Il primo giorno d'aprile del 1174 una flotta veneziana provveduta di baliste e di altre macchine guerresche entrò nel porto d'Ancona per assediar la città dalla banda del mare, mentre l'arcivescovo di Magonza s'avvicinava dall'altra parte alla testa di un'armata, che aveva ingrossata in Toscana nel precedente anno con reclute tedesche e recentemente colle milizie d'Osimo e dei feudatari della marca[203].
Una diramazione delle montagne del Piceno forma il promontorio su cui è fabbricata la città d'Ancona. Questo promontorio s'avanza nell'Adriatico da ponente a levante, e ripiegandosi presso all'estremità verso settentrione forma un vasto seno intorno al quale s'alza la città a guisa d'anfiteatro lungo un ripido pendìo dal livello del mare fino alla bipartita sommità della montagna. Una delle sommità trovasi adesso occupata da un convento di cappuccini, l'altra dalla chiesa cattedrale, dal di cui porticato vedonsi a destra le nevose montagne della Dalmazia, a sinistra la ridente svariata costa dell'Emilia, mentre il sole sembra nascere e coricarsi nelle onde. Il rovescio della montagna dalla banda dell'alto mare è tanto scosceso, che rende inutili le fortificazioni dell'arte. Di verso terra la città è accessibile da un solo lato; e la stessa porta conduce a Sinigaglia posta a settentrione, come a Recanati che trovasi a mezzogiorno, ed oggi a Loreto che allora non esisteva. Apresi questa porta sopra un angusto piano fra il porto e le montagne, colle quali si comunica per mezzo di una seconda porta. L'apertura del porto verso settentrione viene in parte chiuso da un antico molo, lavoro romano, ornato da un arco trionfale eretto in onore di Trajano; ma la bocca del porto è tuttavia troppo larga tanto per assicurare le navi dai colpi di vento, che la città dalle aggressioni nemiche. Le galee veneziane ne approfittarono e vennero a dar fondo in faccia allo sbarco della città.
La prima operazione che facesse l'arcivescovo di Magonza tostochè s'avvicinò ad Ancona, fu quella di devastarne il territorio, facendo svellere le viti, gli ulivi, ed ogni altro albero fruttifero, e distruggendo tutto quanto poteva servire d'alimento agli uomini. Da principio cercarono gli Anconitani di opporsi a tanta ruina, ma non sentendosi abbastanza forti per mantenersi in campagna, perchè era assai limitata la popolazione della città, e di questa ancora parte trovavasi lontana per oggetti di commercio, si videro costretti a ridursi entro le mura, dopo aver sofferto qualche perdita.
Ancona era mal provveduta di vittovaglie, sì perchè il raccolto del precedente anno non fu abbondante, come perchè gli abitanti non credendosi minacciati d'assedio vicino, aspettavano il prossimo raccolto per riempire i loro granai. Ma la presente messe fu distrutta dal fuoco nemico senza che gli Anconitani potessero mettere nulla in salvo, ed il porto era chiuso dalla flotta veneziana, onde a mezza estate incominciarono a soffrire la fame. N'ebbe avviso l'arcivescovo, il quale, quantunque avesse già accostato alle mura e baliste e torri movibili, aveva però evitato ogni incontro, nè tentato verun assalto contro la città. Supponendo adesso di trovare i cittadini indeboliti dalla fame, fece suonare la carica, ed avanzar l'armata fin sotto le mura per dare un generale assalto. I cittadini riuniti dal martellare delle campane uscirono contro ai nemici combattendo valorosamente. La flotta veneziana approfittando del tumulto s'accostò alla città per isbarcare la truppa sulla spiaggia; ma avendo i consoli opposte loro le compagnie del porto, continuarono col rimanente della milizia a combattere contro gl'imperiali, che furono respinti fino al di là delle loro macchine, senza che però ardissero incendiarle, venendo difese dagli arcieri che gettavano una grandine di freccie e di sassi. Ciò vedendo una vedova nominata Stamura, prese un legno acceso, e lanciandosi verso le torri in mezzo alle freccie, non si ritirò finchè non fu sicura che il fuoco appiccato alle macchine non poteva più essere spento. Incendiate tutte le macchine d'assedio, i Tedeschi battuti allontanaronsi dalla città, e gli Anconitani levarono dal campo molti cavalli, di cui nutrironsi alcun tempo. Anche i Veneziani furono costretti di ritirarsi colla perdita di molti uomini, resa più grande pochi giorni dopo. Gli Anconitani, approfittando di un vento di mare gagliardissimo, fecero tagliare da alcuni palombari le gomene delle ancore, e s'impadronirono di sette navi portate dal vento sulla spiaggia della città[204].
