Erano già decorsi ventidue anni da che questo monarca aveva la prima volta devastato il territorio milanese, e, durante questo lungo intervallo, aveva successivamente condotte o chiamate in Italia sette formidabili armate dal fondo della Germania[220]. Per lo meno un mezzo milione d'uomini aveva prese le armi a suo favore e sparsi torrenti di sangue; ma dopo vittorie più strepitose che utili terminò coll'essere disfatto in distanza di poche miglia dal luogo in cui ottenne le prime vittorie. I pontefici romani avevano contro di lui provocate le vendette del cielo; ed i suoi partigiani vedevano nelle proprie e nelle sue sventure la mano di Dio. Non gli rimaneva dunque altro partito che quello della pace, e Federico la ricercò di buona fede.
Spedì dunque al papa gli arcivescovi di Maddeburgo, di Magonza e di Worms, per entrare con lui in negoziazioni. Giunti alla città d'Anagni, ove allora risiedeva il pontefice, vennero ammessi in pieno concistoro. In questa prima udienza Alessandro dichiarò loro in termini positivi, ch'egli non separerebbe giammai la sua causa da quella dei Lombardi, del re di Sicilia e dell'imperatore d'Oriente. Non pertanto nelle segreta conferenze isolò poc'a poco i suoi interessi da quelli de' confederati.
Siccome Federico non pretendeva più dal papa nuovi privilegi, le trattative diventavano semplicissime, nè ammettevano ulteriori difficoltà. Gli si chiedeva che abiurasse lo scisma e gli antipapi da lui nominati; e rispetto a ciò Federico chiedeva che dopo l'abiura anche i prelati addetti alla sua fazione fossero ammessi in grazia della Santa Sede e riconfermati nelle loro cariche. Tali articoli furono ben tosto accettati dalle parti[221]. Non era così facile l'accordare gl'interessi dell'imperatore con quelli de' Lombardi; per discutere i quali il papa prometteva di passare in Lombardia, ove avrebbe presieduto all'adunanza delle città confederate. Ed in pendenza di queste trattative le parti stipularono una tregua generale per tutta l'Italia.
Se l'imperatore avesse prima adottata la via delle amichevoli trattative, non avrebbe sofferte le ultime traversie, nè perduta quella somma influenza che poteva esercitare sulle repubbliche italiane. Si può vederne la prova nell'apertura delle conferenze. I repubblicani non ardivano negare gli antichi diritti dell'Impero; ed erano contenuti da un natural rispetto verso le persone e verso le leggi, che loro vietavano di segnare i confini dell'autorità di colui contro il quale avevano però osato di combattere e di sconfiggerlo. Quando Federico cessò d'essere il loro nemico, fu ancora il loro monarca. Aveva in ogni città dei partigiani e specialmente tra i gentiluomini, che dichiaravansi i protettori delle prerogative imperiali; e la vanità, l'ambizione, l'avarizia non erano pienamente soddisfatte che coi favori della corte. I partigiani di Federico adoperavansi destramente per risvegliare fra i popoli le sopite gelosie che in addietro dividevano le città, onde staccare alcune comuni dalla confederazione.
I Cremonesi furono i primi a sciogliersi da quel legame che aveva salvata la Lombardia. Erano stati in ogni tempo nemici dei Milanesi, ed alleati dei Pavesi: arbitrarie vessazioni gli avevano staccati dal partito imperiale, ed uniti alla lega, ma col tempo indebolitasi la memoria delle ricevute offese, il loro odio si spense: all'epoca dell'assedio d'Alessandria i Cremonesi erano già stati notati di poco zelo. Federico offerse loro la riconferma dei loro privilegi, di non prender parte all'elezione de' consoli e di accordar loro parzialmente tutto ciò che i confederati chiedevano per tutte le città, a condizione che ritornassero all'antico partito, fidandosi al loro protettore, al loro amico che loro stendeva le braccia[222].
I Cremonesi accettarono le offerte di Federico e soscrissero un atto d'alleanza, che il loro storico Campi estrasse dagli archivj della città. Dichiararono subito ai Lombardi che rinunciavano alla federazione, essendo garantiti dal loro nuovo alleato di essere potentemente soccorsi qualunque volta la lega tentasse di punire la loro mala fede. I Tortonesi ne seguirono l'esempio; onde le altre città ed il papa se ne sdegnarono e temettero a ragione che potesse avere le più triste conseguenze.
