Il console di Milano Gherardo de' Pesci che assisteva alle conferenze, e che aveva presa la parola per i Lombardi, protestò a nome de' confederati contro la sentenza dei giudici bolognesi, che era, com'egli diceva, un editto dell'imperatore, e non un giudizio tra le due parti. Rispetto alla seconda proposizione oppose, che Enrico IV, il fautore d'uno scisma, ed il nemico dei più illustri pontefici, non era altrimenti un re, ma un tiranno; talchè non potevansi distinguere tra le sue azioni quelle che procedevano dalla violenza del suo carattere da quelle che erano conformi alle reali prerogative. Dopo ciò discese alla proposizione che avevano già fatta i Lombardi, val a dire, di regolare i reciproci diritti dietro le costumanze ricevute duranti i regni di Enrico V, di Lotario, e di Corrado[227].
Tutti gli storici lombardi, tranne Sire Raul, ci mancano a quest'epoca, ed anche questo non consacrò più di dieci linee intorno alle conferenze di Venezia, dimodochè siamo costretti di consultare gli scrittori ecclesiastici, nei quali era ben naturale che venissero ommesse tutte le ragioni delle lagnanze accennate da Sire Raul contro Alessandro per aver mancato alla fede data ai Lombardi, ed essersi riconciliato coll'imperatore senza provvedere alla loro sicurezza. Per lo contrario, se dobbiamo dar fede a Romualdo di Salerno che assistette a queste conferenze come ambasciatore del re di Sicilia, Federico non acconsentì alla tregua che il papa proponeva per accomodamento, se non quando il papa gli accordò il godimento per quindici anni dell'eredità della contessa Matilde[228].
Ad ogni modo sembrava che una tregua potesse essere il solo mezzo di dar la pace all'Italia, poichè non era possibile di convenire intorno alle opposte pretese e conchiudere un trattato definitivo. Alessandro propose perciò una tregua di quindici anni col re di Sicilia, e soltanto di sei coi Lombardi. Federico, senza rifiutarvisi positivamente, chiedeva d'avvicinarsi al congresso per facilitarne i trattati. Di consenso del papa abbandonò la Pomposa, delizioso palazzo in cui faceva la sua dimora presso Ravenna, per istabilirsi a Chiozza; ma quando si seppe essere arrivato in questa città posta nella laguna alla distanza di sole quindici miglia da Venezia, quei Veneziani che favorivano la sua parte, importunavano il Doge perchè lo ricevesse nella capitale; rimostrando non potersi senza indecenza lasciare il capo dell'Impero esigliato in una miserabile bicocca; che avendo Alessandro acconsentito che venisse fin là, non aveva più ragione d'impedire ch'essi soddisfacessero al dover loro, accogliendolo in una maniera conforme alla sua dignità[229]. Federico, avvisato di questi movimenti, ricusò a bella prima di sottoscrivere i due trattati che gli si presentarono; ma quando seppe che il papa e gli ambasciatori siciliani per timore della sua venuta disponevansi ad abbandonare Venezia, approvò gli articoli convenuti dai suoi plenipotenziari. Il giorno 6 luglio, il conte Enrico di Dessau giurò, per parte dell'imperatore ed in suo nome, una pace perpetua colla Chiesa, una pace di quindici anni col re di Sicilia, ed una tregua di sei anni da incominciarsi il primo agosto seguente coi Lombardi[230]. Durante questa tregua, i beni e le persone dei membri della lega dovevano godere ne' domini imperiali di una piena sicurezza e degli avvantaggi che vi si godono in tempo di pace; ed a vicenda le stesse immunità venivano accordate ai sudditi dell'imperatore nelle terre de' Lombardi. I consoli ed i consigli di credenza così delle città confederate, come di quelle che stavano per l'imperatore, dovettero giurare nella pubblica assemblea, ed a nome del popolo, che osserverebbero la tregua, e non farebbero ingiuria nè alle persone nè alle proprietà.
Fu ancora convenuto che ogni città dei due partiti nominerebbe due arbitri Treguari, ossia difensori della tregua, che avrebbero il carico di terminare le contese che potessero aver luogo tra i membri delle opposte parti, cosicchè per particolari ingiurie niuna persona potrebbe avanti che siano terminati sei anni di tregua farsi ragione colle armi.
Finalmente l'imperatore rinunciava in tal tempo al diritto di chiedere il giuramento di fedeltà da verun membro della lega[231].