Malgrado questi passaggieri avvenimenti, la situazione degli Anconitani diventava ogni giorno peggiore. Cercarono perciò di far la pace coi loro nemici; e fecero offrire a Cristiano una grossa somma d'oro perchè levasse l'assedio; ma questi rispose che aveva giurato di non accordare capitolazione, e che non rimaneva loro verun altro partito che di darsi essi e la città a discrezione.
Il deputato fu ammesso a render conto della sua missione in presenza dei consoli e del consiglio generale; i quali avanti di nulla risolvere incaricarono dodici uomini probi di prender conoscenza in tutta la città de' viveri che ancora rimanevano e di darne conto all'assemblea. A fronte dell'estrema diligenza adoperata dai delegati non solo nelle case dei cittadini, ma ancora ne' ripostigli delle chiese, non trovarono che sei sacchi di frumento e nove sacchi di grano primaticcio[205]. Pochi giorni avanti erasi fatta ricerca di uovi per medicare le ferite, e non se ne trovarono dodici in tutta la città, che allora aveva dodici mila abitanti d'ambo i sessi.
All'indomani i dodici delegati esposero all'assemblea il risultato delle loro ricerche, cui i cittadini non risposero che coi gemiti. Sembrava omai impossibile a tutti il poter sottrarsi all'infelice loro destino; e molti proponevano d'arrendersi, altri esser meglio morire combattendo che sopravvivere alla ruina della patria, quando un vecchio cieco di quasi cent'anni, appoggiandosi al suo bastone, si levò in mezzo dell'assemblea e disse: «Cittadini d'Ancona, io ero console di questa città quando il re Lotario l'assediò con una potente armata. Pretendeva ridurci in servitù; ma fu forzato di ritirarsi vergognosamente. Prima e dopo di lui altri re ed imperatori che assalirono la nostra patria, non ebbero miglior successo. Qual vergogna per noi se questa città che resistette alla loro potenza, cedesse ora ad un prete, ed un vescovo trionfasse dei nostri soldati? Rammentate, o cittadini, la mala fede de' nemici e l'odio de' Tedeschi contro il nome latino: non vi sovviene più di Milano che Federico ha poc'anzi distrutto malgrado le contrarie promesse? e tenete per fermo che la vostra dedizione all'arcivescovo di Magonza sarebbe il maggiore de' vostri mali. Fate adunque un estremo sforzo per ottener soccorso dai vostri alleati; e, se non riesce, gettiamo in mare colle nostre mani tutte le nostre ricchezze per toglierle al vincitore, ed andiamo a morire combattendo valorosamente contro di lui[206].»
Degli alleati d'Ancona che potessero soccorrerla in così pressanti strettezze, non eranvi che la contessa di Bertinoro della nobile famiglia de' Frangipani di Roma, padrona del ricco feudo di Bertinoro in Romagna[207], e Guglielmo degli Aderaldi di Marchesella, uno de' capi del partito guelfo in Ferrara. I cittadini d'Ancona scelsero tre gentiluomini, i quali montati sopra una barca con quanto danaro poteron raccogliere, furono abbastanza avveduti o fortunati per uscir dal porto bloccato dalla flotta veneziana.
