In niuna precedente dieta italiana eransi, come nella presente, vilipesi i diritti del popolo. L'arcivescovo di Milano in un discorso di consuetudine, rispondendo a quello pronunciato da Federico, diede il primo esempio di vile adulazione. I vescovi che due secoli prima, dominando le città, erano così caldi per l'indipendenza, furono i principali nemici della libertà dei popoli, dopo che le città ebbero scosso il giogo vescovile. «Spetta a voi (diceva il prelato milanese a Federico) spetta a voi a statuire intorno alle leggi, alla giustizia, ed all'onore dell'Impero; sappiate che vi fu accordato pieno diritto sui popoli per istabilire novelle leggi, e che la vostra volontà sola è la regola della giustizia: una lettera, una sentenza, un editto da voi emanati, diventano all'istante leggi del popolo. E per verità, non è forse doveroso, che il lavoro abbia la sua ricompensa? che colui che ha l'incarico di proteggerci, goda invece le dolcezze del comando[119]

Tale press'a poco era il linguaggio de' legisti, approvando tutto quanto di basso e di vile si contiene nella giurisprudenza de' romani imperatori; accostumati a risguardare i libri di Giustiniano come la ragione scritta, e non altro conoscendo delle cose romane, che i suoi padroni, univano le massime del dispotismo all'amore che professavano alla loro scienza, da cui riconoscevano la propria riputazione e la loro gloria. I legisti infatti fino alla fine delle repubbliche italiane ebbero sempre opinioni poco liberali.

Federico fece rivendicare dai suoi giureconsulti in faccia alla dieta i reali diritti di cui erasi a poco a poco spogliata la sua corona. Le prerogative imperiali riclamate da un principe vittorioso, alla testa di una potente armata, furono spiegate e difese con tutte le sottigliezze scolastiche e legali. I proprietari dei diritti signorili scoraggiati dalle nuove opinioni del clero, e trovandosi ugualmente incapaci di far fronte agli argomenti de' dottori bolognesi ed alle armi tedesche, s'appigliarono al partito di rassegnare tutti i loro privilegi al monarca. La dieta dichiarò che le regalie spettavano a lui solo, e che sotto il nome di regalia erano compresi i ducati, i marchesati, le contee, il diritto di coniar monete, i pedaggi, il diritto del fodero, ossia, approvvigionamento, i tributi, i porti, i mulini, le pesche, e tutti i redditi provenienti dai fiumi. Per ultimo aggiunse a tutto questo che i sudditi dell'Impero dovevano pagare un testatico al suo capo[120].

Per altro Federico non fece uso di così vaste concessioni, nè forse era prudente il farlo. Confermò a tutti i diritti di cui erano possessori, mercè un'annua corresponsione indicante l'alta signoria dell'Impero. E per tal modo con apparente generosità aggiunse trenta mila talenti, dice Radevico, che non suole impiegare che frasi classiche, all'entrate dell'Impero. Furono verosimilmente trenta mila marche, o trenta mila libbre d'argento, trovandosi queste valutazioni impiegate negli editti della stessa epoca.

La medesima Dieta dichiarò pure di pertinenza dell'imperatore la nomina dei consoli e dei giudici, ma coll'assenso del popolo. Federico introdusse in quest'occasione un importante cambiamento nell'amministrazione della giustizia. Durante la dieta erano state prodotte, secondo l'antica consuetudine del regno, moltissime cause private, affinchè venissero giudicate dall'imperatore. Egli si lagnò d'essere sollecitato a pronunciare i suoi giudizj, dicendo che l'intera sua vita non basterebbe a ciò; ed in conseguenza incaricava in ogni diocesi delle incumbenze giudiziarie alcuni nuovi magistrati, detti podestà, ch'egli obbligavasi di nominare sempre stranieri alle città che dovevano reggere[121].

