Prima che ciò accadesse, gran parte de' signori tedeschi che avevano accompagnato l'imperatore, eransi, dopo la sommissione di Milano, ritirati alle loro case, ed al cominciare dell'inverno l'armata di Federico trovavasi molto indebolita; oltre che erasi avanzata in parte verso Bologna per sostenere i deputati, che dovevano far eseguire nel territorio della Chiesa i decreti della dieta di Roncaglia. I Milanesi, convinti che il sovrano credevasi disobbligato dall'osservanza dei trattati fatti coi sudditi; i Milanesi che sapevano d'averlo offeso, e non ignoravano quanto fosse proclive alla vendetta, credettero di prevenirlo, e si prepararono subito alla guerra. L'imperatore teneva guarnigione nel castello di Trezzo, posto in riva all'Adda, quattro miglia al di sopra del ponte di Cassano; lo che aprivagli sempre la strada del territorio milanese, e toglieva a quegli abitanti il vantaggio di difendersi dietro i fiumi che da due lati cingono la loro diocesi. I Milanesi attaccarono perciò Trezzo, e se ne impadronirono in tre giorni, ma non furono ugualmente felici nell'attacco di Lodi che difende un altro passaggio dell'Adda[126].

L'imperatore conoscendosi troppo debole per punire all'istante tanti oltraggi, si limitò a denunciarli ad una corte plenaria che adunò ad Antimiaco presso Bologna. Il vescovo di Piacenza, quantunque città da lungo tempo alleata coi Milanesi, si diffuse in invettive contro di questi provocando un decreto della Corte che metteva Milano al bando dell'Impero, ed ordinava ai principi di riunirsi di nuovo per muovergli guerra.

Questa corte o dieta si occupò inoltre di altre gravissime cause. Adriano IV si lagnò della condotta de' messaggieri reali venuti a visitare il patrimonio della Chiesa. Sosteneva il papa, che l'imperatore senza sua intelligenza non poteva mandare deputati a Roma, perchè quella non era subordinata che alla Chiesa, che l'imperatore non poteva pretendere il diritto del fodero dal patrimonio di s. Pietro che in occasione di recarsi a Roma per ricevere la corona dalle mani del papa; che i vescovi d'Italia sono bensì tenuti a prestargli il giuramento di fedeltà, ma non di vassallaggio; siccome non erano tenuti a ricevere i messaggieri imperiali ne' loro palazzi; per ultimo, che tutti i possedimenti della contessa Matilde essendo devoluti alla santa Sede, spettavano al papa i tributi di Ferrara, di Massa, di tutto il territorio posto tra Acqua pendente e Roma, del ducato di Spoleti e delle isole di Sardegna e di Corsica. A queste gravi contestazioni un'altra se n'aggiunse assai più frivola, ma forse più calda rispetto allo stile adoperato dalla cancelleria imperiale nello scrivere al papa[127].

Rispondeva Federico, che i suoi messaggieri, abitando ne' palazzi vescovili, abitavano in propria casa, perchè fabbricati sul suolo imperiale; che i vescovi non potevano dispensarsi dal dichiararsi suoi vassalli finchè rimanevano in possesso dei feudi dell'Impero; per ultimo essere affatto insussistente la pretesa sovranità del papa nella città di Roma, mentre egli aveva il titolo di re dei Romani.

La guerra di questo monarca coi Milanesi, e la vicina morte d'Adriano, non permisero, è vero, che questa lite s'inasprisse troppo, ma fu cagione che il senato romano, che ancora mantenevasi nemico de' papi, si rappacificasse coll'imperatore.

