Mentre con questi speciosi privilegi pareva che Federico esentasse i soli Genovesi dal giogo che aveva posto alle altre città, si offerse arbitro delle contese che avevano coi Pisani, perchè desiderava di rendere la pace a due popoli, onde valersi a proprio vantaggio delle loro armi. La guerra che al presente facevansi le due repubbliche ebbe principio in Costantinopoli, ove ambedue avevano stabilita una colonia. I Pisani trovandosi colà in numero di due mila, mal soffrivano nel commercio di quella capitale la concorrenza de' Genovesi, la di cui colonia non contava più di trecento uomini; perciò gli attaccarono, e, senza che il governo greco, testimonio di tanta violenza, osasse d'immischiarsi nella contesa di commercianti bellicosissimi ch'egli accarezzava e temeva, gli spogliarono affatto e cacciarono dalla città. I Genovesi disponevansi appunto a vendicare sul mar tirreno l'affronto fatto ai loro concittadini quando Federico usò della sua autorità per far loro deporre le armi. I deputati delle due città rivali dovettero firmare in Torino una tregua colla quale s'obbligavano di non riprendere le armi, finchè l'imperatore non pronunciasse la sua sentenza dopo tornato dalla Germania[156].

(1163) Quando l'imperatore tornò in Italia in sul finire del 1163, non più come conquistatore, ma come padrone, trovò queste due città sommamente inasprite da un nuovo motivo di discordia. Avevano i Pisani, come si disse a suo luogo, conquistata già da un secolo l'isola di Sardegna, e ne avevano dato in feudo le signorie a molti loro gentiluomini. Ma questi feudatari, trovandosi lontani dalla metropoli, eransi quasi emancipati da ogni dipendenza e resi sovrani indipendenti, appoggiati dall'alleanza de' Genovesi che possedevano alcune fortezze in Sardegna. Quest'isola era allora caduta quasi tutta in potere dei quattro signori di Sallura, di Logodoro, di Arborea e di Cagliari, i quali col titolo di giudici affettavano un fasto reale. Barisone giudice d'Arborea che discendeva dall'antica famiglia Sardi di Pisa (posta in possesso d'Arborea quando i Pisani conquistarono la Sardegna), essendo di questi tempi andato a Genova, trovò che due suoi compatriotti erano stati innalzati alle principali magistrature della repubblica. Corso Sismondi era console del comune, e Sismondi Muscula console delle liti[157]. Propose loro di riporre tutta l'isola sotto l'alta signoria di Genova, a condizione d'ajutarlo ad allargare la propria autorità. A Federico che, sempre avido di riconquistare gli antichi dominj dell'impero romano, non aveva potuto far valere (1164) i suoi pretesi diritti sulla Sardegna, si presentò a Fano Barisone, offerendogli di fargli omaggio dell'isola di Sardegna e di pagargli a titolo di tributo un canone di quattro mila marche, a condizione che l'imperatore volesse riconoscere i suoi diritti, o piuttosto le sue orgogliose pretese, ed investirlo del regno sardo. I consoli genovesi Corso Sismondi e Baldizzo Ususmari, deputati del comune presso Federico, dovevano dare guarentia per Barisone e promettere l'assistenza della loro flotta per metterlo al possesso del nuovo regno, ch'egli doveva poi sempre mantenere ligio e devoto alla repubblica di Genova.

Tosto che i consoli pisani, che pure trovavansi alla corte di Federico, ebbero sentore di questo trattato, riclamarono altamente contro la concessione che l'imperatore era per fargli, rimostrando che la Sardegna era una proprietà di Pisa e che Barisone, il quale aveva la sciocca vanità di aspirare allo splendore della corona, era vassallo e livellario della loro repubblica. I consoli genovesi che fino allora non eransi più che tanto interessati alle proposizioni fatte dal giudice d'Arborea, abbracciarono subito la sua difesa per dar peso alle loro pretese sulla Sardegna, ed impedire che non fossero dall'imperatore riconosciuti i titoli dei loro rivali. Ma questi, senza prendersi troppa cura di scandagliare il merito della causa, s'affrettò d'accettare il danaro che venivagli offerto per una corona che non gli apparteneva; e fece stendere dai suoi notai un diploma col quale dichiarava Barisone re di Sardegna; dopo di che domandavagli le quattro mila marche promesse[158].