(1177) Intanto il papa erasi imbarcato sulle galere del re di Sicilia coll'arcivescovo di Salerno e col conte d'Andria che questo monarca spediva in qualità di ambasciatori al congresso[223]. La tempesta gli spinse sulle coste della Dalmazia a Zara[224], città non ancora visitata da verun papa, per cui non isbarcarono a Venezia che il giorno 24 di marzo. Il papa fu alloggiato nel monastero di san Nicolò del Lido. Benchè non a Venezia, ma in Bologna dovesse tenersi il congresso, ciò null'ostante quando l'imperatore, che trovandosi a Cesena, seppe l'arrivo del papa a Venezia, gli rimandò i medesimi commissarj, che avevano già trattato con lui, ad oggetto di fargli sentire come avendo Cristiano arcivescovo di Magonza suo arcicancelliere fatta una sanguinosa guerra ai Bolognesi, non potrebbe fermarsi in quelle città per i maneggi di pace, senza risvegliare la loro animosità contro di lui.
La scelta del luogo in cui si aprirebbero le conferenze, era difficile e diede argomento a lunghe discussioni. I Lombardi offerivano l'alternativa tra Bologna, Piacenza, Ferrara e Padova, tutte città della lega, e perciò sospette agl'imperiali. I Tedeschi invece proponevano Pavia o Ravenna per lo stesso titolo di parzialità sospette ai Lombardi, perchè la prima era sempre stata loro nemica, e l'altra aveva di fresco rinunciato alla lega per fare separatamente la pace coll'imperatore. Finalmente fu proposta Venezia i di cui interessi erano affatto separati da quelli della lega lombarda. Vero è che da principio aveva presa parte alla confederazione, e in appresso, senz'essersi formalmente rappacificata coll'imperatore, aveva di concerto colle truppe imperiali spedita una flotta all'assedio d'Ancona. Poteva perciò risguardarsi come naturale, onde i Lombardi furono contenti di aprirvi le conferenze coi deputati imperiali, a condizione per altro che il doge ed il popolo di Venezia prometterebbero con giuramento di non ricevere nella loro città l'imperatore avanti che fosse segnata la pace. Temevasi che assistendo questo principe ad una dieta, rispetto alle persone che la componevano, rassomigliante a quella di Roncaglia, vi ricuperasse colla sua presenza tutte le prerogative ch'egli si era colà usurpate; e che in cambio di ricever la legge, terminasse col darla egli all'assemblea[225].
Il congresso s'aprì dunque in Venezia verso la metà di maggio. I principi tedeschi, i principali prelati di Lombardia, i rettori delle città, i marchesi ed i conti si radunarono in presenza del popolo. I confederati vollero che s'incominciassero le trattative colla difficile quistione dei diritti signorili controversi tra le città ed il monarca. Essi domandavano che i diritti dell'Impero sulle città fossero stabiliti in conformità di quelli ch'erano in uso ai tempi d'Enrico V, e volevano in oltre che nel caso di disparere in ordine alla loro estensione si stesse al giuramento che darebbero i consoli d'ogni città rispetto alla pratica locale. D'altra parte convenivano espressamente intorno alla prestazione del fodero reale, o diritto di approvigionamento per l'imperatore e suo seguito in occasione del suo passaggio; alla pavata o tributo per rifar le strade quando l'imperatore andava a Roma a prendere la corona imperiale, al diritto di spedizione ossia marcia dei vassalli sotto le bandiere imperiali. Domandavano in compenso, che l'imperatore riconoscesse formalmente il diritto d'essere governati dai consoli da loro scelti, che annullasse qualunque carta accordata in pregiudizio dei loro privilegi, che sanzionasse la prerogativa di mantenere ed accrescere le fortificazioni della propria città, che accordasse un'assoluta amnistia del passato, che gli autorizzasse a mantenere la confederazione lombarda, lasciando in loro arbitrio il riconfermarla con mutui giuramenti quando loro piacesse, non escluso pure il giuramento di difendersi contro l'imperatore o suoi successori, qualunque volta il monarca movesse guerra alla Chiesa, o ad alcuna delle città federate. Chiedevano ancora che l'imperatore confermasse le sentenze pronunciate dai giudici durante la guerra, che i prigionieri fossero vicendevolmente restituiti senza prezzo, e per ultimo che le possessioni feudali e regali fossero mantenute in statu quo secondo le antiche costumanze attestate dai consoli.
Ben diverse erano le pretese dell'imperatore nel modo che furono proposte a Venezia da Cristiano arcivescovo di Magonza. Lasciava in arbitrio de' Lombardi lo scegliere una di queste proposizioni: cioè di stare alla sentenza pronunciata contro di loro in Roncaglia l'anno 1158 dai giudici di Bologna, o di prendere per regola dei diritti rispettivi quelli ch'erano in vigore sotto il regno d'Enrico IV[226].