Il settembre del precedente anno era morto papa Adriano IV, quando la sua lite coll'imperatore incominciava a farsi viva. Il collegio de' cardinali, riunitosi per dargli un successore, si divise fra due rivali; Rollando originario di Siena, canonico di Pisa, cardinale del titolo di san Marco, e cancelliere della Chiesa, fu eletto dagli uni, mentre dall'opposta fazione fu nominato Ottaviano nobile romano, cardinale del titolo di santa Cecilia. Il primo ch'ebbe maggiori suffragi, ed aveva il favor popolare, fu consacrato sotto nome di Alessandro III, e dalla Chiesa riconosciuto pur per legittimo papa. Il secondo, che prese il nome di Vittore III, era spalleggiato dal senato e dalla nobiltà romana; ma è verosimile che fosse egli medesimo persuaso della illegittimità di sua elezione, poichè cercò il favore degli antagonisti dei papi e della libertà romana, in Germania ed in Lombardia. Sperando Federico che questa doppia elezione indebolirebbe la corte pontificia, convocò di sua propria autorità un concilio a Pavia, intimando ai due pontefici di presentarsi. Alessandro era stato fatto prigioniere dal suo rivale; e, quantunque liberato dalla fazione popolare, non trovandosi abbastanza forte per sostenersi in Roma, dimorava ora in una ed ora in altra città a guisa di fuoruscito: pure rispose con fierezza, che il legittimo successore di s. Pietro non era subordinato al giudizio dell'imperatore, o dei concili. All'opposto Vittore passò a Pavia, e si guadagnò i suffragi di Federico e de' suoi vescovi, onde, nell'atto che fu confermata la di lui elezione, fulminò la scomunica contro Rollando o Alessandro III, il quale dal canto suo scagliò tutti i fulmini della Chiesa sul capo di Federico e dichiarò i suoi sudditi sciolti dal giuramento di fedeltà[139][140].
La caduta di Crema non aveva scoraggiati i Milanesi, i quali, per l'alleanza che contratta avevano col legittimo pontefice, univano la loro causa a quella di mezza l'Europa, ed ammorzavano lo zelo de' loro nemici. Inoltre i Tedeschi, dopo aver sostenuta una così lunga e penosa campagna, sospiravano pel ritorno alla loro patria; onde Federico, quantunque rimasto in Lombardia per continuar la guerra, si trovò obbligato di licenziare la maggior parte della sua armata[141], non ritenendo presso di se che suo cugino il duca Federico, figliuolo di Corrado, i due conti palatini Corrado ed Ottone coi loro vassalli, i vassalli proprj, e gl'Italiani della sua fazione. Conoscendo di non avere forze superiori a quelle de' nemici, nel 1160 si limitò a fare la piccola guerra.
Il fatto di Cassano fu il più importante di questa campagna. I Milanesi avendo posto l'assedio a quel castello occupato dalle truppe imperiali, Federico marciò il nove agosto per soccorrere gli assediati con alcune milizie pavesi, tutte quelle di Novara, di Vercelli e di Como, i vassalli di Seprio e della Martesana, il marchese di Monferrato, ed il conte di Biandrate. Un rinforzo condotto dal duca di Boemia lo raggiunse quando già trovavasi in faccia all'armata repubblicana, ch'egli circondò da ogni banda, togliendole la comunicazione con Milano. Allorchè i consoli s'avvidero della difficile situazione cui erano ridotti, non volendo dar tempo ai soldati di conoscere il comune pericolo, e non esporli a soffrire la fame, ordinarono di attaccare all'istante i nemici. Opposero ai Tedeschi ed all'imperatore i battaglioni di porta Romana e di porta Orientale, confidando loro la guardia del Carroccio, perchè l'ardore con cui difenderebbero quel sacro deposito, gli uguaglierebbe per lo meno ai Tedeschi, più di loro esperti nell'arte militare. Collocarono i battaglioni delle altre due porte e gli ausiliari bresciani contro gl'Italiani. Il valor personale di Federico, sormontando ogni ostacolo, penetrò fino al Carroccio, uccise i buoi che lo conducevano, atterrò la croce dorata ond'era ornato, e prese lo stendardo del comune. Ma intanto l'altr'ala dei Milanesi trionfava compiutamente degl'imperiali, di modo che le due armate credevano ugualmente d'aver guadagnata la battaglia, quando una violenta pioggia obbligò i combattenti a separarsi. Rientrando nel campo l'ala vittoriosa dei Milanesi, conobbero la rotta avuta dall'altra; perchè insofferenti dell'affronto fatto al Carroccio, uscirono tutti di nuovo per attaccare l'imperatore, il quale, avendo perduto molti suoi valorosi soldati e trovandosi separato dai Novaresi ch'erano fuggiti, abbandonò precipitosamente i prigionieri ed i suoi equipaggi. I repubblicani, paghi d'aver veduto l'imperatore fuggire innanzi a loro, rientrarono trionfanti in Milano carichi delle sue spoglie[142].
