loro paura, esagerando il numero de' nemici, accrebbero quella de' loro concittadini.