Intanto la fame non era omai più sopportabile; e consumati tutti i cibi salubri gli si sostituivano carni infette, cuoi, erbe selvatiche, ortiche di mare che strappavansi sotto agli scogli benchè si credessero velenose. Erano gli Anconitani in così misero stato ridotti che appena potevan reggersi in piedi e portar le armi, e soltanto quando erano chiamati dal martellar della campana, l'amor di patria e di libertà rendeva loro lo smarrito vigore, e lanciavansi tra i nemici con tanta forza ed ardire, che questi ne rimanevano sorpresi ed avviliti. Una gentildonna giovane e bella, recandosi con un fanciullo in braccio ch'ella allattava, presso a porta Balista, vide uno de' soldati di guardia giacente in terra, al quale chiedendo la nobil donna perchè rimanesse inattivo, risposele trovarsi in modo consumato dalla fame, che non credeva poter vivere più d'un'ora. «Sono già quindici giorni, soggiunse l'altra, che io non mangio che cuojo bollito, ed il latte incomincia a scemarsi; pure alzati, e se il mio seno ne contiene ancora, avvicina le tue labbra e ristorati per difendere la patria.» Il soldato scosso da queste parole alzò il capo e vergognandosi della generosa offerta della conosciuta gentildonna, presa la rotella e la spada si lanciò con tanto furore tra gli assedianti, che ne uccise quattro avanti di cadere sotto i loro colpi[208].
Gli Anconitani sostennero tante miserie con una costanza senza esempio, perchè da più giorni non avevano veruna notizia de' loro deputati. Giunti questi a Ferrara trovarono in Guglielmo Marchesella e nella contessa di Bertinoro due fedeli e zelanti amici. Il primo, non bastando il danaro portato dagli Anconitani per assoldare la truppa che credeva necessaria all'impresa, obbligò tutto il suo patrimonio ed il suo credito per una grossa somma presa a censo. Alle truppe di Marchesella la contessa aggiunse tutti i suoi vassalli; in modo che si formò un'armata di dodici coorti di cavalleria, cadauna di duecento uomini, e d'un corpo ancora più numeroso di pedoni; la quale s'avanzò all'istante per il territorio di Ravenna, da cui con uno stratagemma eransi fatti allontanare i nemici, che ne occupavano la strada. Il quarto giorno s'accampò sul monte di Falcognara, dalla di cui sommità scoprivasi in distanza di quattro miglia Ancona ed il magnifico suo golfo. Quando fu notte Guglielmo Marchesella ordinò ad ogni soldato di attaccare alla sua lancia due o tre lumi; poi discese alla loro testa il rovescio della montagna, facendo occupare alle sue genti la maggiore estensione possibile. Gli avamposti dell'arcivescovo, ingannati dalla quantità dei lumi, credettero l'armata più numerosa di quel ch'era veramente. L'arcivescovo stesso, spaventato dalle grida di gioja dei soldati, che facevan eco alle esortazioni di Guglielmo e della contessa, e dalle grida degli Anconitani che dal portico della cattedrale vedevano avanzarsi i loro liberatori, diede ordine di ritirarsi. La medesima notte trasportò il campo sulla prima montagna del Piceno, di dove, dopo poche ore di riposo, si rimise in cammino per entrare nel ducato di Spoleti. I Veneziani, vedendosi abbandonati dall'armata di terra, s'allontanarono dalla liberata città, i di cui cittadini, soccorsi dai loro fedeli alleati, approfittarono di quel subito terrore ch'erasi impadronito dei loro nemici, per introdurre in città tanta quantità di viveri che non avessero ad essere affamati da più lungo assedio. Guglielmo Marchesella lasciò presto Ancona per recarsi a Costantinopoli, ove da Manuele Comneno fu magnificamente ricevuto e splendidamente regalato per i soccorsi dati ai suoi protetti[209].