L'imperatore parve che si studiasse di accrescere i sospetti che la condotta dei Cremonesi poteva far nascere nell'animo de' confederati, indicando i loro consoli come sopr'arbitri, promettendo di rimettersi alla loro decisione quando non andassero d'accordo i sei conciliatori scelti nel campo di Tortona. I rettori che segnarono a nome della lega lombarda il compromesso fatto coll'imperatore, furono Ezzelino da Romano padre del feroce Ezzelino, ed Anselmo da Dovara, padre di Buoso, emulo e compagno di questo tiranno. È cosa veramente notabile che il primo trattato fatto coll'imperatore per guarentia della libertà dei comuni sia stato firmato a nome di questi dai genitori dei due più famosi capi del partito imperiale, dei due più feroci oppressori delle repubbliche[215].
E perchè lo stesso trattato che doveva ristabilire la concordia tra l'Impero e le città lombarde rendesse altresì la pace alla Chiesa, Federico scrisse al papa di mandargli tre legati per trattare con lui, designandoglieli egli medesimo. Furono questi il vescovo di Porto, quello d'Ostia ed il cardinale di san Pietro ad vincula[216]. I quali prelati, muniti dei pieni poteri della Santa Sede, si portarono a Lodi ov'erasi adunata una dieta de' rettori delle città lombarde; ed in seguito passarono a Piacenza. Quando l'imperatore seppe ch'erano giunti nelle vicinanze di Pavia, gli fece invitare alla sua corte, ove onorevolmente li ricevette.
La prima loro udienza fu pubblica. Federico aveva fatto innalzare il suo trono sulla gran piazza di Pavia, ove, circondato da' suoi principi, rivolse la parola ai legati in lingua tedesca, invitandoli con gentili maniere ad esporre i motivi della loro missione. Intanto i Pavesi trovavansi riuniti in parlamento. Allorchè l'interprete ebbe tradotto il discorso dell'imperatore, il vescovo d'Ostia, avanzatosi in mezzo dell'assemblea, con aspri e duri modi non sempre stranieri agli ecclesiastici, dichiarò di non poter rendere all'imperatore il saluto finchè lo vedeva ostinarsi nello scisma e nell'impenitenza; quindi riandò tutta l'istoria delle sue persecuzioni verso la Chiesa, impiegando a vicenda le minacce e le preghiere per ridurlo a mutar condotta. Il popolo adunato applaudì questo discorso, e lo stesso Federico assicurò il legato, che, mosso dai patimenti de' fedeli, era disposto a grandi sagrificj per mettervi fine[217].
Dopo questa pubblica udienza, i legati ed i deputati lombardi ebbero frequenti conferenze collo stesso imperatore e co' suoi ministri, il cancelliere, il vescovo eletto di Colonia, ed il protonotaro. Essi dovevano procurare i vantaggi ancora del re di Sicilia e dell'imperatore di Costantinopoli; ma in fatto furono gli affari della Chiesa intorno ai quali rendevasi difficile ogni accomodamento, e che finalmente furon cagione che si rompessero i trattati. Lo storico d'Alessandro III assicura che Federico chiedeva alcune prerogative che non erano state mai accordate a verun laico, nè pure a Carlo Magno, o al grande Ottone: ma le pretese del papa erano a dismisura cresciute dopo questi due imperatori, e Federico non ridomandava nè meno tutti i privilegi di cui godettero i suoi predecessori. Ad ogni modo i legati protestarono che la loro coscienza e le leggi della Chiesa s'opponevano ai chiesti privilegi. Il congresso si ruppe bruscamente, e gli alleati ritornando alle loro case guastarono le campagne de' Pavesi, de' Comaschi e dei marchesi feudatarj. L'imperatore invece fece alcune incursioni nel territorio alessandrino, ma senza intraprendere colle sole milizie italiane l'assedio d'una città, innanzi alla quale le armate tedesche avevano perduta l'antica gloria.
Mentre ancora duravano le trattative, Federico aveva ordinata in Germania la leva d'una nuova armata, ed aveva pure invitato a prendere le armi Cristiano arcivescovo di Magonza suo vicario nella Toscana e nella Marca. Questo prelato alla testa delle truppe che lo avevano servito nell'assedio d'Ancona, investì il castello di san Casciano ove tenevano una guarnigione i Bolognesi composta di trecento cavalli, ed altrettanti fanti sotto il comando di Prendiparte, uno de' loro consoli. Due altri consoli, Bernardo Vediani e Pietro Garisendi, s'avanzarono contro Cristiano colle milizie bolognesi ed ausiliarie per costringerlo a levar l'assedio. Lo forzarono in fatti ad allontanarsi, ma caddero poco dopo in un'imboscata, e nel corso della campagna ebbero più volte la peggio.
