I cittadini di tre quartieri della città andavano avanti al Carroccio portando in mano supplichevoli croci, e quelli degli altri tre chiudevano la processione. Quando il sacro carro fu a vista dell'imperatore, i trombetti della signoria fecero per l'ultima volta eccheggiar l'aria del loro clangore; l'albero su cui sventolava lo stendardo s'abbassò come spontaneamente innanzi al trono, e non fu rialzato senz'ordine di Federico. Il Carroccio con novantaquattro stendardi furono in seguito dati ai Tedeschi. Allora uno de' consoli milanesi si fece ad arringare l'imperatore, supplicandolo d'usare misericordia alla sua patria. Tutto il popolo si gettò subito ginocchione, domandando perdono in nome delle croci che portavano. Il conte di Biandrate che militava sotto Federico, prendendo una croce di mano a quelli contro cui aveva poc'anzi combattuto e che per lo innanzi servì, si prostrò innanzi al trono domandando grazia per loro. Tutta la corte, tutta l'armata piangeva a così compassionevole spettacolo; e soltanto non iscorgevasi verun indizio di commozione sul volto dell'imperatore. Diffidando della sensibilità della consorte, non aveale permesso di assistere a questa ceremonia; perchè i Milanesi, non potendo avvicinarsele, gettavano verso le sue finestre le croci che erano portate e che dovevano parlare per loro. Federico poi ch'ebbe ricevuto il giuramento di fedeltà da tutti quelli che accompagnavano il Carroccio, e scelti quattrocento ostaggi, ordinò al popolo di tornare a Milano, di demolire le sei porte della città ed i muri attigui e di riempire la fossa, ond'egli potesse liberamente entrare colla sua armata. Dietro loro mandò pure sei gentiluomini tedeschi e sei lombardi, tra i quali lo storico Morena, per ricevere il giuramento di fedeltà da coloro ch'erano rimasti in Milano, e rivocò la sentenza che aveva posti i Milanesi al bando dell'impero.
Erano omai dieci giorni passati dopo la resa della città, ed il vincitore in cambio di occuparla colle sue truppe conduceva l'armata da Lodi a Pavia, ove rimaneva otto giorni, senza manifestare le sue intenzioni. Finalmente il 16 di marzo ordinò ai consoli di Milano di far sortire tutti gli abitanti dal circondario delle mura: misteriosi ordini che i magistrati eseguirono tremando. Molti cittadini rifugiaronsi in Pavia, in Lodi, in Bergamo, in Como e nelle altre città lombarde; ma la maggior parte della popolazione aspettò l'imperatore fuori delle mura, avendo tutti, uomini, donne e fanciulli abbandonato le proprie case, che non sapevano se avrebbero più rivedute, e Milano rimase affatto deserto.
L'imperatore comparve alla testa delle sue truppe il giorno 25 di marzo, e pubblicò finalmente la sentenza da lungo tempo sospesa: che Milano doveva atterrarsi fino alle fondamenta, ed il nome dei Milanesi cancellarsi dalla nota delle nazioni lombarde. All'istante i quartieri della città furono consegnati ai più caldi nemici con ordine di distruggerli; porta Orientale ai Lodigiani, la Romana ai Cremonesi, la Ticinese ai Pavesi, la Vercellina ai Novaresi, la Comacina ai Comaschi, e porta Nuova ai vassalli del Seprio e della Martesana. L'armata imperiale si occupò con tanto ardore della distruzione di Milano, che dopo sei giorni di travaglio non rimaneva in piedi la cinquantesima parte delle case. L'imperatore ritornò a Pavia la domenica delle palme[149][150].
CAPITOLO X.
Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda. — Sua resistenza all'Imperatore. — Fondazione di Alessandria.
1162 = 1168.