Poichè dal conte di Dessau fu emesso il giuramento di pacificamento in nome di Federico, e che un simile giuramento venne pronunciato dal cappellano dell'arcivescovo di Colonia a nome de' principi del suo partito, Alessandro sciolse dal giuramento il doge ed il popolo di Venezia, ed acconsentì che l'imperatore entrasse in città. Sei galere veneziane andarono subito a prenderlo a Chiozza, ed il sabato di sera 23 giugno lo condussero a S. Nicolò di Lido ove la Signoria avevagli fatto allestire un alloggio. All'indomani mattina il papa montò sulle galere siciliane, e coll'accompagnamento degli ambasciatori di quella corte, e dei rettori delle città lombarde, venne a sbarcare sulla piazza di S. Marco. Nel tempo stesso il doge Ziani, il patriarca, il clero ed il popolo di Venezia condussero colle loro galee sulla stessa piazza l'imperator Federico, il quale, vedendo il pontefice, si sciolse il suo mantello, e prostratosegli avanti gli baciò i piedi. Dopo quest'atto ricevette il bacio di pace, e quindi entrarono insieme in chiesa, ove il popolo intuonò il Te Deum[232]. Terminato il divino ufficio, e rivocata la scomunica fulminata contro il monarca ed i suoi sudditi, Federico condusse il papa al suo cavallo, e gli tenne la staffa; indi ricevette la briglia dallo scudiere, e preparavasi a far le veci di questo, ufficiale in conformità del ceremoniale cui eransi sottomessi i suoi predecessori; ma il papa vedendo che la strada che doveva ancora fare non era breve, lo dispensò da così umiliante formalità[233]. In una privata visita ch'egli ricevette il successivo giorno, i due capi dell'Impero e della Chiesa felicitaronsi a vicenda della loro riconciliazione[234].
Resa per tal modo la pace all'Italia, si sciolse il congresso di Venezia, ed il papa si ritirò nella piccola città d'Anagni ove dopo le turbolenze di Roma aveva stabilita la sua residenza. Ne' primi mesi del 1178, ricevette una deputazione di quel senato che lo invitava a riprendere il governo della sua greggia, ed a rientrare nella sua capitale. Ma perchè il papa non ardiva darsi in mano del popolo senza che la sua persona venisse assicurata da ogni molestia, si convenne che i senatori giurerebbero in mano del papa fedeltà alla chiesa di S. Pietro, pel consueto omaggio; che gli ritornerebbero i diritti di suprema signoria, e prometterebbero di non attentare alla sua libertà, nè a quella de' cardinali suoi fratelli. Poichè queste condizioni furono accettate da ambo le parti, i senatori si presentarono al pontefice con tutti i magistrati di Roma, e lo accompagnarono pomposamente in città[235].
Anche Federico aveva abbandonata Venezia, e, dopo aver visitate le città toscane che avevano per lui combattuto con tanta fedeltà, passò a Genova, e di là per il Monte Cenisio ne' suoi stati di Germania e di Borgogna.
I sei anni della tregua si consumarono in trattati di più stabile pace, i quali per altro non distoglievano Federico dal tentar la fede dei popoli confederati, staccandoli dalla lega l'un dopo l'altro, e facendo separate paci. Poco dopo proclamata la tregua, ammise a segrete conferenze alcuni gentiluomini trivigiani legati alla confederazione, da' quali ricevette un giuramento di cui rimase segreto l'oggetto. Il popolo di Treviso n'ebbe sentore, e prese le armi contro di loro quando tornavano in città, volendo che come traditori della patria e spergiuri fossero condannati ad ignominiosa morte. I consoli trovaron modo di conoscere il trattato stipulato da questi gentiluomini, e ne diedero parte alla dieta della lega, la quale avendo dichiarato manifesto il tradimento, condannò i colpevoli a severo castigo, e pensò a precauzionarsi contro i maneggi della fazione imperiale[236].
Non perciò ottenne di sventarne tutte le trame. In febbrajo del 1183, Federico rinnovò il trattato che aveva precedentemente conchiuso col popolo di Tortona, dandogli la più grande pubblicità, onde avvertire le altre città confederate che, prevenendo la pace generale, potevano da lui sperare vantaggiose condizioni. Con questa carta, che tuttavia conservasi, Federico promette di non pretendere dai Tortonesi tasse maggiori di quelle imposte ai Pavesi proporzionatamente alle ricchezze delle due città; promette d'annullare le infeudazioni accordate in pregiudizio del popolo, di rinovare la pace tra lui ed i suoi vicini; di lasciare i castellani del suo territorio dipendenti dal comune, conservandogli il privilegio del consolato e dei diritti feudali, siccome lo conserva al popolo di Pavia[237].