(1176) Intanto Wicman arcivescovo di Maddeburgo, Filippo arcivescovo di Colonia, e tutti i vescovi e principi di Germania cui Federico erasi diretto, avevano adunati i loro vassalli, ed erano preparati a soccorrerlo. Si mossero nella seguente primavera, e perchè la strada dell'Adige era guardata dai Veronesi, s'avanzavano attraversando il paese dei Grigioni per l'Engadina e la contea di Chiavenna fino al lago di Como. Quando l'imperatore fu avvisato del loro arrivo in Italia, partì segretamente da Pavia, ed attraversando sconosciuto il territorio milanese, venne a riceverli a Como. Postosi alla loro testa in sul finire di maggio, andò contro il castello di Legnano nel contado del Seprio. I Comaschi militavano sotto le sue bandiere, e le milizie dei Pavesi e del marchese di Monferrato disponevansi a raggiungerlo.
I Milanesi che trovavansi i primi esposti alle offese, mostravano una straordinaria energia. Fino in gennajo avevano fatto rinnovare il giuramento che gli univa alle altre città lombarde, ed assicurava loro i comuni soccorsi. Avevano formate alcune coorti di cavalleria scelta, una delle quali chiamata della morte era composta di novecento soldati che avevano giurato di morire per la patria piuttosto che ritirarsi; l'altra detta del Carroccio era formata di trecento giovani delle principali famiglie, i quali con uguale giuramento eransi vincolati alla difesa del palladio della loro patria. Gli altri cittadini divisi in sei battaglioni seguivano le bandiere delle sei porte, e dovevano combattere sotto gli ufficiali del proprio quartiere[218].
Il sabato 29 maggio i Milanesi ebbero avviso che l'imperatore non era più di quindici miglia lontano dalla loro città. Benchè dei soccorsi che aspettavano dai confederati non avessero avuto ancora che le milizie piacentine ed alcune centurie scelte di Verona, di Brescia, di Novara e di Vercelli, fecero sortire il carroccio dalla città e si mossero contro di Federico prendendo la strada che da Milano conduce al Lago maggiore. Fermatisi presso Barano nella pianura che divide l'Olona dal Ticino, staccarono settecento cavalli per riconoscere il nemico; i quali non tardarono a scontrarsi in trecento Tedeschi seguiti a poca distanza dal grosso dell'armata. Essi li caricarono con vigore, ma dovettero ripiegare bruscamente verso il loro Carroccio trovandosi addosso tutta l'armata di Federico. I Milanesi vedendo avanzarsi contro di loro a galoppo la cavalleria tedesca, gittaronsi in ginocchio e fecero la loro preghiera ad alla voce a Dio, a s. Pietro, ed a s. Ambrogio; indi spiegando i loro stendardi si mossero arditamente contro i nemici. La compagnia del carroccio piegò un istante, e le truppe imperiali vi s'avvicinarono tanto, che s'incominciò a temere che cadesse nelle loro mani: perchè vedendolo la compagnia della morte, ripetendo ad alta voce e con entusiasmo il giuramento fatto di morire per la patria, gettaronsi con tanto impeto sulle truppe allemanne che atterrarono lo stendardo imperiale. Federico stesso che combatteva nella prima linea fu rovesciato da cavallo, e posta in fuga la colonna da lui comandata ed inseguita dai Lombardi per lo spazio d'otto miglia. I fuggiaschi che non caddero sotto le loro spade, dovettero precipitarsi nel Ticino, o rendersi prigionieri. Quasi tutti i Comaschi perirono sul campo, o perdettero la libertà per essere contro di loro più vivo l'odio de' Lombardi, che li risguardavano quali traditori della causa comune. Tutte le più ricche spoglie del campo rimasero ai vincitori, i quali per colmo della loro gloria seppero ben tosto, che Federico non trovavasi coi soldati fuggiaschi, che i suoi fedeli avevano cercata in vano la sua persona o il suo cadavere, e che l'imperatrice rimasta a Pavia, omai più non dubitando della di lui perdita, aveva vestito il corrotto[219].
Ma Federico non era stato ucciso nella battaglia di Legnano, come supponevasi, e dopo pochi giorni ricomparve a Pavia, solo, avvilito, diviso da quella florida armata con cui credeva di soggiogare l'Italia, e che ora valicava disordinata le Alpi per salvarsi dal ferro italiano. Abbandonato sul campo di battaglia tra i suoi nemici, sottraendosi alle loro ricerche, ottenne dopo molti stenti di ricoverarsi nella sola città ancora fedele.