LA vittoria ottenuta da Federico contro la prima città d'Italia e la punizione inflittale, si celebrarono dai partigiani dell'Impero come un nobile e glorioso trionfo, come un luminoso atto di giustizia di un grande monarca: i deputati delle Provincie, i vescovi, i conti, i marchesi, i podestà, i consoli delle città s'affrettarono di recarsi a Pavia per felicitare l'imperatore di così glorioso avvenimento; e quando si presentò loro coll'imperatrice ornato dell'imperiale diadema, ch'egli aveva giurato di non portare finchè non avesse soggiogati i Milanesi, fu accolto coi più caldi applausi[151]. I Bresciani ed i Piacentini, che vedevano nella perdita di Milano la total rovina della libertà, cercarono, sottomettendosi alle più odiose condizioni, di calmare la collera di Federico. Essi atterrarono le torri e le muraglie delle loro città, ne colmarono le fosse, pagarono enormi tributi, e ricevettero il podestà mandatogli dall'imperatore. Tutto piegava innanzi a lui, ed universale era il terrore; sicchè poteva omai lusingarsi d'aver assicurato il suo trono contro qualunque avvenimento. Ma il potere fondato sul terrore non è stabile, finchè la nazione non sia compiutamente avvilita: e quantunque in que' primi istanti estremo fosse il terrore, il carattere lombardo non aveva ancora perduta tutta la sua elasticità; e se piegò alcun tempo sotto l'oppressione, non fu che per rialzarsi con maggior forza. I fuorusciti milanesi, passando d'una in altra città, raccontavano agli uomini, com'essi una volta liberi, la deplorabile ruina della loro patria, la caduta di quelle mura difese con tanta bravura, l'incendio e la profanazione delle chiese, la rapina o la dispersione delle reliquie e delle sacre immagini, e le vessazioni d'ogni maniera che, dopo distrutta la loro città, facevansi soffrire agli sventurati loro concittadini. Non saziavansi di andar replicando come il vescovo di Liegi e Pietro de' Cunin, che successivamente li governarono, non contenti di averli divisi in quattro borgate, che per loro ordine avean dovuto fabbricare due miglia lontano dalla città, pigliavansi le loro messi, s'appropriavano i poderi, accrescevano i tributi, e gli sforzavano a trasportare essi medesimi i materiali della distrutta città per innalzare castelli e palagi all'imperatore[152]. Generose lagrime cadevano loro dagli occhi quando descrivevano le battaglie che sostennero, e que' gloriosi giorni ne' quali, in mezzo ai pericoli e mancanti d'ogni cosa, pure credevansi ancora felici finchè vedevansi armati per difesa della patria.
Le grandi sventure sogliono soffocare le antiche nimistà: Pavia, Cremona, Lodi, Bergamo, Como, avevano aperte le loro porte ai rifugiati. Anche in mezzo alle guerre nazionali i legami dell'ospitalità riunivano le famiglie delle vicine città, ed accoglievansi cordialmente a tavola coloro contro i quali poc'anzi per onore della propria città avevano combattuto. I racconti de' Milanesi s'imprimevano più profondamente nell'animo degli uditori dopo che i partigiani dell'Impero incominciarono ad esperimentare ancor essi i funesti effetti della loro vittoria. Aveva bensì Federico permesso ai Cremonesi, ai Pavesi, ai Lodigiani di eleggersi i loro consoli; ma aveva mandati podestà a Ferrara, a Bologna, a Faenza, ad Imola, a Parma, a Como, a Novara, città che pur non erano alleate ai Milanesi, o che anzi avevano mandate le loro milizie in soccorso dell'imperatore: e quando in sul finire dell'estate questi passò in Germania, lasciava in Italia Rainaldo cancelliere dell'Impero, ed arcivescovo eletto di Colonia, in qualità di suo luogotenente generale, il quale rese indistintamente più grave a tutti i Lombardi il giogo loro imposto.
Ninna scrittura ci fa meglio conoscere il terrore da cui erano compresi gl'Italiani, quanto gli Annali genovesi. Siccome lo storico Caffaro gli andava dettando anno per anno, conservarono dopo tanti secoli l'impressione del momento. Perciò lo stesso scrittore che con tanto entusiasmo aveva descritto l'universale ardore dimostrato dai Genovesi, quando, nel 1158, temendo d'essere attaccati dall'imperatore, rialzarono e rinforzarono le loro mura[153], parlando adesso delle fresche vittorie di Federico adopera le più lusinghiere frasi, chiamandolo l'imperatore sempre augusto, sempre trionfante, quello che innalzò l'impero al più elevato grado di gloria[154]. Infatti i Genovesi spedirono una deputazione a Federico per felicitarlo della sua vittoria, ed assicurarlo della loro sommissione. E perchè nel tempo medesimo gli offrirono una flotta per valersene nella sua guerra di Sicilia, ottennero da lui un atto che ci fu conservato, col quale accorda ai consoli di Genova il diritto di chiamare sotto le loro bandiere in tempo di guerra gli abitanti della costa ligure da Monaco fino a porto Venere, vale a dire di quasi tutto l'attual territorio della repubblica, salva però sempre la fedeltà che questi vassalli di second'ordine dovevano all'Impero, ed il diritto di giustizia de' conti e dei marchesi. Riconfermò al popolo il diritto di eleggere i suoi consoli, ed accordò in feudo ai Genovesi Siracusa ed altri duecento cinquanta feudi nella valle di Noto, promettendogliene loro il possesso all'istante che col loro ajuto sarebbesi impadronito della Sicilia. Gli concesse inoltre, con pregiudizio de' Provenzali, il privilegio esclusivo di commerciare in tutti i luoghi marittimi, non escluso lo stato di Venezia, qualora i Veneziani non riacquistassero la sua grazia. Li dispensò pure dal militare per lui, tranne sulle coste della Provenza e delle due Sicilie; e per ultimo si obbligava a non far la pace con Guglielmo re di Napoli, o con i suoi successori senza il libero assenso de' consoli genovesi[155].