(1165) Intanto essendo morto il Vicario di Roma, papa Alessandro nominò suo successore il cardinale di S. Giovanni e Paolo, il quale s'adoperò per ridurre i Romani all'ubbidienza del legittimo pontefice. Per riuscire nell'intento seppe opportunamente spargere il danaro tra il popolo; fece entrare in Senato persone a lui affezionate, escludendone gli scismatici; ottenne la restituzione della chiesa di S. Pietro e del contado della Sabina ove il partito dell'antipapa aveva lungo tempo dominato, e finalmente, a fronte dell'opposizione d'alcuni cittadini, ottenne dalla maggioranza del popolo romano l'atto con cui spediva una deputazione ad Alessandro per invitarlo a tornare alla sua greggia[169]. Alessandro, così consigliato dai re di Francia e d'Inghilterra, partì da Sens ove aveva stabilita la sua dimora, e s'imbarcò a Monpellier. Spinto dai venti a Messina, si valse di tale opportunità per rinfrescare l'antica alleanza con Guglielmo re di Sicilia, e di là venne a sbarcare ad Ostia. I nobili, i senatori, il clero ed il popolo gli si fecero incontro in processione, e lo accolsero come loro pastore con dimostrazioni sincere di rispettosa ubbidienza[170].

Dall'altro canto Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, il quale era luogotenente dell'imperatore in Toscana, erasi con un'armata tedesca avanzato nella campagna di Roma sottomettendo Viterbo e quasi tutte le altre città all'antipapa Pasquale; ma appena s'allontanò dalle sue conquiste, i Romani sussidiati dalle truppe del re Guglielmo fecero rientrare nell'ubbidienza della Chiesa quasi tutte le piazze occupate dagli scismatici.

(1166) Guglielmo I, soprannominato il cattivo, dopo avere giovato alla Chiesa ed alla causa della libertà, morì[171], lasciando un fanciullo per suo successore, che fu poi chiamato Guglielmo il buono, il quale rimase lungo tempo sotto la tutela di Margarita sua madre. Benchè distinti da opposti nomi il padre ed il figlio tennero la stessa condotta rispetto all'Italia, per mantenere libera la quale, siccome richiedeva la sicurezza del loro regno, fecero causa comune col papa, coll'imperatore d'Oriente, e colle città libere.

Quelle della Marca veronese facevano grandi preparativi per difendere la propria e la libertà della Chiesa. I Veronesi ed i Padovani attaccarono il castel di Rivoli ed il forte d'Appendoli che chiudevano i passaggi delle montagne per cui poteva scendere Federico in Italia: ma questi, dopo aver raccolta una potente armata, prese in autunno la strada della Valcamonica, ed entrò in Lombardia a traverso il territorio bresciano. Benchè ugualmente irritato contro tutte le città, che sapeva tutte a se malaffezionate, non s'attentò di attaccarle finchè non ottenne di dividerle con segrete pratiche. Ne' comizi adunati in Lodi nel mese di novembre, promise di far giustizia dei torti che formavano l'argomento delle lagnanze dei comuni, e dopo averne favorevolmente accolti i deputati, e pacificamente congedati, s'avviò senza dar battaglia alla volta di Ferrara e di Bologna[172].

(1167) Federico per cagioni a noi ignote rallentava la sua marcia verso l'Italia meridionale, e consumava sei mesi tra Bologna ed Ancona[173], senza aver castigati i Lombardi che lasciavasi alle spalle, e senza avanzarsi verso Roma che si era ribellata. I Veronesi, sempre più vessati dai ministri imperiali, mandarono deputati a tutte le città ugualmente maltrattate, facendole risolvere a tenere una dieta il giorno settimo degl'idi d'aprile nel monastero di Pontida posto tra Milano e Bergamo[174], per risolvere sul modo di provvedere alla comune difesa[175]. Intervennero a questa dieta i deputati di Cremona, di Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Ferrara. I Milanesi sempre divisi nelle loro quattro borgate vi spedirono alcuni primarj cittadini, i quali domandarono caldamente che la dieta facesse precedere ad ogni altra risoluzione quella di render loro la patria, affinchè non rimanendo più esposti alle continue incursioni de' loro nemici, potessero di nuovo unirsi alle milizie confederate per difendere la libertà d'Italia. I deputati di tutte le città, sovvenendosi della valorosa resistenza fatta dai Milanesi, promisero d'impegnare i loro concittadini a rifabbricare le mura di Milano, ed a proteggere quel popolo finchè fosse messo in situazione di potersi da se medesimo difendere. Dopo ciò convennero intorno alla forma del giuramento federativo, che cadaun deputato riportò alla sua patria perchè fosse adottato dai proprj concittadini. Approvato che fosse dall'assemblea generale d'ogni città, doveva essere ripetuto da tutti gl'individui che la componevano. Con tale giuramento le città contraevano un'alleanza di vent'anni, durante la quale erano tenute di ajutarsi reciprocamente contro chiunque osasse attaccare i privilegi di cui erano in possesso dopo il regno d'Enrico IV fino all'assunzione al trono di Federico: promettevano pure di concorrere a compensare i danni cui potessero andare soggetti i membri della lega nel difendere la libertà.