Tale innovazione apparentemente provocata dal solo amor di giustizia, poteva riuscir fatale alla libertà, ed ebbe infatti il preveduto effetto. I podestà trovaronsi bentosto in opposizione coi consoli. I primi, siccome persone scelte dall'imperatore nella classe de' gentiluomini a lui più affezionati, o in quella de' legisti, mostravansi sempre favorevoli al potere arbitrario; i secondi, nominati dal popolo, erano i campioni della libertà cui dovevano la propria esistenza. Quando l'imperatore conobbe questa rivalità, si prese cura d'abolire i consoli, onde rimanessero più potenti i podestà. Ciò diede luogo a quasi tutte le guerre che si accesero in appresso, ma è cosa notabile che, avendo il popolo ottenuta intera libertà, non abolisse un'istituzione straniera, che aveva ricevuta dalle mani d'un sovrano. Rispettando l'ordine stabilito, conservò i podestà ch'egli stesso nominava, e coi podestà tenne vivo nel comune un lievito del potere arbitrario; e quest'abitudine di riclamare l'autorità d'un solo, costò in progresso a molte repubbliche la libertà.

Nella stessa dieta fu ratificata una legge intorno alla conservazione della pace, affatto opposta alle prerogative dei comuni, perciocchè a questi, siccome ai duchi, marchesi, conti, capitani, valvasori, si toglieva il diritto di far la guerra e la pace, di cui erano in possesso da tanto tempo: ma perchè tutti erano a parte dei disordini inseparabili dalle guerre private, niuno ardì opporsi ad una legge tanto favorevole all'umanità[122].

Questa notabile dieta fu chiusa con un giudizio dell'imperatore intorno alla contesa che da lungo tempo agitavasi tra Piacenza e Cremona. La prima fu alleata dei Milanesi, l'altra aveva mandate le sue milizie sotto le insegne di Federico; e ciò bastò a determinare il favore del principe, che fece atterrare le mura di Piacenza e le torri, e riempirne le fosse.

Tutto omai piegava ai voleri di Federico, il quale approfittando di tanta prosperità, faceva ansiosamente ricercare se nelle antiche provincie romane eravi alcun diritto da rivendicare all'Impero: nell'antica divisione del quale erano toccate all'imperatore d'Occidente le isole di Corsica e di Sardegna. Mancando di miglior titolo egli pensò di valersi di questo, e spedì i suoi commissari ai Pisani ed ai Genovesi, ingiungendo loro di trasportarli in quelle isole. E perchè sì gli uni, che gli altri non si prestarono alle sue domande, arse di sdegno contro di loro, e minacciò di sfogarlo sopra Genova[123]. I Genovesi dal canto loro non erano contenti della legge emanata dalla Dieta intorno ai diritti reali; appoggiandosi ad antichi privilegi degl'imperatori, che li dispensavano da ogni tassa e da ogni servizio, a motivo della povertà delle loro montagne, e per ricompensarli della cura che si prendevano di difendere le coste dagl'infedeli. Temendo che Federico facesse tener dietro i fatti alle minacce, uomini, donne, fanciulli, lavoravano notte e giorno con instancabile zelo per mettere la loro città in istato di vigorosa difesa, rinforzando le mura, coprendole di macchine da guerra, e facendo delle piatta-forme con alberi ed antenne di navi. Non trascurarono intanto di mandare una onorata deputazione di magistrati all'imperatore, tra i quali trovavasi pure lo storico Caffaro. Seppero questi così opportunamente impiegare l'accortezza e le ragioni, e mostrarsi ad un tempo sommessi e coraggiosi, che Federico si accontentò di ricevere dodici mila marche d'argento in tacitazione d'ogni sua pretesa[124].

Supponeva l'imperatore che le decisioni della Dieta di Roncaglia lo assolvessero dall'osservanza del trattato fatto coi Milanesi, e quindi sottrasse Monza alla loro giurisdizione, quantunque gli avesse assicurato il possedimento di tutto il territorio, tranne Lodi e Como. Poco dopo li privò pure dei contadi della Martesana e del Seprio, investendone un nuovo Signore; pose guarnigione tedesca nel castello di Trezzo, e, per far cosa grata ai Cremonesi, ordinò che si distruggessero le mura di Crema. Mandava in pari tempo a Milano il suo cancelliere per sostituire il podestà ai consoli in onta alla letterale convenzione del trattato di pace[125]; perchè il popolo risguardando quest'atto come un aperto oltraggio, prese furibondo le armi, e sforzò il cancelliere a sortire all'istante dalla città: nè i Cremaschi avevano diversamente trattato il messo che loro recava l'ordine di atterrare le mura.