Il giudice d'Arborea, costretto d'imitare il fasto della corte e largamente spendendo, aveva omai consunti que' tesori che il ristretto vivere tra i suoi rustici vassalli gli faceva credere inesauribili. Di modo che quando Federico gli accordò il diploma sì lungo tempo desiderato, il nuovo re non aveva la somma convenuta. Vero è ch'egli disponevasi a stabilire nella sua isola le imposte di cui vedeva aggravati i popoli del continente, e protestando che i suoi sudditi, abbagliati dallo splendore della nuova dignità, s'addosserebbero con piacere le spese del trono, chiedeva a Federico di rientrare nella sua isola ond'essere in grado di soddisfare in breve al suo debito; ma l'imperatore dichiarò che non gli avrebbe permesso di allontanarsi dalla sua corte senza aver prima mantenute le sue promesse.

I consoli genovesi che avevano favoreggiata la sua causa più per soddisfare al loro odio contro di Pisa, che per affetto che portassero a Barisone, si risolsero di soccorrerlo. Nè pagarono soltanto le quattro mila marche dovute all'imperatore; che vi aggiunsero altre più ragguardevoli somme per accompagnarlo con un'armata in Sardegna; ma perchè risguardavano la sua persona come la sola cauzione del loro credito, non gli permisero mai di sbarcare nella sua isola; e dopo essere rimasto alcun tempo in faccia ad Arborea, sospettando che li tradisse e si accomodasse di nuovo coi Pisani, lo ricondussero a Genova, ove lo tennero prigioniero per i suoi debiti[159].

Intanto i giudici di Gallura e di Logodora, avendo rinnovato il loro giuramento di fedeltà ai Pisani, avevano coi soccorsi della repubblica occupato il distretto d'Arborea e postolo a fuoco ed a sangue, di modo che il nuovo re di Sardegna, lungi dall'assoggettarsi i suoi uguali, aveva inoltre perduto l'antico suo patrimonio. Non però, quantunque dimenticato più anni in prigione, lasciarono le rivali repubbliche di battersi in mare e di distruggere i vascelli nemici e le fortezze poste lungo le loro spiaggie.

Ma in tempo di queste guerre con Pisa erano i Genovesi interamente travagliati da una civile discordia, di cui lo storico pubblico non ne trascrisse le particolarità per timore di disonorare la sua patria[160]. Racconta solo che le nobili famiglie degli Avogadi e de' marchesi della Volta, forse rivali in credito ed in potenza, eransi offese, ed avevano strascinati gli amici nella loro contesa. Un marchese della Volta era stato ucciso del 1165, quantunque fosse allora console; e furono ugualmente uccisi nel susseguente anno Rubaldo Barattieri, Sismondo Sismondi, Juscello e Scotto. E perchè l'odio delle due famiglie, rendendosi ogni giorno più vivo, toglieva ogni speranza di accomodamento, i consoli del 1169, per ristabilire la pace tra fazioni sorde alle loro voci, e più del governo potenti, furono costretti di ordire in certo qual modo una cospirazione.

Cominciarono dall'assicurarsi segretamente delle pacifiche disposizioni di molti cittadini che la parentela colle famiglie rivali strascinava loro mal grado nella lite; indi consigliatisi con Ugo, venerabile vecchio loro arcivescovo, fecero avanti giorno chiamare dalle campane del comune i cittadini a parlamento, sperando che la sorpresa e l'allarme di così improvvisa chiamata, in mezzo all'oscurità della notte, renderebbe l'adunanza e più numerosa e più tranquilla. I cittadini nel recarsi a parlamento videro in mezzo alla piazza il loro vecchio arcivescovo circondato da' suoi clerici in abito di cerimonia e con torchie accese in mano, mentre che le reliquie del protettore di Genova s. Giovanni Battista stavano colà esposte, ed i più ragguardevoli cittadini tenevano tra le loro mani le croci supplichevoli.

Quando l'assemblea fu riunita, alzossi il vecchio prelato, e colla mal ferma sua voce scongiurò i capi di fazione in nome del Dio della pace, per la salute delle anime loro, in nome della patria e della libertà, che le loro discordie menavano ad aperta ruina, a giurare sul vangelo intera dimenticanza delle loro contese, e stabil pace. Poich'ebbe terminato di parlare, gli araldi si presentarono a Rolando Avogado, l'un de' capi d'una fazione che trovavasi presente all'assemblea, ed assecondati dalle acclamazioni del popolo e dalle preghiere de' suoi parenti medesimi, gl'intimarono di accedere al voto dei consoli e della nazione.

Rolando stracciavasi gli abiti da dosso, e, sedutosi in sulla terra e piangendo, chiamava ad alta voce i morti parenti che aveva giurato di vendicare, e che non gli acconsentivano di perdonare le loro antiche offese. E perchè non potevano ridurlo ad appressarsi al luogo ove stava il libro de' vangeli, gli s'avvicinarono i consoli stessi, l'arcivescovo ed il clero, i quali a forza di preghiere lo fecero finalmente giurare sul vangelo obblio delle passate inimicizie.