Folco e Castro ed Ingo della Volta, capi della contraria parte, non erano intervenuti all'adunanza, onde il popolo ed il clero recaronsi in folla alle loro case, e trovaronli già commossi da quanto era stato loro raccontato; perchè, approfittando delle loro disposizioni, li fecero giurare una sincera riconciliazione, e dare il bacio della pace ai capi dell'opposta fazione. In segno di allegrezza per così lieto avvenimento, si suonarono le campane della città, e l'arcivescovo ritornato sulla pubblica piazza intuonò il Tedeum in onore del Dio della pace che aveva salvata la patria[161].
Abbiamo detto che Federico era tornato in Italia del 1163 conducendo seco la sposa, una splendida corte, ma non truppe. I Pavesi, approfittando del terrore del di lui nome, mossi da vecchia gelosia, vollero distruggere Tortona, onde rappresentarono all'imperatore che i Milanesi non l'avevano rifabbricata che per mostrar disprezzo delle sue vendette, e che una città, da lui ruinata e rifatta dai suoi più acerbi nemici, cospirerebbe sempre coi faziosi: a queste ragioni aggiunsero l'offerta di ragguardevole somma, ed ottennero dall'imperatore la facoltà di atterrare fino alle fondamenta le mura della già ruinata città. Nell'eseguire quest'imperiale rescritto non solo distrussero le mura che potevano dare agli abitanti di Tortona un mezzo di difesa, ma ne demolirono ancora le case[162].
(1164) Questo fu per altro l'ultimo atto violento che la fazione vittoriosa si permettesse per soddisfare ad un'antica rivalità che omai andava calmandosi. Durante la lontananza dell'imperatore, i podestà da lui posti al governo delle diocesi avevano bruttamente abusato della loro autorità, esigendo contribuzioni sei volte più gravi di quelle che portavano le antiche consuetudini, e non lasciando agli abitanti del Milanese e del Cremasco che il terzo del raccolto. Lo stesso Morena, tanto affezionato storico dell'imperatore, depose che non eravi alcun Lombardo il quale, rammentando l'antica libertà della sua patria, non riguardasse come un obbrobrio le tasse cui vedevasi esposto, e non desiderasse di vendicarsi[163]. Pure gl'Italiani avevano atteso il ritorno dell'imperatore, lusingandosi che in allora avrebbe posto riparo agli abusi d'ogni maniera sotto cui gemevano.
Difatti, avvertiti i Milanesi che Federico recavasi da Lodi a Monza ove faceva fabbricare un palazzo, presentaronsi affollati lungo la strada che doveva tenere, ed in tempo di notte, in mezzo al fango e sotto una dirotta pioggia, lo pregavano colle ginocchia a terra e con profondi gemiti a trattarli con maggior dolcezza. Federico si mostrò commosso, ed ordinò che si rilasciassero i loro ostaggi, ma avendo rimesso ai suoi ministri l'esame delle loro lagnanze, questi ne presero anzi motivo per aggravare di nuove tasse gli sgraziati che avevano osato di lamentarsi[164].
Gli abitanti della Marca veronese che non avevano quasi presa parte alcuna nelle guerre di Lombardia, presentarono pure le loro istanze contro queste vessazioni tanto più odiose, quanto che i ministri regi non avevano alcun motivo di trattarli ostilmente. Pure non furono ascoltati. Intanto essendosi l'imperatore innoltrato nell'Emilia dalla banda di Fano, le città lombarde approfittarono del suo allontanamento per tenere un'adunanza. Verona, Vicenza, Padova e Treviso giurarono di sussidiarsi vicendevolmente ne' tentativi che farebbero per minorare i diritti dell'Impero, riducendoli alla misura praticata dagl'imperatori ortodossi predecessori di Federico. Convennero inoltre di opporsi ad ogni usurpo del monarca, e di esaminare le prerogative che gli appartenessero per diritto[165].
Anco i Veneziani, che da lungo tempo erano diventati odiosi a Federico, presero parte in questa lega, che allora si credette abbastanza forte per metter fine alle vessazioni de' governatori tedeschi: attaccò nella Marca trivigiana que' gentiluomini ch'eransi rifiutati d'entrare nella lega, e scacciò gli ufficiali dell'imperatore più odiosi al popolo.
Tosto che Federico ebbe notizia di tali movimenti, tornò a Pavia, ed avendo riuniti de' Lombardi in cui più si fidava, le milizie di Pavia, di Novara, di Cremona, di Lodi e di Como, s'avanzò alla volta di Verona per devastarne il territorio; ma la lega veronese trasse in campagna la sua armata, che marciò coraggiosamente contro l'imperatore. Non tardò Federico ad avvedersi che le milizie lombarde lo seguivano di mala voglia; e spaventato di trovarsi in loro balìa, abbandonò precipitosamente il campo, e fuggì innanzi ai Veronesi[166]. Dopo tal epoca tutte le città gli diventarono sospette, e perchè i marchesi, i conti, i capitani dovevano essere naturali nemici delle città libere, contrasse alleanza con questi, e ripartì nelle loro fortezze i suoi migliori soldati tedeschi[167].
Dopo così umiliante esperimento della sua debolezza, Federico non poteva prolungare il suo soggiorno in Italia senza esporsi a grandissimi rischi. Passò dunque in Germania poco dopo essersi ritirato dal Veronese, assicurando però i suoi alleati, che sarebbe in breve tornato con un'armata capace di mettere a dovere i sudditi ribelli.
Comunque insopportabil peso dovesse riuscire a così impetuoso carattere, come era quello di Federico, il ritardo della vendetta, fu non pertanto obbligato di lasciare ai Lombardi che lo avevano offeso, abbastanza di tempo per esercitare le truppe, fortificare le città, e contrarre nuove alleanze. L'antipapa Vittore III, che l'imperatore aveva opposto a papa Alessandro, era morto in principio di quest'anno; ed il successore ch'egli aveva fatto nominare, Guido da Cremona, che faceva chiamarsi Pasquale III, non era riconosciuto da verun altro sovrano, onde Federico trovavasi avviluppato in continui negoziati coi re di Francia e d'Inghilterra, che lo andavano eccitando a dar la pace alla Chiesa, e coi propri sudditi di Germania che non erano sempre disposti a riconoscere vescovi scismatici. A tali ostacoli s'aggiunse in Germania la guerra che rinnovossi tra le case guelfa e ghibellina, cui Federico non poteva essere indifferente[168].