Il susseguente giorno furono ugualmente rotte le milizie cremonesi e lodigiane, che marciavano con un convoglio d'approvigionamenti in soccorso dell'imperatore: ed in pari tempo gli assediati del castello di Cassano piombarono improvvisamente addosso alle poche truppe rimaste nel campo, e, bruciate le macchine dei Milanesi, gli sforzarono a levar l'assedio malgrado tutti i vantaggi riportati il precedente giorno.
Prima di porsi ai quartieri d'inverno in Pavia, Federico radunò i feudatari italiani, e gli obbligò sotto la santità del giuramento di raggiungere con tutte le loro forze i suoi stendardi nella vegnente primavera. Si annoverano con dispiacere fra costoro il marchese Obizzo Malaspina ed il conte di Biandrate, che in principio della guerra avevano combattuto per una causa più nobile[143].
(1161) Alcune scaramuccie di veruna importanza aprirono la campagna del 1161. Il giorno 16 di marzo i Lodigiani ed i Piacentini, senza che gli uni sapessero degli altri, andarono nel bosco di Bulchignano posto al confine dei loro territorj per sorprendersi reciprocamente con un'imboscata, e vi stettero tutta la notte senz'avvedersi della prossimità del nemico; ma essendosene in sul far del giorno accorti i Piacentini, approfittarono della sorpresa de' Lodigiani e li fecero quasi tutti prigionieri.
Intanto vergognandosi i Tedeschi che l'imperatore rimanesse come abbandonato in mezzo ai Lombardi, verso la metà di giugno passarono le Alpi per venire in suo soccorso. La loro armata di quasi cento mila uomini si congiunse a Federico avanti il raccolto, ond'egli postosi alla loro testa potè avanzarsi nel territorio milanese e bruciarne le biade ancora immature fino alla distanza di dodici in quindici miglia dalla città. I Milanesi tentarono più volte inutilmente di scacciare il nemico dal loro territorio, ma rimasero perdenti in quasi tutti gl'incontri[144].
Quando poi in settembre s'avvicinavano a maturità i secondi raccolti, il miglio e le fave[145][146], Federico invase di nuovo il territorio milanese e consumò queste derrate col fuoco, come aveva prima distrutte le biade. In tutto il rimanente della campagna i vantaggi e le perdite si compensarono da ambe le parti; di modo che i soli fatti notabili sono le crudeltà dell'imperatore verso i prigionieri cui faceva tagliar le mani o appiccare.
Al cominciar dell'inverno, Federico stabilì il suo quartiere a Lodi, facendo in pari tempo fortificare Rivalta Secca e s. Gervasio per tagliare la comunicazione tra Milano, Brescia e Piacenza, di maniera che i Milanesi non potevano procacciarsi le vittovaglie da queste due città. Ad accrescere le angustie di questi, oltre la ruina quasi totale delle loro campagne, s'aggiunse un fatale incendio che consumò due quartieri della città ov'erano posti quasi tutti i granai, talchè in sul cominciar dell'inverno mancavano già i viveri. (1162) L'imperatore, che non ignorava le sventure de' suoi nemici, faceva crudelmente punire coloro che si attentavano d'introdurre vittovaglie in Milano, cosicchè in un solo giorno rimasero senza mani venticinque paesani, che i suoi soldati avevano trovati carichi di munizioni[147]. Perchè conobbero i Milanesi essere loro impossibile di giungere con sì scarse provvisioni fino al nuovo raccolto, che pure dovevano credere che verrebbe, siccome il precedente, distrutto dai nemici, di modo che ciò che la forza delle armi non ottenne, si consegui dall'onnipotenza della fame. I consoli spedirono all'imperatore, che in allora soggiornava a Lodi, deputati ad offrire umili condizioni di pace; cioè di demolire, in attestato di sommissione, le mura in sei luoghi, e di ricevere in avvenire i podestà che vorrà mandarli. Ma Federico rispose ai loro deputati, che non isperassero grazia finchè non gli s'arrendessero senza condizione, abbandonandosi affatto alla sua clemenza. Allorchè si ebbe in Milano tale risposta, i magistrati protestarono invano di non voler rinunciare alla libertà che perdendo la vita, perciocchè il popolo ammutinato trionfò della loro resistenza e gli obbligò a sottomettersi[148].
Cedendo al volere del popolo gli otto consoli con altri otto cavalieri si presentarono il giorno primo di marzo al palazzo dell'imperatore in Lodi, e tenendo la spada nuda in mano si arresero a discrezione in nome della città. Giurarono nello stesso tempo d'essere disposti ad ubbidire a tutti gli ordini imperiali; giuramento che verrebbe rinnovato da tutti i Milanesi. Tre giorni dopo, richiese l'imperatore che trecento cavalieri venissero a deporre ai suoi piedi le loro spade e trentasei stendardi del comune. In tal occasione Guintellino, capo degl'ingegneri, gli portò pure le chiavi della città. Allora l'imperatore, senza per altro far conoscere le sue intenzioni, domandò che venissero al suo quartiere tutti quelli che furono consoli, negli ultimi tre anni, e gli si recassero tutti gli stendardi della città; umiliante cerimonia cui i Milanesi si sottomisero il susseguente martedì.