Nella disuguale contesa che i Milanesi rinnovavano coll'imperatore, non contavano altri alleati che i Cremaschi, popolo valoroso ma debole, ed i Bresciani che nella precedente campagna non avevano dato prove di molta fermezza. I Tortonesi o non osarono, o non hanno potuto soccorrerli. Federico aveva costretti gli abitanti di Piacenza e dell'Isola sul lago di Como, a rinunciare all'alleanza de' Milanesi per unirsi a lui; e le città di Como e di Lodi, già soggette ai Milanesi, avevan prese le armi contro di loro. Lodi nuovamente fortificata con un ponte sull'Adda, apriva il territorio milanese ai nemici, padroni di quella città. Aggiungevasi a tali ristrettezze, le campagne rovinate nella precedente guerra, il tesoro esausto, la morte de' più bravi cittadini per cui trovavansi in peggiori circostanze che all'epoca della prima invasione: di modo che la risoluzione ardita di dichiarar la guerra, potrebbe chiamarsi stoltezza, se generosi motivi non l'avessero provocata. È nobile orgoglio il poter dire: siamo deboli, siamo abbandonati, saremo sterminati, chè non è in nostro potere il soggiogar la fortuna, ma questo residuo di ricchezze che possiamo sagrificare alla patria; questa rimanenza di vigore che sentiamo nelle nostre braccia, questo sangue libero che bolle ancora nelle nostre vene, dobbiamo pur consacrarli ad un nobile oggetto; noi non possediamo tutto ciò che per combattere il dispotismo; e noi non ci sottometteremo che quando, oltre aver perduta ogni speranza di vincere, ci sarà tolto ogni mezzo di resistenza[128]. Con tali sentimenti, con tanta costanza, l'entusiasmo si perpetua, la seguente generazione rivendica quella che soggiace, i despoti si snervano a forza di vincere, e sulle rovine delle città libere s'innalza di nuovo lo stendardo della libertà.

Federico non intraprese la seconda volta l'assedio di Milano, ma usando destramente di tutti gli avvantaggi che gli dava la facilità di entrare all'improvviso nel territorio milanese, di porsi in sicuro nel caso di sinistro evento, e la superiorità della sua cavalleria tanto pel numero che per la disciplina, si limitò in quella estate a devastare le campagne de' suoi nemici, bruciando le messi, facendo atterrare o scorzare gli alberi fruttiferi, distruggendo ogni sorta di commestibili, e vietando sotto severissime pene il recar vittovaglie a Milano, al qual oggetto faceva continuamente battere dalla cavalleria tutte le strade[129]. I Milanesi per altro ch'eransi anticipatamente provveduti, ed inoltre avevano stabilita una saggia economia nella distribuzione de' viveri, osservarono con apparente non curanza la desolazione delle loro campagne.

In questo frattempo i Cremonesi, avendo avuto qualche considerabile vantaggio sui Bresciani, determinarono l'imperatore a far l'assedio di Crema. Essi furono i primi ad accamparsi presso questa città il giorno 3 o 4 di luglio, raggiunti otto giorni dopo dall'imperatore con rinforzi che aveva ricevuto di Germania.

Crema è posta sulla riva del Serio in una paludosa pianura tra l'Adda e l'Oglio, ventiquattro miglia distante da Milano, ed altrettante dalle montagne. Questa piuttosto borgata che città, che borgata allora si chiamava, era cinta di doppio muro, e d'una fossa piena d'acqua larga e profonda assai. I Cremaschi, che non senza pena eransi sottratti alla dipendenza de' Cremonesi, conservavano per Milano una fedeltà a tutta prova. Avvertiti del pericolo de' loro alleati, i Milanesi destinarono Manfredo di Dugnano, uno de' loro consoli, a recarvisi con quattrocento pedoni ed alcuni cavalli, che promettevano di mantenere finchè durasse l'assedio, quantunque a tale epoca, avendo Federico divisa la sua armata, danneggiasse già il territorio milanese[130]. Anche i Bresciani mandarono a Crema alcuni soccorsi.

Intanto gl'imperiali avevano, secondo l'antico costume, incominciato a lavorare intorno ad una linea di circonvallazione, per togliere alla città ogni comunicazione colla campagna, ed assicurarsi ad un tempo dalle sortite degli assediati. Ma questi non cessavano di molestarli; ed in un attacco che fecero mentre l'imperatore era lontano, combatterono con tanto valore, che si mantennero superiori fino a notte, quantunque non avessero più di cento cavalli. Allorchè Federico tornò al campo, indispettito fieramente perchè i Cremaschi avessero osato di battere le sue truppe, come avesse giusto motivo di farlo, ordinò che si appiccassero alcuni prigionieri in faccia alle mura. Gli assediati, credendosi in dovere di far uso del barbaro e talvolta impolitico diritto di rappresaglia, esposero sulle mura allo stesso supplicio un egual numero di Tedeschi[131].