Allora Federico fece loro intimare da un araldo, che ad alcun patto non farebbe loro grazia, essendo determinato di trattarli coll'estremo rigore: e per darne una barbara prova fece morire quattro ostaggi presi a Crema prima della guerra, e sei deputati che i Milanesi mandavano a Piacenza, tra i quali un nipote dell'arcivescovo.

Alcuni giovanetti cremaschi trovavansi ancora come ostaggi in potere di Federico. Egli li fece attaccare ad una torre che doveva spingersi contro la città, mentre gli assediati, con nuovi mangani o catapulte, sforzavansi di tenerla lontana. Sperava così Federico di costringere i Cremaschi a non adoperare le loro macchine, che minacciavano di spezzare la sua torre; pure non lasciava loro veruna speranza di salute, avendo fatti morire altri ostaggi; onde quand'anche i Cremaschi per salvare quegl'infelici avessero sagrificata la città, non erano perciò lusingati di avere sopportabili condizioni. I padri di quelle sventurate vittime, armati sulle mura, mettevano lamentevoli grida, ma non lasciavano di combattere e di dirizzare le catapulte contro la torre che avanzavasi contro la città; ed uno di loro, secondo lo attesta Radevico di Frisinga, gridava ad alta voce ai suoi figliuoli[132]: «Fortunati coloro che muojono per la patria e per la libertà! Non temete la morte che può sola oramai rendervi liberi. Se foste giunti all'età nostra, non l'avreste voi disprezzata come noi facciamo? voi felici, che morite avanti di temere come noi altri l'infamia delle nostre spose, e non udite le grida de' vostri figli che implorano pietà. Oh ci sia dato di seguirvi ben tosto! e non rimanga veruno de' nostri vecchi seduto sopra le ceneri della città. Possano chiudersi i nostri occhi prima di vedere la santa nostra patria caduta tra l'empie mani de' Cremonesi e de' Pavesi!»

La torre intanto, colpita dagli enormi sassi lanciati dalle catapulte, minacciava rovina, e l'imperatore aveva ragione di temere che, prima d'arrivare a' piè delle mura, schiaccerebbe, cadendo, i guerrieri che portava. La fece perciò ritrocedere e staccarne gli ostaggi che la ricoprivano coi loro corpi; de' quali ne furono trovati nove morti, quattro milanesi e cinque cremaschi, e tra i primi uno de' Posterla, ed un Landriano, due delle principali famiglie di quella città; tra gli ultimi un giovane ecclesiastico. Altri due ostaggi erano gravemente feriti; molti erano tuttavia illesi[133].

Nè queste furono le sole atroci azioni che infamassero l'assedio di Crema; ma il dovere di storico non mi forza ad intrattenermi più lungamente in mezzo a così ributtanti memorie.

I Milanesi che desideravano divertire dall'assedio di Crema parte delle forze imperiali, assediarono il castello di Manerbio, che possedevano i Tedeschi sul lago di Como; ma furono costretti a ritirarsi da certo conte Goswino che con un corpo di truppe era stato spedito dall'imperatore in soccorso di Manerbio, e vi perdettero molti uomini. In pari tempo furono posti al bando dell'impero i Piacentini per avere approvigionato di viveri Milano e Crema[134].

Erano più di sei mesi che quest'ultima città era stata cinta d'assedio, nè l'imperatore si lasciava muovere dall'asprezza dell'inverno a renderlo men vivo. Fece riparare la torre mobile che gli assediati avevano rispinta, e costruirne un'altra, che, a fronte della più ostinata resistenza, furono portate in tanta vicinanza della muraglia, che i balestrieri soprastavano agli assediati. (1160) Ma ciò che gli diede maggior speranza di condurre l'impresa a felice fine, fu il tradimento di Marchese, principale ingegnere de' Cremaschi, il quale, passato essendo nel campo imperiale, presiedette alla costruzione di nuove macchine contro quella città, che aveva fin allora lungo tempo difesa[135]. Egli consigliò l'imperatore a mettere sulle torri i migliori soldati, ed i balestrai nella parte più elevata, perchè, dominando le mura, facessero ritrarre gli assediati dalle difese, mentre il fior de' guerrieri getterebbe dal primo piano i ponti sulle mura. Il rimanente dell'armata avanzavasi all'assalto tra l'una torre e l'altra, disposta a valersi della zappa e della scala, secondo che tornerebbe più in acconcio, tosto che vedessero abbassati i ponti levatoj. Dal canto loro gli assediati si ordinavano sulle mura, e coperti di mantelletti sforzavansi coi loro gatti o montoni adunchi d'impadronirsi, o di rovesciare i ponti che dalle torri facevansi cadere sulle loro mura. Respinti più volte da queste, altre tante le ricuperarono, ributtando sempre valorosamente gli assalitori, tra i quali facevasi distinguere Attone conte palatino di Baviera, il primo a lanciarsi sulle mura, l'ultimo ad abbandonarle. Dopo aver perduto assai gente esposta alle freccie degli arcieri, senza che potessero nè difendersi nè vendicarsi, in sul cadere del giorno furono costretti d'abbandonare le mura esteriori e di ripiegarsi entro i secondi ripari, disposti in tutto di voler sostenere con egual vigore un secondo assedio[136].

Ma quando, durante la notte, riconobbero le poche forze che loro rimanevano, e numerarono i valorosi soldati che avevano perduti, quando videro le fosse colmate, ed osservarono la debolezza del muro interno, abbandonaronsi alla disperazione. All'indomani proposero al patriarca d'Aquilea ed al duca di Baviera di entrare in trattato per la resa colla loro mediazione. Il patriarca assicurò i consoli, che il solo mezzo di calmare la collera dell'imperatore era quello di darsi a discrezione.

Uno di loro, comprimendo il suo dolore, rispose non aver essi prese le armi contro Federico, ma bensì contro i Cremonesi, risoluti di non servire che a Dio ed all'imperatore: che credevano d'aver fatto conoscere che preferivano la morte ad una ingiusta schiavitù: che la loro alleanza coi Milanesi non aveva avuto altro oggetto, che quello di liberarsi dalla servitù: che l'avevano mantenuta fin che Dio lo permise, ma che ora erano sforzati di risguardare come un segno della celeste collera la disperata situazione cui trovavansi ridotti. Ed in fatti essi avevano ancora armi e viveri senza poterne far uso per salvezza della loro libertà. Il console pose fine al suo parlare, chiedendo che, poichè il vittorioso imperatore era pur determinato di castigare i suoi concittadini, non volesse almeno darli in mano ai loro più feroci nemici, i Cremonesi.

Finalmente Federico si lasciò piegare ad offrir loro alcune condizioni, che vennero subito accettate. Permetteva loro di sortire dalla città colle mogli e figli, portando in una sol volta sulle proprie spalle quanti effetti potevano. Rispetto alle milizie sussidiarie di Milano e di Brescia, volle che sortissero senz'armi e senza salmeria; ma permise a tutti senza riserva di recarsi dove più loro piacesse.

In forza di tale convenzione il giorno 22 gennaro del 1160, gli abitanti di Crema, uomini, donne e fanciulli in numero di circa ventimila sortirono da questa sventurata città, avviandosi verso Milano. L'imperatore abbandonò Crema al saccheggio, dopo il quale i suoi soldati appiccaronvi il fuoco, ed i Cremonesi atterrarono poi fino alle fondamenta tutto quanto aveva resistito all'incendio[137][138].