In tempo che i consoli delle città ed i loro deputati ritornati alle proprie case, assoggettavano alle deliberazioni dei parlamenti generali l'alleanza conchiusa in Pontida, i Milanesi disarmati, e divisi in aperte borgate, temevano di essere ad ogni istante assaliti dalle milizie pavesi, cui non erano in grado di far resistenza. Sapevano essersi resa affatto pubblica l'inchiesta fatta all'assemblea di Pontida, ed ogni notte poteva essere anticipatamente stata destinata dai loro nemici per il massacro e l'incendio, e l'avvicinarsi delle tenebre gli stringeva il cuore di spavento. Circondati da città nemiche che in meno d'un giorno potevano mandare le loro milizie a sorprenderli, erano pure continuamente atterriti dagli amichevoli avvisi che i Pavesi davano ai loro ospiti milanesi[176]. Estrema era la costernazione, quando la mattina del giorno 27 aprile del 1167 comparvero all'ingresso della borgata di S. Dionigi dieci cavalieri di Bergamo cogli stendardi del loro comune; e tenevan loro dietro altrettanti stendardi di Brescia, di Cremona, di Mantova, di Verona e di Treviso. Venivano dopo loro le milizie che portavano le armi da distribuirsi ai Milanesi[177]. Gli abitanti delle quattro borgate riunitisi all'istante, s'avanzarono, mettendo grida di gioja, verso la distrutta città: colà distribuironsi tra di loro il lavoro dello sgombramento della fossa e della ricostruzione delle mura, prima di metter mano alle loro case. Le truppe della lega lombarda, che allora presero tal nome, non ritiraronsi da Milano finchè que' cittadini non furono a portata di respingere gl'insulti de' loro nemici, e di non temere un colpo di mano[178].

La città di Pavia era così ligia all'imperatore, che niuno lusingavasi di poterla staccare dai suoi interessi; ma la lega lombarda risguardava come cosa di somma importanza il guadagnare alla confederazione la città di Lodi. Questa città posta tra Cremona e Milano diventava in mano all'imperatore una piazza d'armi troppo dannosa; perchè, occupandola egli, potrebbe sempre a sua posta intercettare i viveri ai Milanesi, le di cui campagne erano state in modo ruinate, che lungo tempo dovrebbero ancora provvedersi di viveri fuori del loro territorio. I Cremonesi che in ogni tempo furono gli alleati ed i protettori di Lodi, vennero incaricati del trattato con que' cittadini.

I loro deputati ammessi nel consiglio di Credenza salutarono, com'era di costumanza, a nome de' loro consoli e di tutto il popolo cremonese, i consoli ed il popolo lodigiano; indi narrarono ordinatamente quanto essi avevano fatto fino allora in servigio dell'imperatore, e le ricompense che ne avevano ricevuto; giustificarono poi i progetti della lega formata per difendere i comuni diritti, e conchiusero supplicando i Lodigiani ad unirsi con loro per l'onore della nazione lombarda e per riclamare unitamente il ristabilimento degli antichi loro privilegi. Risposero concordemente i Lodigiani, che più tosto che mancar di riconoscenza al loro liberatore, a colui che aveva rialzate le loro mura, erano tutti disposti a sacrificare i loro beni e le loro vite.

I Cremonesi gli mandarono una seconda ambasciata, che non ebbe miglior successo; onde esposero ai deputati riuniti, di Milano, di Bergamo, di Brescia e di Mantova, il cattivo esito delle loro pratiche. La lega lombarda, e specialmente queste quattro città rimanevano sommamente esposte finchè Lodi teneva le parti dell'imperatore, onde i confederati risolsero di ottenere colla forza ciò che le amichevoli insinuazioni non avevano ottenuto. Allora riunirono le loro milizie, che furono precedute da una terza deputazione de' Cremonesi, i quali aggiungendo le minacce alle preghiere, avvertirono gli antichi loro alleati che una inevitabile ruina terrebbe dietro all'inconsiderata opposizione ai voti de' Lombardi.

Risposero i Lodigiani che non potevano credere che i Cremonesi, i quali a proprie spese e colle loro mani medesime rialzate avevano le loro mura, volessero oggi assediarle e distruggerle; che volessero massacrare coloro che gli erano affezionati, amici, ospiti, perchè mantenevansi costanti nel partito che anch'essi avevano fin allora sostenuto; che Cremona era sempre stata l'alleata dell'antica Lodi fino all'epoca della sua ruina; che aveva con tutte le sue forze protette le borgate ov'eransi riparati i Lodigiani ne' quarant'anni della loro servitù; che lo stesso affetto aveva fino al presente conservato alla novella Lodi. Ma che se adesso volevano opprimere i loro antichi amici, i Lodigiani si esporrebbero al pericolo ond'erano minacciati, piuttosto che mancare ai giuramenti che li legavano all'imperatore loro benefattore[179].